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Li chiamò, lo seguirono (Matteo 4,18-22)

18 Mentre camminava lungo il mare della Galilea, Gesù vide due fratelli, Simone detto Pietro, e Andrea suo fratello, i quali gettavano la rete in mare, perché erano pescatori. 19 E disse loro: «Venite dietro a me e vi farò pescatori di uomini». 20 Ed essi, lasciate subito le reti, lo seguirono.

21 Passato oltre, vide altri due fratelli, Giacomo di Zebedeo e Giovanni, suo fratello, i quali nella barca con Zebedeo, loro padre, rassettavano le reti; e li chiamò. 22 Essi, lasciando subito la barca e il padre loro, lo seguirono.

(Matteo 4)

bibbiaaperta

Li chiamò, lo seguirono. Questa è la dinamica della salvezza. Non ne esiste una alternativa. La Parola chiama, l’uomo sceglie di seguirla o di non seguirla.

Se l’uomo, l’umanità accoglie la Parola, ne segue i precetti, ne e-segue i comandamenti, si rcionosce come chiamato, riconosce che solo in quella voce del Verbo che lo chiama vi è salvezza, allora per volontà di Dio è dato che sia salvato.

Se non lo fa, il contrario. E’ perduto, si perde.

Il giorno del giudizio finale, dice tutta la Scrittura, lo dice ancora più chiaramente Gesù, non ci sono tre o più alternative. Due sole. O sarai salvato e sarai per sempre nella Sua gloria, figlio nel Figlio anche per l’eternità. O sarai perduto per sempre.

O destra o sinistra. O nella gioia eterna o nella dannazione eterna. O salvato o dannato. Tertium non datur.

E allora, fratello, sorella, smettiamola di cercare compromessi. Non esiste compromesso in Dio. O si, o no. O ti alzi dalle tue certezze, dalle tue reti e lo segui, e ti lasci pescare e peschi sulla Sua Parola. O non lo fai. E non pescherai altro che la tua rovina.

Che Dio non voglia.

Maranathà! 

La festa delle Corone e il tempo d’Avvento

Corona d'Avvento 2013
Corona d’Avvento 2013

Un simbolo importante per il Natale, e per Sara che come ogni bambino lo aspetta in modo particolare.

La corona è composta da quattro candele che vengono accese man mano in ogni domenica d’avvento segnando il tempo, le quattro settimane, che separano dal Natale e della nascita di Gesù Bambino. La notte di Natale le quattro candele d’Avvento vengono sostituite da una grande candela bianca, il colore del tempo di Natale!

Non è un qualcosa di ‘riservato’ alla chiese cristiane, dove ormai si trova quasi dappertutto, di qualsiasi confessione siano i credenti che vi si ritrovano, ma è presente, ed è importante che lo sia, anche nella casa, perchè la prima chiesa, ci ricordano gli Atti degli Apostoli, è la propria famiglia dove si nasce e si cresce alla fede.

Ogni famiglia, prima dei pasti, o al mattino o alla sera o quando vuole, si raduna per pregare insieme e per prepararsi alla nascita del Salvatore.

LE QUATTRO CANDELE. Nella prima domenica di Avvento si accende la “Candela del profeta” o “Candela della Speranza”; nella seconda domenica di Avvento la “Candela di Betlemme” o “Candela della chiamata universale alla salvezza”; nella terza domenica di Avvento si accende la “Candela dei Pastori” o “Candela della gioia”; infine la quarta e ultima domenica di Avvento si accende la “Candela degli angeli”. Le candele si accendono una a settimana: o il sabato sera (all’ora del Vespro, al tramonto) o la domenica mattina (al risveglio). Secondo la tradizione è il più piccolo della famiglia che accende la candela.

