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I Die Tomorrow

I Die Tomorrow

I Die Tomorrow, ovvero Morirò domani.

Così era scritto su di un lato di un avambraccio di un uomo che avevo seduto stamani davanti a me, in Metropolitana. Aspetto da “duro”. Aveva poi delle aquile o dei simboli celtici, non li ho visti bene, tatuati nell’interno delle parte superiori del braccio.

Poi l’avambraccio si è girato. Ed ho visto che aveva tatuato anche, ben chiaro e leggibile, il proprio gruppo sanguigno.

Mi è venuto da sorridere. Se sei così duro da scrivere, in gotico, che morirai domani, allora perchè metti dall’altro lato lato il gruppo sanguigno. Hai visto mai che ti fai male davvero, ed allora vuoi che gli altri si sbrighino a salvarti!

Mah…

Morire morirai

Stai certo fratello. Morire morirai. Quando, non sta certo a te saperlo. Le parole umane sono davvero senza senso, se non c’è la Parola di Dio che le guida.

I die tomorrow. Stai certo fratello. Morire morirai.
I die tomorrow. Stai certo fratello. Morire morirai.

Apro il giornale, e fido solo in Dio

Apro il giornale. Sul web, ma lo apro. E leggo. Leggi liberticide, Stato etico, politici e banchieri corrotti fino al midollo ma che pretendono di decidere cosa è giusto o sbagliato, morale o immorale, manager di Stato di neppure troppo successo, anzi, gratificati con liquidazioni scandalose, con cui ripianeresti il deficit e riempiresti le tasche di migliaia di lavoratori.
Posti di lavoro che non ci sono, famiglie abbandonate a se stesse, aziende che uno dopo l’altra falliscono e passano in mano straniera, gente che si dice “santa” e  lucra sull’immigrazione e la disperazione della gente.
Ma il problema sono i vaccini, l’omofobia, i matrimoni gay, il poliamore, l’abbandono degli animali… Problemi fasulli montati ad arte per far scomparire le banche, le ruberie, una pressione fiscale vicino all’usura, un lavoro sfruttato come mai. Come la guerra tra poveri montata ad arte tra italiani ed immigrati…
Però questo, dicono, è un paese democratico. Talmente democratico che non si può più votare. Talmente democratico che il voto ce l’hanno sequestrato. Ma non temete, ora che i parlamentari hanno maturato il tanto agognato diritto al vitalizio, di vivere sulle spalle di quelli che hanno finto di governare per cinque anni, ora si voterà, forse! Non appena avranno capito come continuare a far sì che perduri il gioco delle parti. Affinchè vincano sempre gli stessi poteri, perchè tutto sembri cambiare mentre non cambia nulla.
Come nella mia città, Roma. Tre sindaci di colore diverso, stessa spazzatura!
Poi qualcuno mi rimprovera perchè dice che dai miei ultimi post sembra che io agogni ad una teocrazia!
 
Siete in errore cari signori! La teocrazia c’è già. Perchè il mondo è di Dio e non è vostro. La vita è di Dio e non è vostra, e potrebbe sfuggirvi di mano in un istante mentre leggete questo sfogo.
 
Occorre impegnarsi per la società civile, dicono… ma quale? Quella governata da politici quaqquaraqua? Da gente forte con i deboli, o con i tartassati che ha impoverito fino al midollo, e volutamente debole con i forti, liberi di rubare, evadere, non pagare le tasse, lucrare…
 
Sono pessimista? No, io credo soltanto realista. E, lo dico in tutta franchezza, continuo ad impegnarmi nel lavoro e nel sociale perchè credo in Dio, e credo che debbo adempire ai suoi comandi, di onorarLo, nei miei figli, nel mio lavoro, nel mio matrimonio.
 
Di questa cosiddetta società civile e dei suoi boiardi ne ho piene le tasche. Nulla mi ha dato, ed ancor menò darà a mia figlia.
 
Io fido in Dio. Solo in Dio confido. Di voi, Lorsignori, non mi importa nulla. Non ho alcun timore di voi. Vi rispetto perchè uomini come me, ma non oltre. E fido che le vostre tasche piene, le vostre monete di carta straccia, brucino assieme a voi nella Geenna.
 
“Se da DIO accettiamo il bene, perché non dovremmo accettare anche il male?”. In tutto questo Giobbe non peccò con le sue labbra.
(Giobbe 2:10)
 
«Nudo sono uscito dal grembo di mia madre e nudo vi ritornerò. L’Eterno ha dato e l’Eterno ha tolto. Sia benedetto il nome dell’Eterno». 22 In tutto questo Giobbe non peccò e non accusò DIO di alcuna ingiustizia.
(Giobbe 1:21-22)
 
 

Il 5 per mille che a me non costa nulla… Ma davvero?

Il 5 per mille: a te non costa nulla ma per noi vale tantissimo.

Il 5 per mille: a te non costa nulla ma per noi è importantissimo.

E via così.

In questo periodo, come sempre in questo periodo, sono assillato (sono a quota 37 richieste finora!), come tutti i contribuenti italiani, dalle richieste di devolvere a questo o quella associazione, centro sportivo, Caritas parrocchiale, ONG, organizzazione internazionale, etc… il mio 5 per mille, ovvero una quota dell’IRPEF che, comunque, dovrei pagare.

Negli anni la quota di possibili destinatari si è ampliata, a tal punto che oggi persino la mia squadra di Subbuteo e Calcio da Tavolo può esserne destinataria! E la cosa mi lascia assai perplesso.

