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Nella vostra perseveranza guadagnerete le anime vostre (Luca 21:19)

Nella vostra perseveranza guadagnerete le anime vostre (Luca 21:19)

Nella vostra perseveranza guadagnerete le anime vostre
(Luca 21:19)

Un brano di Giovanni Calvino di straordinaria attualità

Questa mattina voglio regalare ai lettori del mio blog questo brano tratto da una predicazione di Giovanni Calvino che trovo di una straordinaria attualità. I grassetti che trovate nel testo ovviamente li ho messi io.

Sulla Perseveranza - Giovanni Calvino
Sulla Perseveranza – Giovanni Calvino

Il testo della predicazione di Giovanni Calvino sulla perseveranza

In questo mondo la chiesa non trionfa né risplende di una sontuosità raggiante e fastosa che al solo vederla gli uomini rimangano incantati e si sottomettano ad essa. Al contrario, essa è spesso abbandonata e sfigurata.

Noi saremo rigettati e disprezzati dal mondo; ci insulteranno e saremo così tribolati e tormentati che non ci verrà neanche in mente di cercare qui sulla terra pace e riposo.

L’apostolo Paolo, nella sua lettere ai Galati, paragona la chiesa ad una donna vedova che vive da sola, nella sua casa, senza soccorso o aiuto di sorta. E’ abbandonata, nessuno la considera, come se fosse già morta e sepolta, ma Dio dice che ella sarà ristorata ed avrà figli più di colei che è maritata e gode di credito e onore.

E questa è una dottrina, dico, che dobbiamo ricordarci in questi giorni, vedendo la povera chiesa così calpestata ed i suoi nemici così pieni di orgoglio, anzi di furore, intenti ad innalzarsi e trionfare su di essa, come se noi non fossimo che polvere e fumo. Vedendo queste cose, dobbiamo imparare ad aspettare con pazienza che Dio raduni coloro che ha scelto. E sebbene il mondo ci ci sprezza, sia sufficiente che Dio ci riconosce come figli.

E’ dunque, quando il nome di Dio è bestemmiato, quando si tenta di abolire la dottrina della vita, dovremmo sentire dentro di noi una tale angoscia da non poterlo sopportare, come se stessero perseguitando i nostri corpi perché quando la dottrina di Dio viene corrotta, il cibo si trasforma in veleno, la vita in morte e la luce in tenebre.

Sebbene ora siamo disprezzati e derisi, non cessiamo di perseverare nella santa chiamata del nostro Dio, sapendo che non saremo delusi, essendo fondati sulla dottrina del vangelo, riposandoci in esso fino a quando Dio non rivelerà le cose che ora ci sono occulte e non ci avrà raccolto presso di sé; allora conosceremo che non è stato invano essere istruiti nella sua pura Parola, abbandonando tutte la fantasie degli uomini e cercando la vita in nient’altro se non in quel seme per il quale siamo stati rigenerati, in quella pastura con cui saremo sostenuti e nutriti fino alla fine.

Giovanni Calvino (predicazione del 13 marzo 1558, data non certa)

 

Dichiarazione di Londra 2000. Una visione per l’unità biblica nella chiesa moderna

Dichiarazione di Londra 2000

Una visione per l’unità biblica nella chiesa moderna

Premessa

Il secondo volume della raccolta “Dichiarazioni evangeliche” presenta questa dichiarazione praticamente sconosciuta nell’ambito italiano, dichiarazione che riteniamo di grande valore ed attualità. Essa è stata riportata all’attenzione da alcuni suoi detrattori che la ritengono “un triste documento da dimenticare” mentre noi la riteniamo un documento eccellente da valorizzare e da ben meditare proprio per non cadere nei fatali errori che essa denunzia.

La Dichiarazione di Londra è opera dell’Alleanza di Cristiani Riformati (Alliance of Reformation Christians, che doveva essere l’equivalente britannico dell’Alleanza degli evangelici confessanti americana [The Alliance of Confessing Evangelicals]). Essa nasce dalla convinzione di una de-formazione spirituale e dottrinale nell’ambito delle chiese dovuta, in termini generali, ai cambiamenti culturali subìti e non veramente affrontati. L’obiettivo è quello d’invitare a una ri-forma delle chiese nel XXI secolo sulla base di una rinnovata presa di coscienza della propria identità dottrinale.

Fra i firmatari fondatori: Matthew Barry (riformato battista), Peter Collins (presbiteriano), Ian Cook (evangelico anglicano), Peter Glover (Coordinatore, presbiteriano), Alan Howe (presbiteriano), Finlay McIvor (presbiteriano), Mark Myatt (evangelico anglicano), Nick Needham (riformato battista), Gary Nixon (riformato battista), John Palmer (riformato battista), Andrew Shrimpton (riformato battista).

(Pastore Paolo Castellina)

Dichiarazione di Londra 2000. Una visione per l’unità biblica nella chiesa moderna
Dichiarazione di Londra 2000. Una visione per l’unità biblica nella chiesa moderna

La Dichiarazione

Il problema evangelico

L’evangelicalismo di oggi ha in gran parte perso il suo coraggio teologico collettivo. L’evangelicalismo è infatti diventato così insicuro della sua identità che i nostri antenati spirituali avrebbero difficoltà a vedere una continuità tra il movimento moderno e la chiesa del loro tempo.

All’alba di un nuovo millennio, invitiamo gli evangelici a pentirsi del diffuso peccato di indifferentismo dottrinale e storico. Le etichette dovrebbero significare qualcosa. Invitiamo quindi coloro che portano l’etichetta “evangelico” ad affermare di nuovo la loro fede in accordo con la testimonianza delle Scritture [1] ed in continuità con la fede storica della chiesa.

La questione della verità

Questo indifferentismo ha portato ad un relativismo nella chiesa, per cui ella tollera una gamma sempre più sconcertante d’interpretazioni di ciò che significa essere evangelico. Il fatto tragico è che oggi un numero smodato di coloro che professano lealtà all’evangelicalismo storico sia stato contagiato dallo spirito pluralista del nostro tempo. Sembra che la verità non importi più veramente. E una indifferenza nei confronti della verità ha aperto la porta alla tolleranza dell’errore, perfino dell’eresia stessa, fra coloro che sostengono di dare importanza a questioni del genere. Nella storia, gli evangelici sono stati disposti ad impegnarsi per una visione precisa della verità biblica, e spesso a rischiare la vita di conseguenza. Oggi sembra che questa chiarezza e questo impegno siano mancanti.

Invitiamo perciò gli evangelici a ritornare alla tradizionale visione biblica che esiste una verità oggettiva; che c’è un’unica verità; che ogni cosa che è incompatibile con la verità è falsità; e che affermare la veridicità di una particolare dottrina non è arroganza spirituale, ma un dovere biblico.

Una visione per una Riforma

La chiesa dev’essere sempre impegnata nella propria riforma [2]. Molti evangelici tuttavia, pur professandosi riformati, tollerano allo stesso tempo dottrine e pratiche che portano la chiesa nella direzione opposta, la deformazione della chiesa. Di conseguenza, molti non hanno idea di ciò che significherebbe in pratica una riforma nella dottrina e nella vita. Questa dichiarazione quindi, è un tentativo d’articolare una visione per una tale riforma.

Invitiamo perciò gli evangelici ad affermare una visione per riforma che sia in accordo con la testimonianza delle Scritture e in continuità con la fede storica della chiesa. E’ una visione di una chiesa che è sia cattolica che riformata.

Con “cattolica” non intendiamo “cattolica romana”. Usiamo la parola “cattolica” [3] qui nel suo senso originale di universale e non-settaria. Non implichiamo alcuna lealtà alla Chiesa di Roma o ad altre organizzazioni che, ironicamente, hanno assunto il titolo “cattolico”, ma hanno poi la pretesa settaria che la verità si trovi solamente al proprio interno. Affermiamo di essere non cattolici romani, ma veri cattolici, cioè, unendoci alla chiesa storica di tutti i tempi nella confessione delle verità custodite nei grandi credi cattolici della chiesa primitiva – il Credo niceno, la Formula calcedonense, e (nella chiesa occidentale) il Credo apostolico. Con riformato, intendiamo che confessiamo quelle dottrine riguardo all’autorità delle Scritture ed alla salvezza per sola grazia che i nostri padri riformati hanno riaffermato al tempo della Riforma.

Dichiarazione di Londra 2000. Una visione per l’unità biblica nella chiesa moderna
Dichiarazione di Londra 2000. Una visione per l’unità biblica nella chiesa moderna

Quattro affermazioni

1. Cattolico e Riformato

Gli evangelici devono essere sia cattolici che riformati nella loro teologia.

Innanzitutto, affermiamo di essere cattolici, nel senso vero della parola. Ci uniamo cioè alla chiesa storica nell’affermare che i contenuti dei grandi credi cattolici della chiesa primitiva esprimono veramente l’insegnamento delle Scritture: il Credo niceno, il Credo di Calcedonia, e (nella chiesa occidentale) il Credo apostolico. Qui troviamo quelle verità fondamentali quali la Trinità, la creazione, e l’incarnazione del Figlio eterno, la sua morte espiatoria, la risurrezione fisica (compresa come fatto storico), l’ascensione nel cielo e la seconda venuta.