I SIMBOLI RAPPRESENTATI DALLA CORONA DI AVVENTO. La “Corona di Avvento” ha come base delle candele un tema legato alla natura: foglie di alberi (abete o pino) in genere; questo simboleggia la vita, perché Cristo che sta per venire al mondo sconfiggerà le tenebre, il male e la morte.

La corona poi ha una forma circolare perché fin dai tempi più antichi il cerchio rappresenta il segno dell’eternità e al tempo stesso dell’unità; la sua forma circolare ricorda il ciclo delle stagioni, la fedeltà di Dio verso l’uomo.

La “Corona di Avvento”, inoltre, è segno di regalità e di vittoria (della vita sulla morte). Gesù è Re e non un bambino qualsiasi. Per la corona vengono utilizzati in genere i rami di pino o di abeti verdi: simbolo di vita eterna e segno di speranza. I rami ricordano anche l’entrata a Gerusalemme di Gesù, che venne accolto con foglie verdi e salutato come Re e Messia.

Di solito la “Corona di Avvento” viene ornata con nastri rossi o viola: il rosso simboleggia l’amore di Gesù, mentre il viola è segno di penitenza e conversione in attesa della venuta del Messia.

LA “CANDELA DEL PROFETA”. La prima candela della “Corona di Avvento” si chiama “Candela del Profeta” e ricorda i profeti che predissero la venuta di Cristo.

LA “CANDELA DI BETLEMME”. La seconda candela della “Corona di Avvento” si chiama “Candela di Betlemme” e viene accesa per ricordare il luogo dove nacque il Salvatore.

LA “CANDELA DEI PASTORI”. La terza candela della “Corona di Avvento” si chiama “Candela dei Pastori” e ricorda i pastori, che furono i primi a vedere Gesù e a diffondere la “lieta novella” della sua nascita. E’ rosa come il colore liturgico della terza domenica d’Avvento, chiamata la domenica “Gaudete“.

LA “CANDELA DEGLI ANGELI”. La quarta candela della “Corona di Avvento” si chiama “Candela degli Angeli” per ricordare gli angeli che richiamarono i pastori alla grotta di Betlemme annunciando la nascita del Bambino Gesù.

Se volete imparare tutto su come realizzarla…

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Maranathà (Luca 21,20-28)

20 «Quando vedrete Gerusalemme circondata da eserciti, allora sappiate che la sua devastazione è vicina. 21 Allora quelli che sono in Giudea, fuggano sui monti; e quelli che sono in città, se ne allontanino; e quelli che sono nella campagna non entrino nella città.

22 Perché quelli sono giorni di vendetta, affinché si adempia tutto quello che è stato scritto.

23 Guai alle donne che saranno incinte, e a quelle che allatteranno in quei giorni! Perché vi sarà grande calamità nel paese e ira su questo popolo. 24 Cadranno sotto il taglio della spada, e saranno condotti prigionieri fra tutti i popoli; e Gerusalemme sarà calpestata dai popoli, finché i tempi delle nazioni siano compiuti.
25 Vi saranno segni nel sole, nella luna e nelle stelle; sulla terra, angoscia delle nazioni, spaventate dal rimbombo del mare e delle onde; 26 gli uomini verranno meno per la paurosa attesa di quello che starà per accadere al mondo; poiché le potenze dei cieli saranno scrollate.

27 Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire sulle nuvole con potenza e gloria grande. 28 Ma quando queste cose cominceranno ad avvenire, rialzatevi, levate il capo, perché la vostra liberazione si avvicina».

(Luca 21)

bibbiaaperta

Un commentario patristico suggerisce questa lettura di Origene da fare oggi, dopo aver pregato su questo Evangelo.
Attenzione, si tratta di Origene di Alessandria, considerato uno tra i principali scrittori e teologi cristiani dei primi tre secoli. Di famiglia greca, fu direttore della «scuola catechetica» di Alessandria (Didaskaleion).
Interpretò la transizione dalla filosofia pagana al cristianesimo e fu l’ideatore del primo grande sistema di filosofia cristiana. Non va confuso con il suo omonimo, anch’esso alessandrino, Origene, filosofo neoplatonico.