Ricopio dal web uno specchietto riassuntivo a riguardo.

Il 5 per mille è una misura fiscale che consente ai contribuenti di destinare una quota dell’IRPEF (pari, appunto, al 5 per mille dell’imposta sul reddito delle persone fisiche) a enti che si occupano di attività di interesse sociale, come associazioni di volontariato e di promozione sociale, onlus, associazioni sportive che svolgono prevalentemente attività socialmente utili, enti di ricerca scientifica e sanitaria.

Non è una donazione, quindi non beneficia delle connesse agevolazioni fiscali (non si può detrarre dalle tasse), ma non comporta neppure oneri aggiuntivi (in pratica non costa nulla) in quanto il contribuente è comunque tenuto a pagare l’IRPEF.

Introdotto per la prima volta nel 2006 a titolo sperimentale, il 5 per mille è stato poi inserito ogni anno nella cosiddetta Legge di Stabilità (ex Legge Finanziaria), subendo di volta in volta alcune modifiche, ed è stato infine stabilizzato dalla Legge n.190 del 2014 (Legge di Stabilità 2014).

Tale legge ha altresì fissato un tetto massimo pari a 500 milioni di euro da destinare al 5 per mille, sia per il 2015 sia per gli anni successivi.

Il 5 per mille riguarda solo l’imposta sul reddito delle persone fisiche (IRPEF) e non delle società (IRES), gli imprenditori possono però aderire al contributo tramite la dichiarazione dei propri redditi personali.

Le finalità per cui può essere destinato il 5 per mille sono il sostegno e il finanziamento di:Enti non profit, come organizzazioni di volontariato, cooperative sociali, organizzazioni di promozione sociale, organizzazioni non lucrative di utilità sociale, cioè onlus (articolo 10 del decreto legislativo 460/1997), ecc.;

Istituti che si occupano di ricerca scientifica;
Università; Enti dediti alla ricerca sanitaria;
Servizi sociali del comune di residenza del contribuente;
Associazioni sportive dilettantistiche accreditate dal Comitato Olimpico, in cui sia presente il settore giovanile e che svolgano attività in favore di persone svantaggiate da un punto di vista fisico, psichico, familiare o economico;
Attività di salvaguardia, sostegno e valorizzazione dei beni culturali e paesaggistici (legge n.111 del 15 luglio 2011).

Per dirla alla romana, ormai “la qualunque” può essere destinataria del cinque per mille.

Ma è vero che il 5 per mille non mi costa nulla?

E’ uno slogan che fa riferimento al fatto che comunque si tratta di una percentuale millesimale, come l’8 per mille o il 2 per mille, dalla tassa sul reddito di me in quanto persona fisica (IRPEF in sigla) che comunque dovrei pagare.

Ma mi costa, io direi. E nemmeno poco, visto che più trascorrono gli anni (la mia prima dichiarazione è del 1985, relativa ai redditi 1984) più lo Stato è diventato esoso nei miei riguardi.

Al punto che quando sono stato licenziato dalla mia Azienda si è trattenuto sotto forma di imposta qualcosa come il 33% o il 37% (non ricordo esattamente, ma credetemi, la percentuale era compresa in quella forbice) del mio trattamento di fine rapporto, che per logica avrei dovuto reinvestire per cercare lavoro. Il 30 e passa per cento lo ha trattenuto subito, e poi mi ci ha fatto ripagare altre tasse nella dichiarazione dell’anno successivo…

Mi costa perchè lo Stato non solo è esoso, ma mi rende sempre meno servizi nei vari ambiti di sua competenza, quali la sicurezza, la sanità, la scuola per i miei figli. Al punto che oggi mi chiedono il 5 per mille anche enti di competenza regionale o comunale. Perchè lo Stato trasmette loro sempre meno risorse per queste cose e perchè loro, come lo Stato, sono sempre più simili a parassiti che usano tutte le risorse che hanno per alimentare la macchina che li fa “funzionare” (volutamente tra virgolette).

Mi costa perchè dare il 5 per mille ad alcuni di questi enti è quindi come pagare le tasse due, tre o quattro volte. Pago lo Stato perchè la Regione mi dia determinate forme di assistenza sanitaria, pago la Regione (addizionale regionale) perchè lo Stato non le devolve i miei soldi, pago il Comune (addizionale comunale) perchè “idem” ed infine dovrei anche pagare il 5 per mille ai serivizi sociali del mio comune di residenza???

Quindi, tornando allo slogan pubblicitario di partenza, il 5 per mille, care associazioni, non solo mi costa, ma mi costa caro, anzi ci costa carissimo!

Poi non vi preoccupate. Un codice fiscale ce lo scriverò nell’apposito spazio della mia dichiarazione. Ma possibilmente di qualcuno che non mi assilli con quello slogan bugiardo che sembra piacervi tanto.

 

No alla maternità surrogata

No alla maternità surrogata – perchè questo post?

Perchè i maggiori media, televisivi, cartacei e altro, hanno volutamente ignorato questa manifestazione, contro il pensiero unico che si vuole imporre con la censura e con tutti i mezzi possibili.

Riprendo per la massima parte i contenuti di questo post dalla newsletter “Guida alla settimana” del sito Evangelici.Net.