Invitiamo perciò gli evangelici ad essere solidali con i Padri e Riformatori nella confessione di questi credi quali affermazioni fondanti della verità biblica [4].

Nell’affermare che siamo cattolici, sosteniamo anche che siamo riformati. Vale a dire, difendiamo il cosiddetto principio formale della Riforma, cioè l’autorità suprema, l’inerranza e la completa sufficienza della Bibbia per la dottrina e la vita della chiesa. Di conseguenza, respingiamo tutte le pretese di rivelazione extra-biblica autorevoli, sia nella tradizione ecclesiastica che fra uomini viventi (come papi, o presunti apostoli o profeti moderni). Respingiamo anche l’insegnamento di Barth e dei suoi seguaci moderni che la rivelazione non sia da identificarsi con le parole stesse delle Scritture. Inoltre, difendiamo il cosiddetto principio materiale della Riforma, cioè la giustificazione forense per sola grazia attraverso la sola fede in Gesù Cristo soltanto.

Affermiamo per di più che siamo agostiniani nella nostra dottrina dell’uomo e nella nostra dottrina della salvezza. Crediamo infatti che Agostino ed i suoi successori, inclusi i Riformatori, riflettono fedelmente l’insegnamento biblico riguardo alla totale incapacità spirituale dell’uomo decaduto di rispondere a Dio, all’elezione incondizionata di un popolo da salvare per la grazia di Dio Padre, al disegno dell’opera espiatoria del Figlio incarnato con lo scopo di acquistare sicuramente e certamente la salvezza di quel popolo, alla grazia monergistica dello Spirito Santo nella rigenerazione, ed alla perseveranza degli eletti. Respingiamo pertanto anche ogni forma di sinergismo o semi-pelagianismo secondo cui all’uomo viene riconosciuto un ruolo di cooperazione nella sua rigenerazione, es. Arminianesimo. Respingiamo ugualmente qualsiasi ammorbidimento della soteriologia agostiniana, es. Amiraldismo (Calvinismo “a quattro punti”), e qualsiasi indurimento, es. Iper-calvinismo[5].

Riguardo a queste dottrine affermiamo, invece, i contenuti comuni delle più importanti confessioni di fede riformate quali i Trentanove articoli di religione (Anglicana), le Tre Forme di Unità (Riformata olandese), la Confessione di Westminster (Presbiteriana), la Dichiarazione di Savoia (Indipendente), e la Confessione Battista del 1689 (Battista).

Invitiamo perciò gli evangelici nelle loro rispettive tradizioni a dichiarare la loro fedeltà alle proprie confessioni storiche quali affermazioni riassuntive della verità biblica.

L’idea di un’unica Chiesa Cattolica e Riformata – una maestosa corrente principale di ortodossia storica cristiana – è quindi parte integrante della nostra comprensione. Affermiamo che questa idea sia vera e fondante per qualsiasi prospettiva evangelica degna di questo nome. Insieme a questa affermazione, chiediamo che ci siano dei confini dottrinali ben-definiti e confessati, per paura che la nostra cattolicità percorra la “via larga” non-biblica di gran parte dell’evangelicalismo di oggi. Tuttavia, chiediamo parimenti d’evitare tutti i sentieri secondari di poca importanza (come, per esempio, una crociata perché tutte le chiese necessariamente cantino solo i Salmi, o adottino una particolare versione della Bibbia quale prova che il loro culto sia veramente riformato). Sarebbe una tragedia se la nostra comprensione di quel che è “riformato” fosse determinato da conflitti interni su questioni meno importanti.

Invitiamo perciò gli evangelici a fare attenzione e ad evitare i pericoli sia del Nuovo liberalismo all’interno dell’evangelicalismo, sia della rinascita del settarismo riformato.

2. La chiesa storica

I cattolici riformati affermano l’importanza della chiesa e della sua storia in ogni visione autentica dell’opera redentrice di Dio nello spazio e nel tempo. L’evangelicalismo è oggi infetto da una mortale amnesia nei confronti della chiesa storica. Il cristianesimo non ha tuttavia avuto inizio con la nostra conversione! Siamo invece stati presi ed inseriti nel corso della storia del popolo salvato di Dio. Non dobbiamo quindi interessarci di un cristianesimo che è separato dalla vita della chiesa.

Invitiamo perciò gli evangelici a ricollegarsi consapevolmente con la chiesa storica e a cercare d’esprimere la propria fede soprattutto in un contesto ecclesiale. Invitiamo in particolare gli evangelici a non impegnarsi semplicemente in qualche riforma disincarnata, ma in una riforma della chiesa.
Pensare “cristiano” significa, quindi, pensare “chiesa”. Ricollegarsi alla chiesa storica significa entrare a far parte e ad apprezzare la storia di una comunità che inizia con Adamo, si spiega nel racconto dell’Antico Testamento della nazione d’Israele, il popolo dell’alleanza, e si compie nell’incarnazione del Messia, nel suo dono dello Spirito e nella storia della Nuova chiesa dell’alleanza che continua fino ai giorni nostri. Nonostante gli effetti del peccato umano, visti nelle frequenti defezioni della chiesa dalla verità biblica, affermiamo che c’è sempre stata una continua successione di veri credenti in ogni generazione. Di conseguenza, respingiamo necessariamente la moderna antipatia evangelica verso ogni cosa che ha a che fare con la storia. Diffidiamo di nuove comprensioni bibliche che nascono all’interno di movimenti moderni poco legati all’ortodossia storica, fra cui menzioniamo ogni forma di pentecostalismo e dispensazionalismo.

Invitiamo perciò gli evangelici a fare propri e ad apprezzare tutto ciò che è nobile e vero nella storia visibile della chiesa cristiana, partendo dai primi Padri della chiesa, passando per i grandi personaggi del Medioevo e della Riforma fino a quelli di oggi, sia nei rami orientali che occidentali della chiesa, cioè ovunque è stata evidente la “corrente maestosa”. Invitiamo gli evangelici ad ascoltare attentamente i testimoni storici della nostra comunità, e, come i credenti della Berea [6], ad esaminare quotidianamente le Scritture per vedere se la loro testimonianza è vera.

3. Adorazione biblicamente informata

I cattolici riformati affermano la loro dedizione ad una forma d’adorazione centrata su Dio. L’adorazione non esiste in primo luogo per la benedizione dell’uomo, ma prima di tutto per glorificare Dio. Respingiamo quindi gran parte di ciò che oggi si fa passare per adorazione, con il suo ethos centrato sull’uomo e che mira a stimolare ed intrattenere gli “adoratori” in modo che possano sentirsi bene e benedetti. In modo specifico respingiamo lo spettacolo soggettivo e spesso disordinato dell’adorazione stile carismatico, con tutte le relative pratiche, come il presunto parlare in lingue, le profezie, le “uccisioni nello Spirito”, ecc. Affermiamo che in ogni cosa che facciamo nell’adorazione – le nostre preghiere e le nostre lodi, il nostro ascolto della Parola di Dio, la nostra partecipazione nella cena del Signore – il nostro scopo primario deve essere di riconoscere la gloria di Dio, a prescindere dal fatto che ci faccia sentire bene o meno.

Dicendo questo, sosteniamo anche che il Dio sul quale l’adorazione va centrata dev’essere il vero Dio delle Scritture – la Trinità, Padre, Figlio e Spirito Santo, tre persone distinte in un’essenza. Pensiamo che sia ora di smettere di trattare la Trinità come un pezzo di teologia astratta, e invece permettere in modo consapevole alla realtà della Trinità di formare la nostra pratica dell’adorazione – informare le nostre preghiere, le nostre lodi, ed il nostro insegnamento. Non adoriamo qualche Dio unitario, o Gesù da solo; adoriamo Dio Padre, Dio Figlio, e Dio Spirito Santo, la santa Trinità, al di fuori di cui non c’è dio. La vera adorazione è e deve essere adorazione trinitaria.

Un’adorazione centrata su Dio sarà guidata da ciò che Dio dice nella sua Parola. Affermiamo quindi che un approccio biblico all’adorazione comporterà certi eventi specifici con una certa sequenza naturale. Questa struttura richiederà la confessione del peccato all’inizio del culto, mentre prendiamo coscienza della santità di Dio, e sarà accompagnata dalla rassicurazione del suo perdono; il canto dei salmi e degli inni con melodie riverenti; letture estese delle Scritture (preferibilmente tratte da entrambi i Testamenti) come un atto di adorazione in sé; esposizione biblica; preghiere di intercessione, e benedizioni. La cena del Signore è il modo più appropriato per concludere questo tempo di adorazione [7]. Affermiamo che sia desiderabile celebrare la cena del Signore frequentemente, e cioè settimanalmente, perché contribuisce alla completezza dell’adorazione biblica, e abbracciamo la storica convinzione riformata che la cena sia un mezzo di grazia per il quale il Cristo risorto pasce il suo popolo per lo Spirito Santo.