Il brano proposto per la meditazione sul Vangelo è molto denso ma, secondo me, molto adatto a prepararsi all’inizio del tempo liturgico che viene, anzi è già venuto, e che verrà. Il tempo di Avvento. Tempo in cui si invoca il Signore con la breve formula che ho messo come titolo di questo post. Espressione che significa contemporaneamente “Vieni, Signore!” e “Il Signore è venuto!”.

Maranathà!

Origene (ca 185-253), sacerdote e teologo
Discorsi su Giosuè, 11, 3-4; SC 71, 287

«Camminate mentre avete la luce, perché non vi sorprendano le tenebre» (Gv 12,35)

Non appena il Salvatore è venuto, era già la fine del mondo. Questo, lo dice egli stesso, situando la sua venuta alla fine dei tempi: « Convertitevi, perché il Regno dei cieli è vicino » (Mt 4,17). Egli però ha trattenuto e ritardato il Giorno del compimento; gli ha impedito di sorgere.

Infatti Dio Padre, vedendo che la salvezza non può venire se non per mezzo di Gesù, gli disse: « Chiedi a me, ti darò in possesso le genti e in dominio i confini della terra » (Sal 2,8). Per cui, finché non sarà compiuta questa promessa del Padre, finché le Chiese non saranno accresciute nelle diverse nazioni e non vi saranno entrate « tutte le genti » perché finalmente « tutto Israele sia salvato » (Rm 11,25), il Giorno è prolungato, il tramonto del giorno è differito. Il « Sole di giustizia » (Ml 3,20) non tramonta mai, ma continua a versare la luce della verità nel cuore di quanti credono.

Ma quando la misura dei credenti sarà piena e sarà venuto il tempo degenere e corrotto dell’ultima generazione in cui « per il dilagare dell’iniquità, l’amore di molti si raffredderà » (Mt 24,12), allora, « i giorni saranno abbreviati » (Mt 24,22).

Sì, lo stesso Signore sa prolungare la durata dei giorni quando è il tempo della salvezza, e sa abbreviare la durata del momento della tribolazione e della perdizione. Quanto a noi, mentre abbiamo il giorno e si prolunga per noi il tempo della luce, « comportiamoci onestamente, come in pieno giorno » (Rm 13,13) e facciamo le opere della luce.

Corde per pregare – la mia!

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Concludo questa serie di post su questo tipo di strumenti per la preghiera mostrandovi la mia.

Com’è

Una corda per la preghiera classica, che viene dall’Africa Orientale, dai cristiani copti, che oltre ad aiutarmi nel mio rivolgere al Signore, mi aiuta a ricordarmi dei cristiani assai meno fortunati di me nel poter professare liberamente la loro fede.

Mi ricorda delle chiese del silenzio, dei martiri per la fede e di tante altre cose.

 

Alla mia corda di preghiera, dall’altro lato, ho attaccato una croce dettadi San Benedetto” che è lì principalmente perchè è il ricordo di un fratello carissimo di Montemonaco che me l’ha donata, ma anche perchè mi richiama allo spirito dell’Ora et Labora di cui l’intero Occidente è debitore all’uomo di Norcia. Perchè con il nostro pregare ed il nostro incessante lavorare per l’edificazione del regno, noi rendiamo gloria a Dio.

Dal ruvido al lavorato, dalla corda grezza al metallo dorato, dal peccato alla salvezza, secondo la Sua volontà.

Soli Deo Gloria…

Nihil operi Dei anteponatur.

Mi ricorda che la mia preghiera deve essere semplice, mai ampollosa, nutrita incessantemente dalla Parola di Dio, principalmente dai Salmi e dai Vangeli, e che deve sempre essere rivolta al Cristo.

Sola Scriptura, Solus Christus…

Nihil Christo anteponatur.