Iscriversi alla newsletter è gratuito e semplice, basta inviare una mail a notizie@evangelici.net con oggetto “Iscrizione Guida alla settimana”. Anche solo per provare: se poi non vi interessa, scrivete una mail (con oggetto “cancellazione”) e non vi disturberanno più.

No alla maternità surrogata – la manifestazione alla Camera

Giovedì alla Camera dei Deputati si è svolta un’iniziativa poco enfatizzata sui giornali: una manifestazione trasversale per dire “no” alla maternità surrogata.

Una varietà di voci che hanno affrontato l’argomento dal punto di vista umano, etico, legale, per dare poi forma a un documento indirizzato all’Onu dove si sottolinea come la gestazione per altri sia «incompatibile con il rispetto dei diritti umani e della dignità delle donne».

No alla maternità surrogata -L’intervento del ministro Lorenzin

Del resto, ha ribadito al convegno il Ministro della salute, Beatrice Lorenzin, «l’utero in affitto è un commercio, una pratica antica con mezzi nuovi. Il giorno in cui vedrò una donna ricca, bianca, occidentale fare da portatrice in utero per una donna povera, indiana, sterile, allora mi ricrederò e ammetterò che può essere solidaristico».

E, ha aggiunto, «mai avrei immaginato che il principio di mater sempre certa potesse un giorno essere messo in discussione in nome di sofisticati ragionamenti che vogliono annullare la natura».

No alla maternità surrogata – L’intervento della filosofa Sylviane Agacinski

Contro la pratica dell’utero in affitto si è espressa anche la filosofa Sylviane Agacinski, che in un intervento riportato dall’Osservatore romano rileva come «la dignità, nozione al tempo stesso etica e giuridica, significa che ogni persona ha un valore intrinseco e che, contrariamente alle cose, contrariamente ai beni scambiabili, essa non ha equivalenti e non può aver alcun prezzo. In quanto soggetto di diritti, l’essere umano deve dunque essere rispettato nella sua integrità morale e fisica».

La gestazione per altri infatti è frutto di un contratto che «equipara unicamente e semplicemente la donna e il bambino a beni».

La pratica si basa su due concezioni inaccettabili, scrive ancora Agacinski: «la prima è una concezione dualista della persona. L’individuo è ridotto alla sua volontà, mentre il suo corpo è un organismo biologico di cui disporrebbe a suo piacimento, per suo conto o per conto terzi», mentre «la seconda è una concezione iper-liberale dell’economia e della società.

No alla maternità surrogata – Una pratica del tutto illegittima

Secondo tale concezione, la legittimità dei contratti poggia sul solo consenso dei contraenti e dunque sulla loro pretesa libertà individuale»; ne discende che «il consenso della persona, in quanto proprietaria, giustifica allora qualsiasi contratto, e quindi qualsiasi mercato, compreso quello degli organi tra viventi».

A tale prospettiva, risponde Agacinski, «si deve contrapporre il ruolo civilizzatore del diritto», capace di regolare i rapporti e i diritti andando oltre i contratti, resistendo e rifiutando «l’ampliamento senza limiti di un mercato che s’impossesserebbe di tutto e di tutti».

No alla maternità surrogata
No alla maternità surrogata

Papà, il 19 marzo. la festa, il diritto del bambino

19 marzo, festa del papà… ma non dappertutto

Ieri, 19 marzo, nei paesi di tradizione cattolica si è celebrata la cosiddetta “festa del papà“.
Nella maggioranza dei paesi di tradizione anglosassone il Father’s Day viene celebrato invece la terza domenica del mese di giugno con le motivazioni che potete leggere in questo articolo.

Perchè nei paesi di tradizione cattolica si è scelta la data del 19 marzo è facile da capire. Perchè nella tradizione cattolica il 19 marzo è il giorno in cui si commemora come Santo Giuseppe, il padre putativo di Gesù (per chi fosse interessato Giuseppe è venerato come santo anche nella chiesa ortodossa ed è commemorato come sposo di Maria e padre putativo del Signore Gesù nella chiesa riformata di tradizione luterana).

Vi segnalo un articolo scritto e letto di recente che parla diffusamente del culto di Giuseppe riportando anche diverse notizie curiose (tipo il perchè si mangiano i bignè e le zeppole! Voi lo sapete?).

19 marzo, festa del papà putativo!

E qui le cose si complicano. Perchè putativo?

Perchè Gesù è il Figlio di Dio, Padre, e lo è fin dall’eternità.

La figura del padre putativo Giuseppe è misteriosamente scelta per rendere possibile al bambino Gesù una crescita il più possibile tranquilla, in una famiglia naturale, con madre e padre come tutte le famiglie naturali umane.

In un certo senso putativo  significa sia che Giuseppe era creduto, re-putato il padre naturale di Gesù, sia che Giuseppe proteggeva la re-putazione di Maria, che evitava così a quest’ultima l’etichetta, spiacevole anche a quei tempi, di ragazza madre.

Giacchè non era facile per nessuno credere al concepimento di una vergine per opera dello Spirito Santo. Nemmeno ora lo è, figuriamoci allora.

 

19 marzo, e chi il papà non ce l’ha?

Oggi pare essere un problema.

In questi tempi di politicamente corretto, tutto pare fare problema.

Nella mia classe elementare c’era un bambino che il papà non lo aveva, non sapeva nemmeno chi fosse. Un figlio di ragazza madre.