Affermiamo infine che la nostra adorazione deve trovare i modi per esprimere il principio del sacerdozio di tutti i credenti. Non veniamo al culto per guardare e ascoltare il ministro che adora al nostro posto, ma per offrire attivamente ed unitariamente la nostra adorazione a Dio quale popolo sacerdotale. I primi Padri della chiesa e i Riformatori espressero questo principio coinvolgendo i membri di chiesa nelle liturgie, e queste includevano elementi come la recita o il canto collettivi della preghiera del Signore e del Credo apostolico o niceno. Affermiamo che, nell’esercizio della loro libertà cristiana, le chiese oggi sono libere (benché non obbligate) a seguire questo stesso modello.

Invitiamo perciò gli evangelici ad abbracciare una teologia dell’adorazione che incoraggi l’organizzazione dei culti secondo una struttura fondata teologicamente e biblicamente e centrata sulla Trinità.

4. La signoria di Cristo

I cattolici riformati affermano la signoria di Cristo sull’intera vita umana e su tutta la cultura. Sebbene sia giusto separarsi dall’eresia e dall’incredulità nella vita della chiesa, respingiamo un atteggiamento sconsiderato di separatismo nei confronti del contesto sociale nel quale Dio ci ha posti. Il cristianesimo è molto di più della pia coltivazione della propria vita interiore. Cristo ha delle pretese non solo sugli affari privati dell’anima individuale, ma anche sugli affari pubblici della comunità, della nazione, e del mondo. In particolare, lamentiamo l’influenza fra gli evangelici di un dispensazionalismo pietista secondo il quale il mondo viene considerato irrimediabilmente malvagio (e quindi non meritevole dei nostri sforzi per influenzarlo), e secondo il quale l’unica speranza dovrebbe essere l’imminente rapimento dei santi.

Inoltre, affermiamo la necessità di un approccio cristocentrico e biblico verso ogni aspetto della vita umana, es. la politica, l’economia, la scienza, le arti. I cristiani devono essere come il sale e la luce nel mondo. Sosteniamo quindi la posizione che i cristiani devono sfidare e trasformare la società. Ciononostante, respingiamo ogni forma di legalismo secondo i quali la volontà di Cristo per le nazioni viene identificata in modo semplicistico con l’imposizione degli aspetti non-rituali della legge mosaica dell’Antico Testamento [8].

Invitiamo perciò gli evangelici nella nostra epoca pluralista a rendere testimonianza pubblica al diritto esclusivo di Cristo all’autorità su tutti gli aspetti della vita. Invitiamo gli evangelici a proclamare che tutte le persone e tutte le istituzioni devono piegare il ginocchio davanti a Lui.

Note

1. 2 Corinzi 13,8, Galati 4,16.

2. Per i riformatori del XVI secolo una chiesa fedele era ecclesia reformata sed semper reformanda, cioè una chiesa riformata, ma sempre bisognosa di riforma.

3. Dal greco katholikos, “riguardante la totalità” – con riferimento alla comunità dei veri credenti in tutto il mondo. E’ in questo senso che diciamo nel Credo, “Crediamo nella santa Chiesa Cattolica”.

4. Raccomandiamo che le chiese siano libere di adottare il Credo niceno o nella sua forma originale, senza la proposizione filioque, o nella sua successiva forma occidentale, con la proposizione filioque. Non tutti i teologi riformati hanno accettato la teologia implicata nella proposizione filioque, che lo Spirito Santo procede dal Padre e dal Figlio come da un’unica fonte nella Trinità ontologica. Questa è una questione che preferiremmo fosse discussa fra fratelli piuttosto di essere una causa di divisione.

5. Con “Iper-calvinismo” intendiamo il rifiuto della responsabilità da parte della chiesa di invitare tutti i peccatori indiscriminatamente a fidarsi di Cristo per la salvezza.

6. Atti 17,11.

7. Atti 20,7, 1Cor 11,18-20. Il culto nel giorno del Signore senza la cena del Signore può certamente essere lo stesso una vera adorazione, ma noi vorremmo suggerire che manchi di completezza senza la cena. Calvino sosteneva che si dovesse celebrare la cena del Signore “almeno una volta la settimana” (Istituzione della religione cristiana IV.17.43).

8. Riguardo a Israele e agli aspetti civili della legge mosaica la Confessione di Westminster dice, “Al popolo di Israele, come società civile, diede pure diverse leggi giu.diziarie che non sono più in vigore da quando gli ebrei cessarono di essere una nazione. Nessuno è più ora tenuto alla loro osservanza, benché i loro principi generali di giustizia siano ancora validi in campo morale” (19.4). In altre parole, bisogna distinguere l’aspetto civile, politico e giudiziario della legge mosaica dal suo aspetto puramente morale. Il primo non è vincolante, o solo nella misura in cui possiamo discernere l’attuazione di un principio generale di giustizia che può avere qualche applicazione (forse in forma diversa) nella società odierna.

BIBLIOGRAFIA

Peter C. Glover, The Virtual Church-And How to Avoid It, Xulon Press 2004; David F. Wells, Above all earthly pow’rs: Christ in a postmodern world, Leicester, IVP 2005.

Lezioni di Cristianesimo e di Riforma – I cinque “Sola”

Lezioni di Cristianesimo e di Riforma – I cinque “Sola”

Lezioni di Cristianesimo e di Riforma - I cinque "Sola"
Lezioni di Cristianesimo e di Riforma – I cinque “Sola”

L’espressione i cinque sola (della Riforma) si riferisce a cinque formule sintetiche in lingua latina, emerse durante la Riforma protestante, che riassumono, in modo espressivo e facile da rammentare, i punti fondamentali del suo pensiero teologico. Si può dire che esse rappresentino il cuore stesso del Protestantesimo, i criteri che ne definiscono l’identità, le sue colonne portanti.

Inizialmente proposti in contrapposizione al pensiero ed alla prassi del Cattolicesimo romano del tempo, i cinque “sola” della Riforma ancora sono utilizzati per riaffermare l’esclusivismo fondamentale della fede protestante rispetto a posizioni diverse del panorama religioso.

I cinque “sola” della Riforma sono:

  1. Sola Scriptura (con la sola Bibbia);
  2. Sola Fide (con la sola fede);
  3. Sola gratia (con la sola grazia);
  4. Solus Christus (soltanto Cristo);
  5. Soli Deo Gloria (per la gloria di Dio solo).

Queste espressioni possono essere raggruppate in questo modo:

“Fondati sulla sola Scrittura, affermiamo che
la giustificazione è per sola grazia,
attraverso la sola fede,
a causa di Cristo soltanto,
e tutto alla sola gloria di Dio”.

Lezioni di Cristianesimo e di Riforma - I cinque "Sola"
Lezioni di Cristianesimo e di Riforma – I cinque “Sola”

1. Sola Scriptura

Sola Scriptura è la dottrina che afferma come Dio abbia rivelato autorevolmente la Sua volontà attraverso gli scritti della Bibbia (le Sacre Scritture dell’Antico e del Nuovo Testamento) e che essa soltanto sia regola ultima della fede e della condotta del cristiano. Ispirata da Dio, l’insegnamento della Bibbia è considerato sufficiente di per sé stesso e sufficientemente chiaro ed accessibile a tutti nelle sue linee essenziali per portare una persona a conoscere la via della salvezza dal peccato attraverso la persona e l’opera di Cristo.

“Ogni Scrittura è ispirata da Dio e utile a insegnare, a riprendere, a correggere, a educare alla giustizia, perché l’uomo di Dio sia completo e ben preparato per ogni opera buona” (2 Timoteo 3:16-17).

Il Sola Scriptura è talvolta chiamato il principio formale della Riforma, dato che è fonte e norma del principio materiale, cioè la sola fide.

Sola Scriptura implica che la Bibbia è ritenuta contenere in sé i suoi stessi criteri interpretativi, secondo l’espressione latina: “Scriptura interpres sui ipsius” (la Scrittura è interprete di se stessa). L’analisi del singolo testo biblico, cioè, non può che tener conto del contesto proprio e del confronto con altri testi di riferimento. Questo è garanzia di interpretazione autentica.

L’aggettivo “sola” e il sostantivo “Scriptura” in latino sono espressi nel caso ablativo e non nominativo per indicare coma la Bibbia non sia, però, da considerarsi da sola a parte da Dio, perché essa non è che lo strumento mediante il quale Dio rivela sé stesso ai fini della salvezza attraverso la fede in Cristo (solus Christus).

La Riforma protestante contrappone il Sola Scriptura alle posizioni del Cattolicesimo romano o l’ortodossia orientale, i quali, alle Scritture, aggiungono, ad esempio, l’autorità della tradizione, del Magistero ufficiale della chiesa, o quella degli antichi padri della chiesa e dei concili.

Il Sola Scriptura si contrappone pure all’insegnamento di gruppi religiosi come, per esempio, quello dei Mormoni che, alla Bibbia aggiungono come autorità imprescindibile, il libro di Mormon, oppure ai Testimoni di Geova che affermano che la Bibbia debba interpretarsi secondo quanto stabilito autorevolmente dal loro gruppo dirigente, del quale affermano investitura divina.

Benché il Protestantesimo comprenda diverse scuole di pensiero, abbia le proprie onorate tradizioni, come pure teologi ed interpreti di fiducia, nessuna di queste le considera assolute o indispensabili, ma sempre discutibili e da sottoporre al vaglio critico della Scrittura. Sola Scriptura tradotto dal latino vuol dire Sola Scrittura.