Mi ricorda che sono salvato per grazia, per il solo dono della fede, e che devo continuamente fare eucaristia, rendere grazie per tutto questo.

Sola Gratia, Sola Fide…

Come prego

Dieci nodi, una croce fatta anch’essa da nodi, un cappio iniziale.

Il cappio iniziale agli occhi della mia fede è il peccato originale, che si ripercuote nei peccati quotidiani, che combatto grazie al dono della fede e della grazia con una preghiera continua che mi avvicina, nodo dopo nodo, evento dopo evento, alla Croce, per cui ad ogni giro, ad ogni mandata, ad ogni posta, sono chiamato a scegliere, a rendere grazie.

Invoco lo Spirito. mi dichiaro figlio nel Figlio all’inizio,  supplico il Padre nella preghiera e giunto ai piedi della Croce lo ringrazio per essa.

Allora la Croce mi riappare davanti, da grezza che era, ora è bella, dorata, mi appare la sua potenza.

Ma subito riprendo, riparto, perchè è duro stare sotto la Croce, è difficile vederla a lungo per quello che veramente è, strumento unico ed universale di salvezza. Perciò di nuovo devo invocare lo Spirito, nutrire la mia fede, pregare senza interruzione.

Il testo per la preghiera litanica che utilizzo di preferenza è la preghiera del pubblicano, la preghiera di Gesù (“Signore Gesù Cristo, figlio di Dio, abbi pietà di me peccatore”). Ma anche i versetti del salmo Miserere (Salmo 50 o 51) o la professione di fede di Maria di Nazareth (Luca 1,38:  «Ecco, io sono la serva del Signore; mi sia fatto secondo la tua Parola»). A volte da soli, altre volte alternati.

 

La Regola

Da monaco nello spirito, pure se in città, mi sforzo di attenermi a quanto lascò scritto Benedetto da Norcia.

 XX – De reverentia orationis

  1. Si, cum hominibus potentibus volumus aliqua suggerere, non praesumimus nisi cum humilitate et reverentia,
  2. quanto magis Domino Deo universorum cum omni humilitate et puritatis devotione supplicandum est.
  3. Et non in multiloquio, sed in puritate cordis et compunctione lacrimarum nos exaudiri sciamus.
  4. Et ideo brevis debet esse et pura oratio, nisi forte ex affectu inspirationis divinae gratiae protendatur.
  5. In conventu tamen omnino brevietur orati

XX – La riverenza nella preghiera

 

  1. Se quando dobbiamo chiedere un favore a qualche personaggio, osiamo farlo solo con soggezione e rispetto,
  2. quanto più dobbiamo rivolgere la nostra supplica a Dio, Signore di tutte le cose, con profonda umiltà e sincera devozione.
  3. Bisogna inoltre sapere che non saremo esauditi per le nostre parole, ma per la purezza del cuore e la compunzione che strappa le lacrime.
  4. Perciò la preghiera dev’essere breve e pura, a meno che non venga prolungata dall’ardore e dall’ispirazione della grazia divina.
  5. Ma quella che si fa in comune sia brevissima e quando il superiore dà il segno, si alzino tutti insieme.

 

(4- fine)

Link utili a chi vuole approfondire

La corda da preghiera – Esicasmo e Lectio Divina

Regola di San Benedetto in latino e in italiano (testo a fronte)

Sulla Croce di San Benedetto

Suggerimenti per la preghiera e la lettura biblica della settimana

Ricevo dal fratello pastore Elpidio Pezzella, che ringrazio.