Molto semplicemente la nostra maestra, d’accordo ed in sintonia con la mamma del mio compagno (oggi molto più spesso di prima si vedono conflitti tra genitori e maestri che raramente avevano a verificarsi quando ero piccolo io) gli proponeva di fare comunque il lavoro, sia come prova delle sue abilità manuali e pratiche, come erano definite in pagella, sia per regalarlo, se non ricordo male, al nonno materno, che era per lui la figura maschile più significativa della famiglia cosiddetta allargata.

Non ricordo alcuna tensione o problema. Giacchè la maestra come la mamma cercavano il bene del bambino, e nient’altro.

19 marzo, e chi di papà ne ha due?!?

Oggi sembra che occorra affrontare anche questa problematica, praticamente inesistente ai tempi di quando ero bambino. E di fatto estremamente rara anche ora, anche se i media e le loro campagne ne parlano con una tale frequenza da farla sembrare quasi una emergenza nazionale.

Occorre precisare l’ovvio. Che non esiste in natura un bambino che abbia due padri dal punto di vista biologico (come del resto due madri).

Il padre biologico è uno ed uno solo può essere.
La madre biologica è una ed una sola può essere.

Parlo qui anche della madri, così mi risparmio di scrivere un altro post a maggio!

Si fa ovviamente riferimento ai bambini che crescono in coppie di partner dello stesso sesso.

La questione del festeggiare a scuola o altrove la festa del papà (per i bambini che crescono in una coppia formata da due donne, di cui una sola può essere la madre biologica, ma a volte non c’è) e la festa della mamma (per i bambini che crescono in una coppia formata da due uomini, di cui uno soltanto può essere il padre biologico, ma quasi sempre non c’è) si può ovviamente risolvere nello stesso modo con cui lo risolveva la mia maestra quarant’anni fa.

Con la massima attenzione al benessere del bambino.

19 marzo, chi ha colpa di che?

Il bambino non ha nessuna colpa della situazione in  cui si trova per responsabilità degli adulti che lo crescono, siano i suoi genitori naturali, o adottivi, o putativi o che so io.

Nel caso del mio compagno di classe, la colpa del possibile disagio del bambino a mio avviso era dell’egoismo del padre che aveva lasciato da sola la madre ad occuparsi del figlio.

Nel caso delle coppie dello stesso sesso, la colpa del possibile disagio del bambino a mio avviso è dell’egoismo di entrambi i componenti della coppia che, al di là dell’affetto e dell’amore sincero che hanno per i bambini che crescono con loro, li hanno esposti comunque a vivere una situazione di questo tipo.

Checchè ne dicano le sentenze più o meno creative di chi è giudice in terra, per me, credente in una Legge di Dio che è prima e sopra a tutte le altre, il bambino ha diritto a crescere nella situazione più naturale possibile, con un padre ed una madre. Tutti hanno il diritto teorico, non tutti hanno la possibilità concreta di farlo ovviamente.

Poi certo, esistono dei papà o delle madri secondo natura, che quasi quasi sarebbe meglio non avere, così come esistono dei genitori di coppie dello stesso sesso infinitamente più validi e premurosi sotto tanti o tutti i punti di vista.

Grande è il peccato, dice la Scrittura, ma infinitamente più grande e la grazia. E spesso dove abbonda l’uno, sovrabbonda l’altra.

19 marzo, ma serve proprio la festa del papà?

In realtà no. Non serve un giorno “consacrato” al padre, come non serve un giorno “dedicato” alla madre.

Serve, o meglio, fa comodo che ci sia questo tipo di ricorrenza al commercio ed alla pubblicità di ogni genere di mercanzia (quest’anno per i papà andavano particolarmente forte gli smartphone e i gadget tecnologici; i bignè e le zeppole vanno forte comunque pure senza pubblicità!).

Non serve un giorno consacrato al papà o alla mamma!

Servono dei papà, dei padri e delle madri, consacrati ai figli!

Servono dei padri e delle madri responsabili, che vivano il dono della paternità e della maternità, che non tutti hanno o possono avere, per i motivi più diversi.

Servono dei padri e delle madri che donino tutto se stessi (e non le briciole del loro tempo e dei loro desideri o piaceri personali, o tutte le cose ed i beni che possono) ai figli che il Signore ha loro donato.

Che non sono i ‘loro’ figli, ma che sono i figli che sono stati loro donati. Il nodo vero forse è proprio capire questo concetto…

19 marzo Giuseppe padre putativo
19 marzo Giuseppe padre putativo

Non è amore, è solo egoismo

Pratiche che definirle aberranti è poco.

La GPA o Gestazione per Altri è una pratica aberrante, che sia una coppia omosessuale o eterosessuale a praticarla. Con l’aggravante nel caso delle coppie omosessuali che si toglie al bambino uno o entrambi i genitori naturali.

Non mi parlate di amore. E’ solo egoismo.

E’solo egoismo, con tanti interessi economici in gioco, più la pratica dell’eugenetica di ricordo nazista. La selezione naturale degli embrioni, come le corse dei deportati nel lager, nudi, con la musica di sottofondo, e solo i più forti che sopravvivono.

Le X messe sugli uomini in formazione, invece che su quelli in disfacimento. Ma dietro c’è la stessa mentalità, degli uomini che si credono Dio e dispongono della vita altrui.

Preghiamo per la nostra società.
Preghiamo per questi bambini, perchè non abbiano a soffrire nella loro crescita.
Preghiamo per tutti coloro che, peccatori nemmeno pentiti, aiutano ed incoraggiano queste pratiche.
Quello che a noi sembra impossibile, all’Eterno è possibile, che la Sua grazia risvegli i loro cuori e le loro menti.