2. Sola fide

Sola fide indica la dottrina che la giustificazione (interpretata nella teologia protestante come: “essere dichiarati giusti da Dio”), la si riceve per fede, sulla base della fiducia nelle promesse dell’Evangelo che Cristo l’ha guadagnata per noi, affidandoci a Cristo: “la tua fede ti ha salvato” (Luca 18:42).

Questo esclude che la giustificazione ed i benefici della salvezza possa essere ricevuti attraverso le opere o i meriti. Essi sono solo frutto delle opere giuste e dei meriti di Cristo a nostro favore accolti per fede. Il peccato, infatti contamina l’uomo al punto che qualunque opera per quanto buona sarebbe del tutto insufficiente ai fini della salvezza. Le buone opere sono, semmai, il risultato della salvezza, allorché lo Spirito Santo gradualmente renda conformi a Cristo.

La dottrina del Sola fide è talvolta chiamata “la causa o principio materiale” della Riforma, perché per Martin Lutero ed i riformatori era una questione centrale della fede cristiana. Lutero la chiama: “l’articolo per il quale la chiesa si regge oppure cade” (in latino: articulus stantis vel cadentis ecclesiae).

Questa dottrina afferma, così, la totale esclusione, nella giustificazione del peccatore, di qualsiasi altra “giustizia” o meriti (propri o altrui) se non quelli conseguiti da Cristo soltanto. Essa è iustitia aliena, la giustizia “di un altro” (Cristo) accreditata al credente.

Non quindi, le nostre opere o cerimonie religiose sono funzionali alla salvezza, ma solo la fede in Cristo, la nostra adesione incondizionata a Lui e la rinuncia a qualsiasi nostra pretesa o merito.

3. Sola gratia

Sola gratia indica la dottrina per la quale la salvezza dalle fatali conseguenze del peccato è possibile solo mediante un sovrano atto di grazia di Dio, non qualcosa che il peccatore possa meritarsi.

La salvezza, quindi, è un dono immeritato.

L’unico “attore” nell’opera della salvezza è Dio.

Essa non è in alcun modo il risultato di cooperazione fra Dio e l’essere umano che ne è coinvolto. “Infatti è per grazia che siete stati salvati, mediante la fede; e ciò non viene da voi; è il dono di Dio” (Efesini 2:8).

Questa dottrina stabilisce nell’opera di salvezza il monergismo. E’ Dio solo che agisce nella salvezza del peccatore. La responsabilità della salvezza non risiede in alcun modo nel peccatore come viene, ad esempio, presentata nel sinergismo o nell’arminianesimo.

4. Solus Christus

Solus Christus indica la dottrina che Cristo è l’unico Mediatore possibile fra Dio e l’essere umano, e che la salvezza dalle conseguenze del peccato è possibile solo attraverso di Lui. Questa frase talvolta è resa nel caso ablativo, “Solo Christo”, significando che la salvezza la si può conseguire solo attraverso Cristo.

Questa dottrina respinge l’idea che vi possano essere altri personaggi (vivi o morti) oltre a Gesù Cristo, attraverso i quali si possa ottenere salvezza davanti a Dio: non esistono, cioè altre vie che portino a Dio, come Gesù stesso ha affermato: “Io sono la via, la verità e la vita; nessuno viene al Padre se non per mezzo di me” (Giovanni 14:6) e come conferma il Nuovo Testamento: “In nessun altro è la salvezza; perché non vi è sotto il cielo nessun altro nome che sia stato dato agli uomini, per mezzo del quale noi dobbiamo essere salvati” (Atti 4:12).

Questa dottrina, inoltre contesta diverse dottrine del Cattolicesimo, che propongono ai fedeli la mediazione di Maria o dei santi, come pure la mediazione dei sacramenti o quella dei sacerdoti: “Infatti c’è un solo Dio e anche un solo mediatore fra Dio e gli uomini, Cristo Gesù uomo” (1 Timoteo 2:5).

5. Soli Deo gloria

Soli Deo gloria indica la dottrina per la quale si afferma che solo Dio è degno di ogni gloria ed onore. Nessuno può vantarsi d’alcunché o accampare meriti suoi propri, come se un qualsiasi bene provenisse da lui. “…poiché in lui sono state create tutte le cose che sono nei cieli e sulla terra, le visibili e le invisibili: troni, signorie, principati, potenze; tutte le cose sono state create per mezzo di lui e in vista di lui” (Colossesi 1:16); “Tu sei degno, o Signore e Dio nostro, di ricevere la gloria, l’onore e la potenza: perché tu hai creato tutte le cose, e per tua volontà furono create ed esistono” (Apocalisse 4:11).

A Dio soltanto ed al Suo Cristo, afferma questa dottrina, deve andare la gloria per la salvezza, per la fede, e per le opere buone eventualmente compiute. “Così parla il SIGNORE: «Il saggio non si glori della sua saggezza, il forte non si glori della sua forza, il ricco non si glori della sua ricchezza: ma chi si gloria si glori di questo: che ha intelligenza e conosce me, che sono il SIGNORE. Io pratico la bontà, il diritto e la giustizia sulla terra, perché di queste cose mi compiaccio», dice il SIGNORE” (Geremia 9:23-24).

Il Soli Deo gloria si contrappone così all’esaltazione di una qualsiasi creatura o prodotto umano, quale che sia la sua elevata condizione, che deve essere così considerata idolatria. Non ci sono quindi “santi”, “madonne”, autorità religiose o civili, ideologie o realizzazioni umane che possano vantare alcunché di per sé stesse, perché tutto ciò che hanno e sono deriva da Dio, al quale solo va rivolto il culto, la lode, le preghiere.

A nessuno è lecito di “essere elevato alla gloria degli altari”.

Al riguardo del Cristo la Scrittura dice: “Perciò Dio lo ha sovranamente innalzato e gli ha dato il nome che è al di sopra di ogni nome, affinché nel nome di Gesù si pieghi ogni ginocchio nei cieli, sulla terra, e sotto terra, e ogni lingua confessi che Gesù Cristo è il Signore, alla gloria di Dio Padre” (Filippesi 2:9-11).

Più fedeltà al Vangelo, meno professioni di fede?

Più fedeltà al Vangelo, meno professioni di fede?

Più fedeltà al Vangelo, meno professioni di fede? - John Owen, Vangelo e fede
Più fedeltà al Vangelo, meno professioni di fede?

La Parola

Ma quando il Figlio dell’uomo verrà, troverà la fede sulla terra?
(Luca 18:8)

Il commento

“Se il Vangelo fosse predicato fedelmente,
meno persone professerebbero fede in Cristo.”

John Owen (1616-1683), autore della citazione che riporto, è considerato generalmente come il più grande fra i pensatori puritani inglesi.

La sua è una citazione che molti trovano preoccupante, alcuni addirittura non accettabile. Non accettabile perchè a loro dire, e hanno ragione, essa rappresenta chiaramente il pensiero della teologia calvinista sulla salvezza.

E la teologia calvinista della salvezza, ribadendo nel modo più franco e chiaro che sia possibile, che questa è solo e soltanto per grazia, opera di Dio e di Dio solo, ha il torto di escludere qualsiasi possibile collaborazione del’uomo, delle sue opere, dei cosiddetti ‘meriti’ alla salvezza.

E questo toglie ogni alibi possibile a chi rifiuta di rinnegare in toto il proprio peccato, o a chi considera accettabile un compromesso con le dottrine mondane o con le altri fedi.

Eppure Sola Gratia è uno dei principi cardine della Riforma, e spiace vedere che molti credenti cristiani che pure si definiscono da sè stessi evangelici o riformati non riescano a vedere come in realtà non ci sia nulla di più puramente evangelico di tale dottrina!

Leggendo la citazione di Owen mi è tornato in mente Gesù nel Vangelo di Luca, al capitolo 18, versetto 8, alla fine della pericope sulla vedova ed il giudice: Ma quando il Figlio dell’uomo verrà, troverà la fede sulla terra?

Gratia facit fidem, diceva Tommaso d’Aquino (non vi sembri strano lo citi un riformato, sia pure proveniente dal cattolicesimo; esiste anche un fecondo scolasticismo protestante): la grazia crea la fede, e non soltanto quando la fede inizia, ma la grazia crea la fede istante per istante, momento per momento. Senza la grazia di Dio, senza il suo dono inesauribile di grazia, nemmeno la fede può esistere.

Dal Sola Gratia così passiamo al Sola Fide. Fede che noi dobbiamo al Solus Christus, giacchè il godere della salvezza operata in Cristo e in Cristo solo è per noi l’unica speranza di essere salvati. Come dice l’Apostolo, Cristo è per noi l’Avvocato presso il Padre. Il Padre che è il Giusto Giudice cui allude il racconto evangelico di Luca 18, 1-8.

Il Giusto Giudice presente dalla prima all’ultima pagina della Sacra Scrittura. Sola Scriptura, dove solo è contenuta la Verità, tutta la Verità sull’uomo, dalla Creazione alla fine dei tempi, la sola fonte della Rivelazione, Verbo fatto vero uomo nel Figlio vero Dio.