«Questo libro della legge non si allontani mai dalla tua bocca, ma meditalo, giorno e notte; abbi cura di mettere in pratica tutto ciò che vi è scritto»
Giosuè 1:8

Chiesa di San Benedetto a Montemonaco
Chiesa di San Benedetto a Montemonaco

Il testo si riferisce alla legge di Mosè, oggi noi lo riferiamo è a tutta la Scrittura, utile a correggere, incoraggiare e fortificare così da poter raccogliere frutti (Salmo 1:1). Citando il verso «La fede dunque viene dall’udire, e l’udire viene dalla parola di Dio» (Romani 10:17), ci si impegna affinché ciò che udiamo non si diparta dalle nostre orecchie. L’invito, in questo caso, è che essa non si allontani dalla bocca. Il riferimento è ai nostri discorsi, i quali devono essere incentrati su ciò che la Scrittura insegna. Spesso capita che pronunciamo cose contrarie alla Scrittura, poi ci chiediamo il perché Dio non risponda alle nostre preghiere. La nostra vita prospera solo se la Sua parola non si diparte dalla nostra bocca (Proverbi 3:13; Proverbi 21:23; Matteo 15:18). La bocca pronuncia ciò che è dentro noi, se dichiariamo incredulità nel nostro cuore, allora, manca la fede. Dovremmo imparare a dichiarare che il Signore è Colui che provvede, che non ci lascia e non ci abbandona. È necessario che, quanto affermiamo con la bocca sia anche ciò che è nel nostro cuore altrimenti finiamo per diventare degli ipocriti.

Come meditare

Meditare la Parola giorno e notte non vuol dire leggerla o recitarla a memoria, ma intende qualcosa di più profondo e anche intimo. Per meditare occorre passare dal leggere o dichiarare il testo biblico al suo ascolto. Giosuè era ancora nel deserto quando ricevette una tale parola, a sottolineare come nel posto in cui c’è solo silenzio (senza parole), Dio parla. Porsi in ascolto è quindi il punto di partenza della meditazione, che consente alla Scrittura di scendere nel nostro cuore e alla nostra bocca di dichiarare con fede. Sviluppare la capacità di fermare i pensieri, la disposizione a non lasciarsi distrarre o condizionare, aiuta la sensibilità della fede a percepire la voce di Dio, dolce e sommessa. Nel momento in cui, nel silenzio, giunge la risposta è necessario agire, senza esitazione e lontani dai mille dubbi che possono assalire la mente. Delle volte per agire secondo la fede dobbiamo fermare i nostri pensieri, questo perché i Suoi pensieri non sono i nostri pensieri. La fede deve essere sconsiderata e disavveduta, poiché essa è pazzia e non raziocinio.

Lettura della Bibbia

07 novembre Ezechiele 26-27; 2 Corinti 10-11
08 novembre Ezechiele 28-29; 2 Corinti 12-13
09 novembre Ezechiele 30-31; Galati 1-2
10 novembre Ezechiele 32-33; Galati 3-4
11 novembre Ezechiele 34-35; Galati 5-6
12 novembre Ezechiele 36-37; Efesi 1-2
13 novembre Ezechiele 38-39; Efesi 3-4

Il 10 novembre 1483, a Eisleben, Germania nasceva Lutero. Quando si pose all’ascolto della Parola un fuoco infiammò la sua vita e ne fece la scintilla che infiammò la Riforma.

In tempo di terremoto, pregando per i miei fratelli

Dio creatore,
che reggi con la tua sapienza l’armonia dell’universo,
abbi pietà di noi tuoi fedeli, sconvolti dai cataclismi
che scuotono le profondità della terra;
vegli a sull’incolumità delle nostre famiglie,
perché, anche nella sventura,
sentiamo su di noi la tua mano di Padre,
e, liberati dal pericolo, possiamo cantare la tua lode.
Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio,
e vive e regna con te, nell’unità dello Spirito Santo,
per tutti i secoli dei secoli.

Amen.

Rigidità e Firma fides

Rigidità e Firma fides

Considerazioni iniziali

Due considerazioni iniziali. Leggo l’ennesima omelia a Santa Marta di Papa Francesco, che lamenta l’eccessiva “rigidità” di certi credenti che, a suo dire, non vivono la loro fede nella tranquillità del quotidiano e pretendono, guarda un po’, che tutti osservino la legge.