La differenza con la foto dell'anteprima del video? Questa è in neolingua. E' a colori e si vede solo l'apparente risultato finale. Potremmo definirla "Inciviltà dell'immagine".
La differenza con la foto dell’anteprima del video? Questa è in neolingua. E’ a colori e si vede solo l’apparente risultato finale. Potremmo definirla “Inciviltà dell’immagine”.

Condivido la foto e il post Facebook di Antonio Bianco.

DALLA GPA ALLA GPNA, UNA MAMMA PER AMICO

(Perché il punto di vista dei bambini, potrebbe essere diverso)

A volte viene da chiedersi se le abbiamo già viste tutte, o se la deriva sub-antropologica non avrà mai fine.

Ho sempre sostenuto che, a riguardo della GPA (Gestazione Per Altri), i soggetti primi da tutelare non sono tanto le madri surrogate che prestano, o affittano, il loro utero per soddisfare desideri di paternità trasformati in diritti, ma piuttosto i neo nascituri, venuti al mondo senza una precisa identità paterna e/o materna.

Premesso che la GPA è una pratica da condannare a priori, in tutti i casi, sia che a ricorrervi sia una coppia etero, sia omo, con l’aggravante per la coppia omosessuale di non garantire al nascituro una figura materna femminile come madre, e una figura paterna maschile come padre, così come la natura dispone, inoltre per ogni embrione che avrà completato il proprio sviluppo, e che quindi vedrà la luce come bambino, ce ne sono diversi che verranno sacrificati arbitrariamente, vedere alla voce aborto selettivo.

Qua il caso è ancora più aberrante, narra della storia di due omosessuali, desiderosi di paternità, che per insufficienze naturali, biologiche e antropologiche, devono ricorrere all’utilizzo di un utero esterno alla coppia (e non sto a spiegarvi il perché), non in affitto però, ma diciamo in comodato d’uso gratuito, ma non da una donna totalmente estranea, ma bensì dalla madre cinquantasettenne di uno dei due, si, si, avete capito bene.

Dal punto di vista biologico, o per meglio dire eugenetico, è andata così: naturalmente la madre surrogata, essendo avanti con gli anni (57) non ha potuto donare gli ovuli, peraltro per la legge Brasiliana tale pratica è vietata tra i componenti della stessa famiglia, in quanto non ci deve essere legame affettivo tra donatrice e fruitori, quindi gli ovuli, in questo caso otto, sono stati prelevati da una “donatrice” anonima e fecondati, quattro con gli spermatozoi di uno dei due omosessuali, e quattro con gli spermatozoi dell’altro, ottenendo così otto embrioni (esseri umani a tutti gli effetti), di questi otto ne sono rimasti quattro e poi successivamente ne sono stati selezionati due, i più forti; questa procedura applicata agli esseri umani adulti, vi ricorda qualcosa?

L’unica cosa certa al 100% è che i due gemelli sono fratellastri, vi sembrerà un’ovvietà e lo è, ma nell’era overtoniana, la verità va ribadita ogni qualvolta se ne presenti l’occasione, caso mai fosse l’ultima.

In ogni caso per i due gemellini si configura questa situazione parentale: avranno in comune la madre donatrice degli ovuli, che per contratto legale non potranno mai conoscere, in comune la madre surrogata di 57 anni ora anche in veste di nonna, ma non il padre, e ricordiamolo perché lo si dimentica troppo spesso, 6 fratellini abortiti.

Quindi siamo passati dalla GPA (Gestazione Per Altri) alla GPNA (Gestazione Per NoAntri) e la cosa non fa ridere manco un po’.


Diritti palestinesi e diritti curdi. Il doppiopesismo internazionale

Pubblico, su suggerimento dell’amico Niram, un articolo del 2004 di Alan Dershowitz sull’immondo doppiopesismo della comunità internazionale che si strappa le vesti per la “sofferenza” del popolo palestinese (realtà costruita a tavolino dopo la Guerra dei Sei Giorni) ma che mai pone sullo stesso piano la legittimità della richiesta curda di potere avere un proprio stato indipendente.

Diritti palestinesi e diritti curdi. Quale differenza?
di Alan Dershowitz

Ho una bella domanda per coloro che condannano sempre e solo Israele per l’occupazione e si fanno paladini della creazione di uno stato palestinese indipendente: qual è la vostra posizione sull’occupazione del Kurdistan e sulla richiesta d’indipendenza dei curdi nella loro terra ancestrale?

Qual è la posizione dei palestinesi, ve lo dico io: la loro dirigenza si oppone risolutamente agli sforzi dei curdi per porre fine all’occupazione e creare un proprio stato. I palestinesi appoggiano e hanno sempre appoggiato i regimi che occupano il Kurdistan, e cioè Siria, Turchia, Iran, Iraq.

La cosa non deve sorprendere. Basta ricordare che Yasser Arafat nel 1989 fu il primo a congratularsi con il governo cinese “a nome del popolo palestinese” per la feroce repressione delle manifestazioni e l’uccisione di dimostranti democratici in piazza Tiananmen. Lo stesso Arafat è presidente di un regime che punisce i dissidenti con l’intimidazione e l’omicidio. Nessuno faccia affidamento su processi regolari. La dirigenza palestinese non si schiera per i diritti umani in generarle, si schiera solo per i diritti dei palestinesi che appoggiano ciecamente i rovinosi programmi di Arafat.