Quel Figlio vero Dio e vero uomo che più e più volte lo ha detto: molti sono i chiamati, ma pochi gli eletti, avrete tribolazioni nel mondo, se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi…

E allora perchè, perchè mi chiedo così tanti credenti continuano a vedere il mondo come se questo potesse autogovernarsi, autoregolarsi, diventare ‘buono’, ‘giusto’… quando tutto quello che l’uomo può fare non è altro che obbedire ai comandi del Padre, con la grazia ottenuta attraverso il Figlio e con i doni dello Spirito, operare perchè tutto ciò che egli fa e compie, singolarmente e nella Chiesa, o tramite i governanti di questo mondo, sia fatto Soli Deo Gloria?

Perchè, mi rispondo, lo stesso Cristo ha risposto nella Scrittura, che molti sarebbero venuti nel Suo nome, mentendo, molti avrebbero annunciati falsi evangeli, molti falsi profeti si sarebbero travestiti da angeli di luce, per annunciare dottrine che non sono altro che precetti di uomini, per mascherare di ‘bontà’ cose e realtà che non fanno altro che realizzare i desideri del principe di questo mondo.

Un tempo di nuova apostasia avrebbe preceduto il giudizio.

Forse, chissà, questo tempo è giunto, o quello che accade, il tentativo di sovvertire l’ordine naturale della Creazione, il moltiplicarsi di falsi evangeli e false dottrine di salvezza, l’apostasia di tante chiese e credenti per un pugno di lenticchie (tale e nient’altro è l’elogio che il mondo fa a chi si piega alle sue logiche) è un’avvisaglia di quel tempo. Solo Dio può saperlo. Solo Dio sa chi è tra i suoi eletti.

Io una cosa sola so: Dio Padre mi ha creato, Dio Figlio mi ha redento, Dio Spirito mi ha donato la poca fede che possiedo.

E che mi tengo stretta, come mi tengo stretta la Parola di salvezza, per amore di chi mi è più vicino, a partire da mia figlia e da mia moglie, e per amore di tutti coloro di cui l’Eterno vorrà farmi prossimo.

Sia fatta la Tua volontà, o Eterno. Amen.

Il labirinto

Il labirinto

“Quello che tutti temiamo di più”, disse il sacerdote a bassa voce, “è un labirinto senza centro.

Questo è il motivo per cui l’ateismo è solo un incubo”.

(Chesterton, Father Brown Omnibus. p.319)

Il centro è Cristo.

Gli ostacoli, le strade chiuse, i muri di mattoni, sono il nostro peccato ed i peccati del mondo.

La bussola è la Parola dell’Eterno, che indica costantemente il Nord della Sua volontà.

L’equipaggiamento, il solo necessario, sono i doni dello Spirito.

L’ateismo è solo un incubo, l’incubo del credersi libero, senza veramente esserlo.

Il labirinto - Labirinto di Chartres
Il labirinto – Labirinto di Chartres

Immacolata Concezione, 8 dicembre: una solennità che divide

Immacolata Concezione, 8 dicembre: una solennità che divide

Nella Chiesa Cattolica

Domani, 8 dicembre, nella chiesa cristiana cattolica si celebra con il grado di Solennità l'”Immacolata Concezione della Beata Vergine Maria“.

Scrivo nel titolo che è una solennità che divide perchè nel mondo cristiano lo celebra solo la chiesa cattolica, come conseguenza del dogma proclamato da papa Pio IX l’8 dicembre 1854.

Secondo la formulazione del dogma, la Vergine Maria sarebbe stata concepita pura, senza peccato originale: Dio avrebbe cioè preservato Maria da ogni macchia di peccato originale fin dal primo istante del suo concepimento nel grembo della madre, Sant’Anna.

Tale dogma è proprio solo della Chiesa Cattolica.

Immacolata Concezione, 8 dicembre: una solennità che divide - Murillo, Immacolata Concezione
Immacolata Concezione, 8 dicembre: una solennità che divide – Murillo, Immacolata Concezione

Nella Chiesa Ortodossa

La Chiesa Ortodossa non considera un dogma l’Immacolata Concezione di Maria.

Onora in modo particolare Maria, la dice investita di grazie e doni particolarissimi per la sua missione di Madre di Dio, ma non la considera senza peccato dal concepimento.

Riprendo dall’ortodosso Giustino Popovic (1894-1979):

La Chiesa ortodossa apostolica condanna e respinge la dottrine cattolica-romana sulla concezione immacolata della vergine Maria, e confessa che è stata concepita e messa al mondo per via naturale da san Gioacchino e sant’Anna, vale a dire che la sua concezione è stata bene sottomessa al peccato dei parenti. La santa Tradizione non chiama mai la santa vergine Maria ‘figlia primogenita di Dio’, non la separa mai dalla razza umana per la sua natura, per la concezione o la sua messa al mondo.

Il carattere della santa Vergine e Madre di Dio scaturisce non da una esenzione dal peccato ancestrale nella sua natura umana, ma dalla sua lotta e dalla sua vittoria sulla sozzura e sul peccato.

(clicca qui per leggere l’articolo completo).

Nella Chiesa Ortodossa – La Concezione di Sant’Anna

Riporto invece per intero, perchè la trovo esauriente, la risposta ad un lettore di un padre ortodosso sul sito della chiesa ortodossa di Torino. Premetto che il calendario bizantino, alla data dell’8 dicembre, celebra la vigilia della Concezione di Sant’Anna, madre di Maria.

Gli ortodossi celebrano il 9 dicembre la Concezione (anche se non la “Immacolata” Concezione) della Beata Vergine Maria nel grembo di Sant’Anna.

L’antica storia della Concezione di Sant’Anna narra di un evento miracoloso (perché Anna e suo marito Gioacchino erano vecchi, e Anna era sterile), anche se non dice nulla circa il peccato originale, perché la dottrina del peccato originale, esposta dal Beato Agostino di Ippona, non era ancora stata sviluppata quando questa storia è stata fondata nel culto cristiano.

Il senso di tutta la dottrina dell’Immacolata Concezione è collegato alla dottrina agostiniana del peccato originale, che vede il peccato come una macchia ereditaria di colpa.

La visione ortodossa, esposta da Padri come Efrem il Siro, dice che la sola parte ereditaria del peccato di Adamo ed Eva (il “peccato ancestrale”) è ciò che ci fa essere mortali. Agostino, d’altra parte, è stato il primo tra i Padri della Chiesa a proporre un’eredità della colpa. Ciò significherebbe che il Figlio di Dio ha preso carne non solo in un grembo mortale, ma in un grembo colpevole… e questo distruggerebbe tutta la venerazione della Madre di Dio come la “tutta pura”, come è sempre stata chiamata.

In realtà, ci sono voluti circa quattro secoli per sviluppare una dottrina della “esenzione” della Madre di Dio dal peccato originale agostiniano: il primo a proporre una tale teoria fu l’abate carolingio Pascasio Radberto di Corbie nel IX secolo. Prima di allora, nessuno (neppure lo stesso Beato Agostino!) aveva scritto nulla su uno status speciale della Vergine Maria. Il dibattito è andato avanti con polemiche nella Chiesa cattolica romana, con i francescani come difensori della dottrina dell’esenzione, e i domenicani come suoi avversari. Nemmeno i mistici cattolici erano d’accordo: Brigida di Svezia e Caterina da Siena ebbero due rivelazioni opposte, una a favore e una contraria alla nuova dottrina.

Anche alcuni santi ortodossi, come San Dimitri di Rostov, hanno accettato la dottrina dell’Immacolata Concezione, ma non essendo motivati dalla teologia agostiniana, vedevano il termine come un semplice riflesso dello status di “tutta pura” attribuito alla Vergine Maria.

Quando la dottrina è stata trasformata in un dogma cattolico nel 1854, tuttavia, è stata specificamente legata alla teologia agostiniana, in modo da non essere più una questione di speculazione sulla purezza della Theotokos, ma di accettazione dogmatica di una dottrina particolarmente pessimistica del peccato, proposta da un Padre della Chiesa (e da uno solo, contro il consenso degli altri Padri). Gli ortodossi obiettano che la nuova dottrina svilisce la Vergine Maria (invece di esaltarla), scindendo la sua umanità da quella del resto del genere umano.

La proclamazione del dogma nel 1854 ha avuto altre due conseguenze:

– Ha visto la proclamazione di un dogma da parte del solo Papa di Roma, e non per il consenso della Chiesa;

– Ha cambiato il tradizionale periodo di gestazione di Maria Vergine (9 mesi meno un giorno, dall’8 settembre al 9 novembre) in una replica del periodo di gestazione di Gesù Cristo (9 mesi esatti, dal 25 marzo al 25 dicembre). Poiché 9 mesi erano stati considerati il ​​tempo ideale della gestazione umana, la Chiesa ha tolto un giorno alla Vergine Maria per sottolineare che solo Gesù è l’esempio perfetto del genere umano (proprio come ha fatto con Giovanni Battista, “il più grande tra i nati di donna”, al quale è stato dato un periodo di gestazione di 9 mesi più un giorno, dal 23 giugno al 24 settembre). Naturalmente, non abbiamo alcun mezzo per sapere quanti giorni o ore siano rimasti nel grembo delle loro madri i diversi personaggi biblici, né i tempi reali sarebbero davvero importanti, ma il simbolismo della tradizione cristiana era chiaro, e la Chiesa romana ha sovvertito questo simbolismo mettendo la Vergine allo stesso livello di Cristo.