Prende come esempio della rigidità il figlio maggiore della parabola del figliol prodigo.

La lettura mi sconcerta un po’. Perchè a mio parere è una lettura troppo semplificata e che si presta ad ambiguità e fraintendimenti.

E’ certo infatti che il figlio maggiore della parabola non è un’esempio di accoglienza nei riguardi del figlio minore. Ed è anche certo che il cristiano è chiamato ad essere misericordioso verso la persona che sbaglia come il padre della parabola. Ma, per l’appunto, è chiamato ad essere misericordioso verso la persona, a dare una seconda possibilità, o una terza, alla persona che sbaglia.

Ma la misericordia verso la persona, che il padre ha, ed il figlio maggiore no, secondo la parabola, non è misericordia verso l’errore. L’errore resta, la violazione della legge resta, è quella va condannata e denunciata per quello che è.

Figlio…

Il messaggio di risposta del padre al figlio maggiore è chiaro (cito a memoria, perdonatemi se manca qualcosa).

Figlio, tu sei sempre con me (ovvero sei sempre stato fedelmente sotto la mia legge) e tutto quello che è mio è anche tuo (ovvero se sei sotto la mia legge non solo per obbedienza ma per amore alla mia persona, non senti il bisogno di altro, di altre cose o di altro riconoscimento), ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita; era perduto ed è stato ritrovato.

Cosa significa? Che il padre sa che il figlio minore ha violato la legge, vivendo da guadente, dilapidando le ricchezze donategli dal padre, nella dissolutezza anche sul piano sessuale (non anche forse ma soprattutto visto che si tratta della dimensione più intima della persona). Il padre però è misericordioso e dice al figlio minore: hai violato la legge, saresti meritevole di condanna, ma poichè ti sei pentito, ti sei convertito, hai cambiato radicalmente la tua strada, allora ti dono, e sono felicissimo di donartela, una seconda possibilità. E poi dice al figlio maggiore, quello obbediente alla legge: come rispetti la mia legge, cerca di imitare il mio comportamento.

L’ambiguità

Qui sta l’ambiguità di certi messaggi. Perchè nella lettura quotidiana di moltissimi credenti, cattolici e non, la parte che io ho messo in neretto (poichè ti sei pentito, ti sei convertito, hai cambiato radicalmente la tua strada) viene completamente cancellata.

Si mettono di fronte ai nostri occhi comportamenti contro la legge di Dio, completamente sbagliati e si dice che dobbiamo perdonarli. Ma non si possono perdonare i comportamenti contro la Legge di Dio! Si possono e si debbono perdonare le persone che li hanno, ma se rispettano i requisti di cui sopra: se si pentono, se lo dichiarano come fa il figlio minore della parabola, se cambiano la loro strada, se dichiarano di non voler peccare più!

Neppure uno iota della legge perirà, lo dice Gesù nel Vangelo, non uno qualsiasi, e nemmeno un papa può derogare da questo, o far finta che non sia scritto. O, peggio ancora a mio modo di vedere, sapendo che questa è la Verità, lasciar intendere altro.

Allora, è giusto dire che occorre non essere rigidi come il figlio maggiore della parabola; che occorre sforzarsi di essere misericordiosi come il Padre (sforzarsi, perchè non siamo il Padre, e se eccediamo credendo di esserlo, la nostra, da santa misericordia, diventa colpevole indulgenza!, o peggio ancora indifferenza morale, indifferenza al peccato) ma la non-rigidità, il lasciare il giudizio ultimo al Padre, non ci esime dal condannare un peccato che è chiaramente contro la Legge che è espressa nella Parola di Dio, rivelata agli uomini, confermata dal Cristo! 