Ma dove sono le Nazioni Unite, la chiesa presbiteriana, la sinistra antisionista dura e pura, la comunità europea, Nelson Mandela, Ralph Nader e gli altri che spargono lacrime di coccodrillo sempre e solo per gli oppressi palestinesi? Il loro silenzio sui curdi è assordante.

Può darsi che l’attenzione di alcuni di questi gruppi e personaggi non sia tanto concentrata sugli oppressi, quanto piuttosto sui presunti oppressori. Fingono di preoccuparsi della condizione dei palestinesi, ma gli interessa solo perché è Israele che viene accusato di opprimerli.

Non gli importa nulla dei curdi, perché sono oppressi da nazioni arabe e musulmane, esattamente come non si preoccupano più di tanto dei tibetani occupati e oppressi dalla Cina, o ai ceceni angariati dai russi. Così come non gli importava nulla degli stessi palestinesi negli anni in cui la Cisgiordania era occupata dalla Giordania e la striscia di Gaza era occupata dall’Egitto.

La causa per la fine dell’occupazione del Kurdistan e l’istituzione di uno stato curdo indipendente è almeno altrettanto consistente, e per molti aspetti assai più consistente, di quella per la fine dell’occupazione in Cisgiordania e la creazione di uno stato palestinese (la fine dell’occupazione della striscia di Gaza finirà comunque fra poco).

Esiste già uno stato con una maggioranza di palestinesi, la Giordania, mentre i curdi non sono maggioranza in nessun paese, nonostante il fatto i curdi siano molti di più dei palestinesi. I curdi hanno sofferto molto di più dei palestinesi: almeno centomila di loro sono stati gassati da Saddam Hussein mentre il mondo stava a guardare. Ai curdi è stato promesso uno stato sin dalla fine della prima guerra mondiale, quando il presidente americano Woodrow Wilson prese questo impegno, e il trattato di Sevres diceva che avrebbero potuto avere uno stato se la maggioranza dei curdi avesse appoggiato l’indipendenza.

I palestinesi, invece, hanno più volte rifiutato l’offerta di indipendenza, dapprima nel 1937, poi nel 1947, più recentemente a Camp David e Taba nel 2000-2001. Secondo i più aggiornati sondaggi, la maggior parte dei palestinesi non si dichiara soddisfatta all’idea di uno stato palestinese in Cisgiordania e striscia di Gaza, essi dichiarano di volere vedere la scomparsa dello stato ebraico d’Israele.

I curdi, dal canto loro, non perseguono la distruzione di nessuno stato esistente, ma soltanto l’indipendenza sulla loro terra.

Personalmente sostengo la fine dell’occupazione in Cisgiordania e striscia di Gaza e la creazione di uno stato palestinese pacifico, prospero, democratico in quei territori (con alcuni marginali aggiustamenti di confine, in conformità a quanto prescritto dalla risoluzione 242 del Consiglio di Sicurezza). La maggior parte degli israeliani appoggia questa soluzione “due popoli-due stati” a condizione che possa essere garantita la loro sicurezza.

Perché dunque tutti i paesi arabi, la dirigenza palestinese e molti sostenitori dell’indipendenza palestinese si oppongono con tanta veemenza alle legittime richieste del popolo curdo? Forse perché i curdi non hanno fatto ampio ricorso al terrorismo su scala internazionale, nonostante la lunghissima occupazione delle loro terre e l’oppressione della loro gente? Forse perché coloro che occupano e opprimono i curdi dispongono di vaste riserve petrolifere, che Israele invece non ha? O forse perché occupanti e oppressori dei curdi sono arabi e musulmani, mentre Israele è uno stato di ebrei?

Quale che sia la risposta a queste domande, un punto è chiaro: non c’è nessuna ragione legittima per opporsi alla fine dell’occupazione del Kurdistan e alla creazione di una democrazia curda mentre si sostiene la creazione di uno stato palestinese.

L’onere di spiegare la differenza fra le due cause spetta a coloro che sostengono di fondare le loro prese di posizione sulla base di alti principi morali. Se non riescono a farlo, allora meritano l’accusa di applicare due pesi e due misure ai danni dello stato degli ebrei.
Tutti coloro che sostengono una sola misura, in tema di diritti umani, aspettano una risposta. Inutile aspettarsela tanto presto.

curdi

La tattica dell’avvelenamento del pozzo: la REFO

La tattica del cosiddetto “avvelenamento del pozzo” è molto usata nella rete Internet, dove non è sempre semplice trovare le fonti, dove è facile inondare di falsità l’uditorio, dove si può millantare di conoscere benissimo una persona ed il suo pensiero, anche se non si conosce effettivamente che poco o nulla di lui e quel poco che si sa lo si sa per interposta persona.

La definizione riportata su Wikipedia a proposito di questo sistema argomentativo la trovo ben scritta e la riporto qui di seguito.

Per “avvelenamento del pozzo” si intende un tipo di fallacia argomentativa per cui ciò che sarà sostenuto dall’avversario viene pubblicamente delegittimato in anticipo insinuando un sospetto circa la sua buona fede o sulla sua credibilità.

Ogni cosa che dirà l’interlocutore sarà quindi ignorata, considerata irrilevante o del tutto falsa, da parte degli astanti.