Immacolata Concezione, 8 dicembre: una solennità che divide - Icona della Concezione di Sant'Anna
Immacolata Concezione, 8 dicembre: una solennità che divide – Icona della Concezione di Sant’Anna

Nelle Chiese Evangeliche

Nelle Chiese cristiane evangeliche, in conseguenza dell’applicazione del principio di Sola Scriptura, la questione di una accettazione del dogma dell’Immacolata non si pone perchè non esiste alcun fondamento biblico di una simile dottrina.

Si sostiene generalmente che “Dalla letteratura apocrifa [non dalla Bibbia] proviene quasi tutto quel che si crede di sapere della Vergine Maria: i nomi dei suoi genitori, Gioacchino ed Anna, la sua nascita tardiva, annunziata da un angelo, la sua educazione nel Tempio, il suo voto di verginità perpetua, in seguito al quale è affidata a Giuseppe, vecchio e vedovo, designato dal prodigio della colomba uscita dalla sua verga. Dal Protevangelo di Giacomo, in particolare, Origene aveva appreso che i «fratelli del Signore» erano figli di Giuseppe in un precedente matrimonio.”.

Come riassumere il pensiero Cattolico Romano su Maria?

Ciò che la Chiesa Cattolica Romana afferma intorno al personaggio di Maria, madre di Gesù, può essere racchiuso nei seguenti punti:

1. Maria è Madre di Dio in senso vero e proprio. È di fede (BARTMANN B. Teologia Dogmatica” Ediz. Paoline, Alba, 1963, par. 108).

2. Maria concepì e partorì suo Figlio Gesù senza danno per la sua verginità, e restò vergine anche dopo il parto. È di fede (BARTMANN, Op. cit.. par. 109).

3. Maria, dal primo istante della sua concezione, per una grazia speciale, è stata preservata pura da ogni macchia di peccato originale. È di fede (BARTMANN, Op. cit.. par. 110).

4. In grazia di un privilegio divino, Maria fu esente, durante tutta la vita, dal peccato personale. È verità prossima alla fede (BARTMANN, op. cit., par. 110 II).

5. È la corredentrice del genere umano e la mediatrice di tutte le grazie. È inoltre la madre della Chiesa (Cost. dogm. Lumen Gentium, cap. VIII).

6. È stata assunta col corpo alla gloria celeste. È di fede (Acta Ap. Sedis n. 15 del 4 nov. 1950).

Cosa ci dice di Maria la Scrittura?

Anche qui scelgo come qui un testo riassuntivo che riprendo dal sito di una chiesa evangelica italiana, quella di Foggia.

La Bibbia ci presenta la figura di Maria come una fanciulla vergine, la promessa sposa di Giuseppe, un uomo discendente dal re Davide (Luca 1:26,27).

Il concepimento di Gesù avvenne in modo soprannaturale, per intervento diretto dello Spirito Santo; anche i segni che accompagnarono questo evento furono soprannaturali (Matteo 1:18-25).

Maria non possedeva attributi straordinari che la rendessero più meritevole di altre donne di essere designata da Dio ad accogliere nel suo grembo il Salvatore Gesù. Lei stessa riconobbe la sua umile condizione (Luca 1:48), e l’angelo le disse che la «grazia di Dio» (grazia = favore immeritato) le aveva riservato questo grande onore (Luca 1:30).

Nell’atteggiamento di umile sottomissione e di fede, Maria rappresenta per ogni credente un modello di condotta da imitare (Luca 1:38).

Maria sposò Giuseppe il quale, per rispetto reverenziale verso quello che Maria custodiva, non ebbe con lei rapporti sessuali («non la conobbe») finché non ebbe partorito (Matteo 1:25).

In seguito Maria ebbe altri figli: Gesù è infatti chiamato il «primogenito» (Luca 2:7).

Alle nozze di Cana, Gesù non diede particolare importanza a Sua madre che pure era presente insieme ai suoi fratelli (Giovanni 2:4; Matteo 12:46-50).

Il Vangelo ci mostra altrove un atteggiamento di Maria a dir poco scettico nei riguardi di una presunta messianicità del Figlio: «…sua madre ed i suoi fratelli…, udito ciò, vennero per impadronirsi di Lui, perché dicevano: E’ fuori di sé» (Marco 3:31,21).
Ciò è confermato anche da ciò che ci riferisce l’apostolo Giovanni: «…neppure i suoi fratelli credevano in lui» (Giovanni 7:5).

Gli apostoli del Signore non ebbero particolari riguardi per Maria: Gesù non lasciò loro alcuna istruzione a riguardo se non un appello d’amor filiale a prendersi cura di lei (Giovanni 19:26,27).

Nell’alto solaio, Maria prega insieme agli altri discepoli in attesa di ricevere il battesimo nello Spirito Santo (Atti 1:14).

Nelle epistole del Nuovo Testamento non vi è alcuna allusione ad una mediazione di Maria a favore dei credenti. Ella, inoltre, non parla mai di una sua concezione immacolata: al contrario nel Magnificat parla del suo Salvatore, un vero e proprio controsenso se fosse stata senza peccato! (Luca 1:47).

In un contesto scritturale così chiaro, che non lascia spazio ad alcuna deviazione dalla verità del Vangelo, le parole di Gesù sembrano voler prevenire l’indebito culto di Maria per condannarlo (Luca 11:27. 28).

Considerazioni bibliche su Maria

La fede del cristiano deve essere una fede chiara, che onora Dio nel cammino di fedeltà alla Sua Parola – una fede che sa distinguere tra i salvati e il Salvatore.

Infatti: – In nessun altro è la salvezza; poiché non v’è sotto il cielo alcun altro nome che sia stato dato agli uomini, per il quale noi abbiamo ad esser salvati (Atti 4:12).

Maria ci insegna che il vero rapporto con Cristo si realizza nel contesto della fede vissuta nell’assemblea dei credenti. L’ultima volta che Maria è ricordata nel Nuovo Testamento è, così come è stato in precedenza menzionato, insieme agli apostoli, il giorno di Pentecoste, a Gerusalemme, in attesa di ricevere ciò che Gesù aveva promesso ai suoi (Atti 2:14). Subito dopo Maria scompare dalla scena.

Delle dozzine di dottrine insegnate dalla Chiesa cattolica romana senza il minimo di appoggio dell’autorità delle Scritture, una delle più notevoli, e certamente delle più anti-bibliche, è l’esaltazione della Vergine Maria, la madre di Gesù.

Ogni cristiano ringrazia Dio per Maria perché è stata lo strumento dell’incarnazione di Cristo, e la onoriamo come «vaso scelto» di Dio, ma attribuirle uno status al limite della divinità è idolatria e culto della creatura.

(clicca qui per leggere il testo completo)

La vera attualità della Riforma? Cristo Unica Via

La vera attualità della Riforma? Cristo Unica Via

Cosa dite? Non lo dice solo la Riforma? È un assunto comune tra le chiese cristiane? Mica tanto vero direi.

Intanto le chiese riformate storiche per la maggior parte il Solus Christus lo hanno buttato alle ortiche, assieme al Sola Scriptura, per correre appresso alle attualizzazioni, alla sociologia spicciola, al tutte le strade sono buone, alla Bibbia pret-a-porter.

E a giudicare dalle dichiarazioni di Papa Francesco (che delusione!!!) su Francesco d’Assisi e Buddha che sarebbero ugualmente nostre guide, parte della chiesa cattolica è sulla stessa nefanda strada. Tutto pare “fare brodo”, tutto mischiato nello stesso minestrone sincretico e politicamente corretto.

La Parola di Dio, non io, non qualche scellerato “fondamentalista” cristiano, dice che Gesù Cristo è Via, Verità e Vita. La Sola Via, la Sola Verità, la Sola Vita.

Non ce ne sono altre! Possono esserci sentimenti o sensazioni che ci fanno pensare di essere sulla stessa strada, o che fanno si che siamo realmente sulla stessa strada, ma alla fine una scelta occorre farla! Occorre farla. E o si sceglie la via della Croce, la strada meno battuta di cui scrivevo ieri, o si sceglie la strada del compromesso, del tradimento parziale, del tiepidume. E si finirà vomitati quando sarà il tempo opportuno.

Cristo Unica Via

Cristo Unica Via è la sola Verità praticabile per ogni chiesa cristiana, per ogni credente cristiano, se vuole essere degno della Grazia che il Signore ci ha donato, a costo di morire sulla Croce.

Francesco d’Assisi parlava di un Vangelo da seguire sine glossa, senza aggiunte ed omissioni, di una Scrittura Sacra per la quale valeva la pena sacrificare ogni cosa, ogni realtà della propria vita.

Questa consapevolezza è la sola, vera, unica “illuminazione”. E non è qualcosa a cui l’uomo può giungere con i suoi sforzi o con le sue pratiche ascetiche, di qualsiasi tipo esse siano.

La Verità è rivelata!  È  un dono di Dio, non qualcosa a cui l’uomo può arrivare con le sue forze. Con il suo buon senso, il bon ton, il vivere in pace di cui parlano tanto.