Firma fides

La non-rigidità si deve affiancare alla firma fides, alla fede ferma in quanto dice la Legge. Non uccidere significa non uccidere, ovvero non togliere mai la vita all’altro per tua libera scelta o decisione, perchè la vita è di Dio. E non sono mai ammesse eccezioni. Se ancora esiste la fede sulla terra non è certo grazie alle nostre teologie, è grazie al Sangue di Cristo sulla Croce, ed al sangue dei martiri nel nome di Cristo.

Grazie al sangue di chi ha vissuto dal primo all’ultimo momento della sua vita con firma fides, rivolgendo la sua speranza (devota spes) solo e soltanto al Cristo e comportandosi con misericordia (sincera caritas) verso gli altri.

La firma fides è tuttora necessaria per la salvezza. Perchè, senza di essa, senza la fede nel Cristo, la nostra non è misericordia, ma solo, perdonatemi l’espressione, carità pelosa, un lasciare alla fine le cose come stanno facendo finta che vadano bene. Allora forse non si sarà rigidi, ma sicuramente si diventerà ipocriti. E non mi sembra che Gesù ammetta l’ipocrisia per chi dice di credere in Lui e nel Padre che lo ha mandato, e ha donato la Legge agli uomini.

Il Signore accresca la nostra fede.

Amen.

Rigidità e Firma fides
Rigidità e Firma fides

Gerusalemme città di pace e di tormento

31 In quello stesso momento vennero alcuni farisei a dirgli: «Parti, e vattene di qui, perché Erode vuol farti morire». 32 Ed egli disse loro: «Andate a dire a quella volpe: “Ecco, io scaccio i demòni, compio guarigioni oggi e domani, e il terzo giorno avrò terminato”. 33 Ma bisogna che io cammini oggi, domani e dopodomani, perché non può essere che un profeta muoia fuori di Gerusalemme.

34 Gerusalemme, Gerusalemme, che uccidi i profeti e lapidi coloro che ti sono mandati, quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli, come la chioccia raccoglie i suoi pulcini sotto le ali; e voi non avete voluto! 35 Ecco, la vostra casa sta per esservi lasciata deserta. Io vi dico che non mi vedrete più, fino al giorno in cui direte: “Benedetto colui che viene nel nome del Signore!”»

(Luca 13)

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Giovanni Taulero (ca 1300-1361), domenicano a Strasburgo
Discorso 21, 4° per l’Ascensione

“Quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli come una gallina
la sua covata sotto le ali e voi non avete voluto!”

Gerusalemme era una città di pace, ma anche simbolo di tormento, poiché Gesù vi ha sofferto moltissimo e lì è morto fra immensi dolori. E’ in questa città che gli dobbiamo essere testimoni, e non a parole, ma in verità, con la nostra vita, imitandolo per quanto possiamo.

Molti sarebbero volentieri testimoni di Dio nella pace, a condizione che tutto vada secondo quanto desiderano. sarebbero volentieri santi, a condizione che non ci sia nulla di difficile nell’esercizio e nell’ascesa alla santità.
Vorrebbero gustare, desiderare e conoscere le dolcezze divine, senza passare in alcuna amarezza, pena e desolazione. Quando arrivano loro forti tentazioni, tenebre, quando non sentono più Dio e la sua vicinanza, e si sentono abbandonati dentro e fuori, allora cedono, tornano indietro e non sono pertanto veri testimoni.

Tutti cercano la pace. Dovunque, con azioni e in ogni modo, si cerca la pace.
Oh! Potessimo liberarci di questa ricerca e cercare, noi, la pace nel tormento!

Là solamente nasce la vera pace, quella che resta e non finisce…

Cerchiamo la pace nel tormento, la gioia nella tristezza, la semplicità nella molteplicità, la consolazione nell’amarezza; è così che diventeremo testimoni di Dio.

Hallowed e Halloween

Hallowed e Halloween

Our Father, who art in heaven,
hallowed be thy Name.