L’avvelenamento del pozzo è un caso particolare di argumentum ad hominem.
L’origine del termine proviene dalla pratica di gettare una piccola quantità di veleno in un pozzo prima che un esercito nemico invada il territorio, in questo modo tramite una piccola azione si ottengono risultati micidiali.

L’espressione fu usata per la prima volta con questo senso da John Henry Newman nella sua “Apologia Pro Vita Sua”.

L’avvelenamento del pozzo può assumere la forma di argomento implicito o esplicito.

Questo argomento ha la seguente forma:

Un’informazione sfavorevole (sia essa vera o falsa, rilevante o irrilevante) contro “A” (il bersaglio) è presentata da un altro (esempio: “Prima che ascoltiate il mio avversario, vorrei ricordarvi che lui è stato in prigione”).

Conclusione implicita: “Pertanto, ogni richiesta fatta da “A” non può essere fatta valere”.

Una variante di questa forma consiste nell’applicazione di un attributo negativo a eventuali futuri avversari, nel tentativo di scoraggiare il dibattito (per esempio: “Questa è la mia posizione sul finanziamento del sistema della pubblica istruzione e chiunque sia in disaccordo con me odia i bambini”).

Dunque, la persona che si farà avanti per contestare la posizione di colui che ha applicato preventivamente questo attributo negativo rischierà di vedere attribuita a se stesso l’etichetta sfavorevole.

Questo argomento può presentarsi anche in un’altra forma:

Vengono presentate definizioni sfavorevoli (vere o false) che impediscono il disaccordo (o fanno valere la posizione affermativa).

Eventuali contestazioni che preventivamente non accettino le definizioni di cui sopra vengono automaticamente respinte.

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Antico Pozzo di Montevecchia, foto di Amedeo Guffanti

Capito in cosa consista la tattica, veniamo al secondo elemento del titolo, la REFO. Questa è una sigla, del tutto sconosciuta ai più, che sta per Rete Evangelica Fede ed Omosessualità, una associazione interna al mondo riformato cosiddetto storico (parte dei battisti, metodisti e valdesi) che nasce nel 1997 a ridosso di una assemblea evangelica a Torre Pellice e che si ripromette (cito dal loro sito) di promuovere la reale accoglienza delle persone omosessuali nelle chiese protestanti italiane.

Continuo a citare: La R.E.F.O. è stata tra i promotori, durante l’Assemblea-Sinodo delle chiese Battiste-Metodiste-Valdesi del 2000 a Torre Pellice della nascita del G.L.OM.-Gruppo di Lavoro sull’Omosessualità in ambito B.M.V.
Dal 2000 al 2007 ha collaborato con il G.L.OM. fino ad arrivare alla stesura del documento sull’omosessualità discuso, appunto, dall’Assemblea-Sinodo delle chiese Battiste Valdesi e Metodiste nel novembre 2007 e che ha portato alla mozione sull’omosessualità approvata in quella sede.

Qui mi fermo, e spiego il perchè. Perchè mi fermo e perchè lego la tattica dell’avvelenamento del pozzo alla REFO.

Perchè da alcune persone sui social, persone che mi conoscono tramite altri assai più che direttamente, e che alla fine mi conoscono davvero poco, viene usata la mia partecipazione alle attività della REFO (direttamente dal 2003 alla metà del 2005, in modo saltuario e sporadico l’anno seguente), come presunta prova della mia non-attendibilità circa il mio pensiero sull’omosessualità.

Faccio ordine.

Ho collaborato con la Rete Evangelica Fede ed Omosessualità dalla fine del  2003 alla metà del 2005 in modo diretto. Nel 2004 ho anche fatto parte della sua segreteria. Ho conosciuto l’associazione conoscendo alcuni aderenti di questa, concentrati tra Roma, Grosseto e… Ginevra (!).

La REFO per il sottoscritto era quello che allora recitava il suo statuto, ovvero una associazione con il fine di promuovere la reale accoglienza delle persone omosessuali nelle chiese protestanti italianeLa mia collaborazione si esplicitava principalmente nel prestare il mio servizio come predicatore locale; tra l’altro ricordo di aver predicato al culto che la Chiesa Battista di Grosseto organizzò per i partecipanti al Pride Nazionale del 2004 (una ventina di partecipanti al culto…).

Ma ho sempre predicato sulle tematiche dell’accoglienza, della non-discriminazione, del non giudicare, ne più nè meno come predicherei ora, se venissi chiamato a farlo. O meglio, oggi lo farei sforzandomi di essere assai più franco circa quello che è secondo la Parola di Dio e quello che è, per citare il teologo e pastore valdese Paolo Ricca, oltre ed al di là della Scrittura. Perchè è più che mai necessario. Perchè riconosco come un errore la mia timidezza di allora nell’ammorbidire alcune affermazioni temendo di dar dispiacere a qualcuno.

Ho lasciato nel 2005 il lavoro di segreteria della REFO e poi la REFO stessa, in parte per motivi personali, in parte per motivi di tipo teologico, perchè sempre di più la REFO in quegli anni andava mutando pelle, sposando rivendicazioni che a mio parere erano non semplicemente oltre ed al di là della Scrittura, ma contro la Scrittura stessa.