Perchè la pace di Cristo, anche questo lo dice il Vangelo, non lo dico io, non è la pace di questo mondo, non si dà come il mondo crede di darsi pace, non è la stretta di mano o l’abbraccio frettoloso che ci scambiamo nei nostri luoghi di culto.

La pace di Cristo passa per l’Eucaristia, il sacrificio, la Passione, la Croce, l’accettazione dei doni dello Spirito, quali essi siano, l’impegno ad evangelizzare il mondo anche quando si viene rifiutati, rigettati, derisi, o uccisi per questo.

Io sono la Luce!, dice Gesù. Io sono la Via, la Verità e la Vita! Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me!

Passeranno i cieli, passerà la terra, ma la mia Parola non passerà! Neppure uno iota di questa legge perirà. Sarà la terra a perire nell’ultimo giorno. Periranno i falsi dottori, i demoni travestiti da angeli di luce, i potenti di questo mondo, i servi del satana.

Mi pare che in tante parti delle chiese cristiane si sia diffusa la più perniciosa delle eresie. Quella di credere che tutti o quasi saranno salvati. Qualsiasi cosa si sia fatta nella vita. Non è così. Dio può perdonare ogni peccato, lo dice la Scrittura, ma noi non possiamo decidere, non possiamo decidere noi, o dare per scontato quello che perdonerà o quello no.

Se crediamo così, allora facciamo pure un’unica indistinta chiesa dei cristiani che si vogliono bene (non più di due ore a settimana però!), celebriamo un unico culto fasullo ai nostri idoli di bon ton, pasteggiamo a pane e vino, e torniamocene a casa tutti apparentemente contenti.

Non è la Chiesa che mi interessa. Io amo la Chiesa di Cristo. E la Chiesa di Cristo o è costruita su Cristo, sul Verbo di Dio, sulla Parola, sulla Roccia della nostra salvezza, o è una delle tante chiesette (o tempio, o stupa, o moschea, o quello che vi pare) costruita sulle nostre certezze del momento, sabbia che sfugge tra le mani, sabbia che tanti si ritroveranno tra i denti.

Vegliate e pregate, dice Gesù, ed io veglio e prego, perchè l’Eterno, Benedetto Egli sia, mi liberi da questa demoniaca tentazione. Di pensare che posso farcela da solo, che la Chiesa possa farcela da sola, senza il Cristo, senza la Parola di Dio.

La vera attualità della Riforma? Cristo Unica Via
La vera attualità della Riforma? Cristo Unica Via

L’uomo vivo, l’uomo morto e la satanica parodia dell’unità

L’uomo vivo, l’uomo morto e la satanica parodia dell’unità

Ernest Hello (1828 – 1885), nell’opera L’homme del 1872, così scrive:

“L’uomo mediocre non avverte né la grandezza, né la miseria, né l’Essere, né il nulla; non è né estasiato né decaduto: resta sul penultimo gradino della scala, incapace di salire e troppo pigro per scendere.

Nei suoi giudizi come nelle sue azioni, sostituisce la convenzione alla realtà, approva ciò che trova posto nel suo casellario, condanna ciò che sfugge alle denominazione e alle categorie che conosce, teme la meraviglia e, non avvicinandosi mai al mistero terribile della vita, evita le montagne e gli abissi lungo i quali essa accompagna i propri amici.

L’uomo geniale è superiore a ciò che compie: il suo pensiero è superiore alla sua opera. Il mediocre è inferiore a ciò che compie; la sua opera non è la realizzazione di un’idea, è un lavoro eseguito secondo certe regole. L’uomo di genio lascia sempre incompiuta la sua opera; l’uomo mediocre è pieno della propria, pieno di se stesso, pieno di niente, pieno di vuoto, pieno di vanità. Quest’odioso personaggio sta interamente in queste due parole: freddezza e vanità!

L'uomo vivo, l'uomo morto e la satanica parodia dell'unità
L’uomo vivo, l’uomo morto e la satanica parodia dell’unità

Lo spirito del male dice:

‘Riposati. Che farai nella mischia? Altri combatteranno abbastanza. Tu che sei savio, non iscomodare le tue abitudini. Il male, continua il diavolo, è sempre esistito ed esisterà sempre nelle stesse proporzioni. I pazzi che vogliono combatterlo non guadagnano nulla e perdono il loro riposo. Tu che sei savio, dà ad ogni cosa la sua parte e non dichiarare a niente la guerra.

È impossibile illuminare gli uomini. Perché dunque tentarlo? Fa pace con le opinioni che non sono tue. Non sono esse tutte ugualmente legittime?’.
Così parla il demonio; e l’uomo separato dalla verità, perché ha paura di lei, che è l’Atto puro, l’uomo, insensibilmente e a sua insaputa, si unisce all’errore […] discende a poco a poco, durante il suo sonno, in quell’indifferenza glaciale, placida e tollerante, che non s’indigna di niente, perché non ama niente, e che si crede dolce perché è morta.

E il demonio vedendo quest’uomo immobile, gli dice: ‘Tu gusti il riposo del savio’; vedendolo neutro tra la verità e l’errore, gli dice: ‘Tu li domini entrambi’; vedendolo inattivo, gli dice: ‘Tu non fai del male’; vedendolo senza risorsa, senza vita, senza reazione contro la menzogna e il male […], gli dice ‘Io t’ho ispirato una filosofia savia, una dolce tolleranza, tu hai trovato la calma nella carità’, perché il demonio pronunzia spesso le parole di tolleranza e di carità.

L’uomo vivo, l’uomo attivo che ama e che è unito all’unità, afferra il rapporto delle cose, e unisce fra loro le verità.

L’uomo morto ha perduto il senso dell’unità. Non unisce più verità fra di loro: non concilia più, per la contemplazione dell’armonia, le cose che devono esser conciliate, le cose vere, buone e belle.
Ma in cambio, compone una parodia satanica dell’unità; cerca di amare insieme il vero e il falso, il bene e il male, il bello e il brutto; non sempre si adira, almeno in apparenza, se si affermano i dogmi, ma preferisce che si neghino.

Non avendo voluto unire ciò che è unito, credere a tutta la verità, conciliare quel che è conciliabile, cerca di unire ciò che è necessariamente ed eternamente contradittorio, di credere insieme alla verità e all’errore, di conciliare il Sì e il No; non avendo voluto amare Dio tutto intiero, cerca di amare Dio e il diavolo: ma è l’ultimo che preferisce”.

“Che si direbbe d’un medico il quale, per carità, avesse riguardi verso la malattia del suo cliente? Immaginate questo tenero personaggio. Direbbe al malato: Dopo tutto, amico mio, bisogna essere caritatevole. Il cancro che vi corrode è forse in buona fede. Suvvia, siate gentile, fate con lui un po’ d’amicizia; non bisogna essere intrattabili; fate la parte del suo carattere. In questo cancro, esiste forse una bestia; essa si nutre della vostra carne e del vostro sangue, avreste il coraggio di rifiutarle quanto le occorre? La povera bestia morirebbe di fame. Del resto, io sono condotto a credere che il cancro è in buona fede e adempio presso di voi ad una missione di carità.

È il delitto del secolo quello di non odiare il male, e di fargli delle preposizioni. Non vi ha che una proposizione da fargli, è di scomparire.

Ogni accomodamento concluso con lui somiglia neppure al suo trionfo parziale, ma al suo trionfo completo, perché il male non sempre domanda di scacciare il bene, domanda il permesso di coabitare con lui. Un istinto segreto lo avverte che domandando qualche cosa, domanda tutto. Appena non è più odiato, si sente adorato”.

L'uomo vivo, l'uomo morto e la satanica parodia dell'unità
L’uomo vivo, l’uomo morto e la satanica parodia dell’unità

Ernst Hello, chi era

Ernest Hello (Lorient, 4 novembre 1828 – Lorient, 14 luglio 1885) è stato uno scrittore e critico letterario francese apologista cristiano.

Suo padre era un avvocato che lavorava alla Corte di Cassazione a Parigi. Fin dalla prima infanzia ebbe problemi di salute a causa di una malattia della spina dorsale o delle ossa, il che gli causò molti problemi nel lavoro ed è probabilmente alla base della vena malinconica che si ritrova in molti suoi scritti. Dopo aver studiato a Rennes ed essersi diplomato al Collegio Luois Le Grand di Parigi si dedicò agli studi di Legge seguendo la volontà paterna, ma li abbandonò presto per dedicarsi alla teologia da cui era stato attratto a causa della sua ammirazione per Jean-Baptiste Henri Lacordaire e Joseph Gratry.

Nel 1857 sposò Zoë Berthier, di dieci anni maggiore di lui, figlia di un ufficiale dell’esercito e discreta scrittrice. Nello stesso anno fondò assieme a Georges Seigneur il periodico “Le Croisé”, a cui collaborarono anche Louis Veuillot e Léon Gautier. Nonostante il buon successo ottenuto il giornale chiuse dopo due soli anni a causa di differenze di vedute tra i due fondatori. La sua attività sulla stampa continuò però ininterrottamente come firma di diverse altre pubblicazioni.