Così la preghiera del Signore, il “Padre Nostro”, in inglese. Hallowed be thy Name, ovvero, Santificato sia il Tuo Nome.

La cosiddetta festa di Halloween (All hallows eve) nella realtà è semplicemente la vigilia della festa cristiana di Ognissanti, la festa in cui si ricordano tutti i santi, canonizzati o meno che siano. O, come preferisco dire io, in cui si fa memoria che con il dono della grazia di Dio si possono vincere le tenebre del peccato, che infesta le nostre vite, e scoprire la bellezza piena del vivere con Dio, secondo la Sua Parola.

Siano i grani seminati e i frutti rincasati

Nella realtà contadina esiste un detto che suona:

Per l’Ognissanti
siano i grani seminati
e i frutti rincasati.

Questo detto sta ad indicare, facendo riferimento alla fine del periodo di semina, ed all’avvicinarsi dell’inverno, che l’uomo deve seminare e lavorare duramente su se stesso ogni anno per sperare di raccogliere un frutto il più copioso possibile nella bella stagione successiva. Facile direi la trasposizione del tutto su un piano spirituale.

La falsa Halloween

Facile anche capire perchè il mondo secolarizzato, il mondo del denaro, il mondo del commercio e di mammona stia facendo di tutto, negli ultimi anni, per trasformare questo ricordo cristiano nel suo esatto contrario. Per cui Halloween sembra essere diventata la festa degli zombies, delle streghe e dei vampiri… Che devono restare il più possibile nella vita dell’uomo. Perchè il demonio vuole che sia la paura quella che paralizza le nostre vite…

Giusto quindi criticare la moderna Halloween se si limita ad apparire una specie di festeggiamento delle realtà di morte, vera o apparente che essa sia. E giusto tutelare i nostri bambini ed i nostri figli spiegando loro tutto questo apparato, questo scenario che ci circonda in questi giorni (con Sara l’ho fatto, rispondendo alle sue domande, la settimana scorsa).

Senza esagerare

Ma credo che non bisogna esagerare, che bisogna farlo senza esagerare. Altrimenti si rischia di fare solo pubblicità al demonio che, questo significa la festa in realtà, continua ad impaurire l’uomo peccatore, ma è irreparabilmente sconfitto. Tanto che la festa finisce “a tarallucci e vino”, o, meglio, a “dolcetto o scherzetto”. A simboleggiare che l’uomo che, di fronte al potere delle tenebre, sceglie la luce di Dio, è, in Cristo, il solo vero vincitore della morte.

Mangiati tranquillamente i dolcetti, ho detto a Sara, ma sapendo che tutte quelle altre cose (streghe, maghi, fattucchiere, morti viventi…) non esistono se non nelle nostre paure. E comunque scappano di fronte alla fede, scappano di fronte ad una semplice preghiera.

Our Father, who art in heaven,
hallowed be thy Name.

Amen.

Hallowed e Halloween
Hallowed e Halloween

Obiezione di coscienza

Come la penso, mi chiedono in un messaggio privato su Facebook.
Rispondo in pubblico qui.

L’obiezione di coscienza è un diritto. Per un cristiano, che crede che la vita sia un dono di Dio e non “sua”, a sua disposizione è un dovere prima che un diritto opporsi in ogni modo alla soppressione di una vita, che sia la propria o altrui.

Per un cristiano non possono essere ammissibili, a meno di non rinnegare la propria fede, il dare la morte all’altro uomo (omicidio, pena di morte…) o a se stesso (suicidio, eutanasia…).

L’aborto volontario è un’omicidio, in qualunque momento dopo il concepimento.

L’obiezione di coscienza all’aborto per un medico o un infermiere cristiano è un dovere prima che un diritto perchè equivale a sopprimere una vità che da Dio viene e a Dio è destinata a tornare, nel tempo e nel modo che Dio vuole.

Così la penso.

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