Non ho mai partecipato ai lavori del Gruppo di Lavoro sull’Omosessualità (GLOM) nè a tutto ciò che ne è seguito, fino alla decisione, per me profondamente sbagliata, del Sinodo Valdese che nel 2010 autorizzò, con dicitura a mio modo di pensare del tutto ipocrita, le cosiddette “benedizioni di coppie dello stesso sesso”, limitandole però (su carta, nei fatti è andata diversamente) alle chiese che avessero maturato un consenso a riguardo. Sapendo benissimo che la stragrande maggioranza delle chiese quelle tematiche nemmeno le aveva mai discusse (fonte diretta, la segreteria della REFO di allora), si era semplicemende adeguata alle decisioni della Tavola.

Non le aveva discusse perchè il vero termine della questione, oggi come nel 2007, nel 2003, ma già nel 1988, era il progressivo allontanamento della Chiesa Valdese dal concetto della Scrittura come unica fonte della Rivelazione (come scriveva il pastore Subilia, nella citazione che ripeto, sperando giovi a qualcuno: si è perduto il centro, i riferimenti biblici sono caduti, non ci si occupa che di un ecumenismo falso e livellatore, del terzo mondo, di ecologia, di conformismo ai problemi sociali).

Nel 2004 scrissi un ricordo del candidato pastore Simon Pietro Marchese, tornato all’improvviso tra le braccia del Padre. Scrissi tra l’altro così:

Un pastore che non si spaventava di fronte al nuovo, alle novità che il nostro tempo ci offre di continuo, in tutti gli ambiti della nostra vita, in particolare nella riflessione teologica che gli era così cara.
Guardando in particolare al suo impegno nella Refo (Rete Evangelica Fede ed Omosessualità), il suo pensiero, riguardo la tematica della pastorale delle persone omosessuali, degli appartenenti al sempre più variegato mondo GBLTQ, mi appare sintetizzabile in una frase: prima di tutto l’ascolto. Simonpietro, assieme al pastore Luca Negro, lo aveva affermato con forza introducendo il convegno Refo del 2000.
Di recente, intervenendo ad un convegno sulla tematica ad Avellino, organizzato dalla rivista “Il Dialogo” Simonpietro aveva affermato che la riflessione teologica non può e non deve sfuggire le problematiche della sessualità, non può e non deve sentire come estraneo o marginale l’argomento, perchè nella vita delle persone l’affettività è elemento essenziale e le chiese sono tenute considerare questo come un aspetto eminente del loro riflettere e soprattutto del loro concreto modo di agire, della loro pastorale.
Una pastorale, quella delle persone omosessuali, che nel suo e nel nostro pensiero vede la sessualità come un luogo d’incontro che parte dall’ascolto e che mai deve trovarsi ad essere un’occasione di esclusione. Solo l’affrontare il tema partendo da queste premesse permette infatti di superare pian piano pregiudizi e discriminazioni diffuse anche nelle nostre chiese evangeliche.

Confermo oggi quanto scrivevo dodici anni fa. La persona omosessuale, la persona che vive questa condizione, deve trovare ascolto ed accoglienza nelle chiese cristiane, A qualsiasi confessione esse appartengano. Deve avere il modo di confrontarsi e di vivere nella comunità la propria fede, senza sentirsi esclusa.

Ma, trovare ascolto ed accoglienza non significa trovare approvazione del proprio stile di vita, non significa trovare approvazione delle proprie tendenze non ordinate secondo il disegno della Creazione.

L’esercizio dell’omosessualità è una condizione di peccato secondo la Bibbia e come tale va considerata. 

Non deve mai trovarsi ad essere un’occasione di esclusione, perchè il Pastore supremo ci ha insegnato e mostrato che è venuto prima di tutto per la pecora smarrita, per quella che è nell’errore, per quella che ha perso il retto sentiero. Ma deve essere occasione di conversione, di cambiamento di vita, di abbandono del peccato.

Ho smesso completamente di collaborare con la REFO, pur rimanendo per qualche tempo in contatto ed in amicizia con diversi suoi membri, quando mi è stato chiaro che di questo non si voleva parlare, ma che si andava sempre più accentuando quello che ora è evidente, ovvero la considerazione dell’omosessualità come una forma normale, come le altre di esercizio della sessualità, assieme ad una più generale banalizzazione della sessualità e del suo esercizio di pari passo a quella che si andava diffondendo nel mondo e, ad un travisamento e rifiuto di quanto è chiaramente scritto nella Bibbia a riguardo.

Dalla fine del 2009 non ho più avuto alcun contatto con la REFO e dubito che ne avrò in futuro.

Non condivido per nulla la posizione della Tavola Valdese e Metodista in materia di considerazione dell’omosessualità, benedizioni/matrimoni omosessuali, adozioni alle coppie dello stesso sesso.

Spero di essere stato chiaro, credo di si.

Se avete domande vi prego di farmele per email. Grazie.

L’adorazione delle apparenze si paga

“The masses will always be below the average. Besides, the age of majority will be lowered, the barriers of sex will be swept away, and democracy will finally make itself absurd by handing over the decision of all that is greatest to all that is most incapable. Such an end will be the punishment of its abstract principle of equality, which dispenses the ignorant man from the necessity of self-training, the foolish man from that of self-judgment, and tells the child that there is no need for him to become a man, and the good-for-nothing that self-improvement is of no account. Public law, founded upon virtual equality, will destroy itself by its consequences. It will not recognize the inequalities of worth, of merit, and of experience; in a word, it ignores individual labor, and it will end in the triumph of platitude and the residuum.”

Henri Frédéric Amiel. “Amiel’s Journal: The Journal Intime of Henri-Frédéric Amiel.”

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