A questi impegni affiancò una parallela produzione letteraria, varia nella forma ma uniforme nello spirito. Iniziò con il saggio M. Renan, l’Allemagne et l’athéisme au XIXe siècle, pubblicato nel 1858, studio su Ernest Renan ben accolto ma presto dimenticato dal pubblico. Questa opera sarebbe stata poi ripubblicata in versione ampliata dopo la sua morte con il titolo di Philosophie et atheism. Nel 1872 pubblica L’uomo (L’homme), considerato la sua opera più importante, è costituito da una raccolta di saggi che analizzano l’uomo da tre distinti punti di vista: nella vita, nella scienza e nell’arte. In polemica con il positivismo ateo, Hello per la sua analisi rifiutava il metodo di Cartesio e si rifaceva ai principi enunciati nelle Sacre Scritture.

In seguito pubblicò Physionomies de saints (1875), che sarebbe stato poi tradotto in inglese nel 1903 e sarebbe diventato la sua opera più nota in Inghilterra, Contes extraordinaires (1879), Les Plateaux de la balance (1880) e, pubblicato postumo, Le siècle (1896). Si cimentò anche come traduttore con le versioni in francese delle Visioni di Angela da Foligno e di alcune opere di Jan Ruysbroeck, mistico del XIII secolo.

(fonte: Wikipedia)

La chiesa di pietra. Serve o non serve?

La chiesa di pietra. La Basilica del Laterano

Oggi, 9 novembre, la chiesa cristiana di confessione cattolica celebra con il grado di Festa la dedicazione della basilica Lateranense, costruita dall’imperatore Costantino in onore di Cristo Salvatore come sede dei vescovi di Roma.

Ma come, potrebbe dire qualcuno, non si chiama San Giovanni? Così in effetti la chiamano abbreviando i romani, ma il titolo completo è alquanto lungo. Esattamente è: “Arcibasilica Papale del Santissimo Salvatore e dei Santi Giovanni Battista ed Evangelista in Laterano”.

Come riassume WikipediaPapa Silvestro I, nel IV secolo, la dedicò al Santissimo Salvatore; poi papa Sergio III, nel IX secolo, aggiunse la dedica a San Giovanni Battista; infine papa Lucio II, nel XII secolo, incluse anche San Giovanni Evangelista. È detta “arcibasilica” perché è la più importante delle quattro basiliche papali maggiori; più precisamente, ha il titolo onorifico di Omnium Urbis et Orbis Ecclesiarum Mater et Caput, ovvero Madre e Capo di tutte le chiese nella città e nel mondo. È detta infine “in Laterano”, o “lateranense”; Lateranus era un cognomen della gens Claudia, e nella zona dove sorse la basilica si trovavano dei possedimenti (horti) di quella famiglia.

Scrivevo sopra “costruita dall’imperatore Costantino in onore di Cristo Salvatore come sede dei vescovi di Roma” ma, diciamolo, anche per celebrare se stesso come “protettore” temporale della chiesa cattolica. Uno dei tanti, con alterne fortune, ma più spesso sfortune, definito od autodefinitosi tale nel corso di questi venti e spicci secoli di storia.

La chiesa di pietra. Serve o non serve?
La chiesa di pietra. Serve o non serve?

La chiesa di pietra. Serve? No…

Un dibattito che va avanti da sempre. La risposta a mio parere teologicamente più esatta è no, non serve, nel senso che non è strettamente necessaria. Come disse Gesù, i veri adoratori adorano in spirito e verità. Il culto al Signore è principalmente un culto spirituale. Stiamo attenti però, spirituale non significa disincarnato, al contrario.

Tutto ciò che è apparentemente nostro, corpo ed anima, deve essere coinvolto nel culto da rendere al Verbo, alla Parola di Dio, al Cristo. E quindi come al corpo servono il cibo, serve un vestito, così è necessario anche, quando due o tre sono insieme nel Suo Nome, che essi abbiano un luogo dove riunirsi.

Non necessariamente quel qualcosa che architettonicamente chiamiamo chiesa o basilica, o tempio, o cattedrale, o duomo o in mille altri modi. I primi culti, ci raccontano il libro degli Atti ed il Nuovo Testamento, si tenevano nelle case, nelle famiglie.

Le prime chiese erano chiese domestiche, caratterizzate dal piccolo numero. Anche per ovvi motivi legati alla persecuzioni continue che la chiesa nascente subiva da questa o quella autorità temporale, dai vari principi di questo mondo, strumenti del Maligno che cercava di scoraggiare gli uomini e le donne dal celebrare la sua sconfitta attraverso la Croce, la Morte e la Resurrezione di Gesù.

La chiesa di pietra. Serve o non serve?
La chiesa di pietra. Serve o non serve?

La chiesa di pietra. Serve? …ma anche Si.

La chiesa di pietra quindi essenzialmente non serve, ma anche si. Purchè si abbia chiaro che lo spazio è reso sacro principalmente dal fatto che coloro che si riuniscono in questo o quel determinato luogo, delimitato da quattro mura e da questo o quello spazio, sono sacri loro, nel senso che sono motivati dal riunirsi nel volersi consacrare a Dio, nel professare la loro intenzione di rendere gloria al Signore, all’Eterno, del quale sono debitori e che Solo, vogliono servire come servi senza pretese e facendo, come Maria ci dice nel Vangelo tutto ciò che Egli ci dirà.

La chiesa di pietra, o il tempio, o la sala di riunione servono quindi per ricordarci che tutto lo spazio, non solo quello delimitato!, è uno spazio liturgico, e che tutto il tempo, non solo quello particolare che trascorriamo dentro quel luogo, è un tempo liturgico.

Che l’uomo è in essenza liturgico, servitore di Dio, ministrante di Dio in ogni gesto od azione che compie su questa terra.

Nel tempo forte, specifico del culto domenicale, della Messa, della Divina Liturgia, tutto ciò che ci circonda, e tutto ciò che viviamo ci ricorda in modo speciale tutto questo. Che l’essenza dell’essere chiesa, dell’essere ec-clesia, è questo essere chiamati da fuori, da Dio perchè a Lui ed a Lui Solo dobbiamo servire. Perchè da Lui proveniamo ed a Lui torneremo.

E sarà bene, Gesù ce lo dice un numero incredibile di volte nel Vangelo, che il servo si faccia trovare buono, fedele, operoso nel momento che questo accadrà. Perchè è l’uso che avremo fatto del tempio del nostro corpo quello che sarà oggetto del giudizio.

Amen. Alleluia.

Crux, Hostia, Virgo

Crux, Hostia, Virgo – cos’è?

È la triade di cui parla il Card. Robert Sarah nel suo libro “Dio o niente – Conversazione sulla fede con Nicolas Diat“, che ho letto questa estate*.

A questa triade bisogna che il cristiano si conformi.

Non mi soffermo tanto su quello che ne dice lui, quanto sulla triade “parallela” che mi è venuta in mente leggendo il libro e pregando sulla Parola di Dio di cui questo è pieno.

La triade dei consigli evangelici, la castità, la povertà, l’obbedienza.

La Crux, la Castità

La Crux, la Croce, come la castità negli affetti, nei sentimenti, ed in ogni aspetto della vita.
La Castità nel considerare il mondo con l’intenzione con cui il Suo Signore lo ha creato.
Laddove l’asse orizzontale della Croce, la vita degli uomini nella storia, la condizione umana, ha senso solo se innestata sull’asse verticale della Croce, il rapporto con Dio.
O è destinata inesorabilmente a cadere rovinosamente al suolo.

Crux, Hostia, Virgo
Crux, Hostia, Virgo

L’Hostia, la Povertà

L’Hostia, l’ostia consacrata, come la povertà; la povertà cui siamo chiamati come comunità, la povertà cui ciascuno di noi personalmente è chiamato nel considerare noi stessi come qualcuno che è disposto a lasciarsi “mangiare” dal mondo, perchè la Parola di Dio lo consacri a sè.

L’Hostia, l’Eucaristia come il continuo rendimento di grazie cui siamo chiamati, come il lasciare che sia mangiato il nostro corpo, che sia bevuto il nostro sangue nobilitati dalla consapevolezza di dover essere pane spezzato e vino versato per la salvezza del mondo, ad immagine del nostro Unico Salvatore e Redentore.

Crux, Hostia, Virgo
Crux, Hostia, Virgo

La Virgo, l’Obbedienza

La Virgo, la Vergine, Maria come l’Obbedienza piena, assoluta alla Parola di Dio.

Quando non capisco il comando del Signore, il mio parlare sia: Avvenga di me secondo la Tua Parola.

Quando sono chiamato ad agire, che io obbedisca al consiglio che Maria dà ai servi a Cana: Fate tutto quello che Egli vi dirà.

Quando il mondo mi critica, mi deride, mi percuote, mi perseguita, che io abbia la stessa ferma fede di Maria (Stabat Mater…) di rimanere fermo sotto la Croce del Mio Unico Signore.

Crux, Hostia, Virgo
Crux, Hostia, Virgo

E si torna alla Crux, al primo elemento della triade. Perchè questa “triade” in realtà è un unico atteggiamento di abbandono al Signore. Così come le tre Persone divine rimandano all’Unico Signore, così i tre consigli evangelici rimandano all’imitazione dell’Unico Cristo, vero Dio e vero uomo, cui ognuno di noi deve tendere.

Amen. Alleluia.