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La mia casa sarà una casa di preghiera

La mia casa sarà una casa di preghiera

Il Vangelo del giorno (Luca 19:45-48)

= (Mt 21:10-16; Mr 11:11, 15-18) Gv 2:13-17

45 Poi, entrato nel tempio, cominciò a scacciare i venditori, 46 dicendo loro: «Sta scritto: “La mia casa sarà una casa di preghiera”, ma voi ne avete fatto un covo di ladri.

47 Ogni giorno insegnava nel tempio. Ma i capi dei *sacerdoti e gli *scribi e i notabili del popolo cercavano di farlo morire; ma non sapevano come fare, perché tutto il popolo, ascoltandolo, pendeva dalle sue labbra.

La mia casa sarà una casa di preghiera
La mia casa sarà una casa di preghiera

Un breve commento

Come ogni mattina, ho pregato il Signore prima con la Liturgia delle Ore e i Salmi, poi proclamando le letture della Messa del giorno. Il Vangelo di oggi continua il richiamo del Signore alle nostre responsabilità verso la Sua Parola.

Noi siamo Tempio del Signore, il nostro corpo è Tempio di Dio. Quindi ogni nostro atto, gesto, pensiero deve manifestare tutto questo. Ed in modo speciale deve farlo il nostro ritrovarci assieme per la lode e l’ascolto comune.

La liturgia di oggi nella chiesa cattolica ricorda i martiri vietnamiti, persone che hanno testimoniato la fede nell’Eterno restituendoGli la propria stessa vita.

Ascoltiamo alla luce del loro esempio la Parola di oggi. Perchè se viviamo il nostro quotidiano come se la Parola di Dio ci riguardasse solo “di struscio”, come si dice qui a Roma, facciamo del nostro vivere quotidiano “una spelonca di ladri”.

Noi, ladri, che rubiamo, male usiamo del dono del tempo e della vita che c’è stato fatto fin dal primo respiro.

Noi siamo tempio del Signore. Il colore della liturgia del giorno è il rosso. Che tutta la nostra vita, il nostro essere, diventino rossi per la passione con cui dobbiamo professare la nostra fede.

Che non diventiamo, piuttosto, rossi per la vergogna…

Amen. Alleluia!

Gesù piange su Gerusalemme (Luca 19:41-44)

Gesù piange su Gerusalemme (Luca 19:41-44)

Il testo del Vangelo del giorno

Mt 23:37-39; Lu 13:34, 35; 21:20-24; 3:9; Gr 8:18-9:1

 

41 Quando fu vicino, vedendo la città, pianse su di essa, dicendo: 
 
42 «Oh se tu sapessi, almeno oggi, ciò che occorre per la tua pace! Ma ora è nascosto ai tuoi occhi. 
 
43 Poiché verranno su di te dei giorni nei quali i tuoi nemici ti faranno attorno delle trincee, ti accerchieranno e ti stringeranno da ogni parte; 44 abbatteranno te e i tuoi figli dentro di te e non lasceranno in te pietra su pietra, perché tu non hai conosciuto il tempo nel quale sei stata visitata».

 

Gesù piange su Gerusalemme (Luca 19:41-44)
Gesù piange su Gerusalemme (Luca 19:41-44)

Un breve commento

Gesù piange. Piange su Gerusalemme che non lo riconosce come Unico Signore, che non lo riconosce come vero Re, che indica la Via, e dona la Vita vera.
Il testo ci prepara all’ultima domenica dell’anno liturgico, in cui celebriamo la Signoria assoluta di Dio sulla nostra vita, attraverso gli insegnamenti che ci vengono dal Cristo, dal Verbo dall’Incarnazione della Parola di Dio.
Non sembri quanto scrivo una ripetizione. C’è una eresia diffusa oggi che consiste nel dire che il Cristo si, la Bibbia no. Che è un’assurdo, perchè il Cristo è il Verbo, è la Bibbia, tutta la Bibbia, non una sola parte.
Non solo la parte che ci piace, o che suona meglio agli orecchi del mondo che ci circonda, ma tutta la Scrittura. Neppure uno iota perisce per la venuta del Cristo, anzi, al contrario. Anche il più picolo iota trova il compimento in Cristo Gesù.
Lo iota diventa la più maiuscola delle lettere.
Una lettera che parla di vita, una lettera che dice vita, che dice salvezza, che dice giustizia, che dice misericordia.
Gesù piange su Gerusalemme. Piange su ciascuno e ciascuna di noi che non lo riconosce, che non lo segue. E, così facendo, lascia che le mura della sua vita vadano in rovina.
Gesù piange, e poi muore per noi, per darci l’esempio. Morire al mondo, per rivivere in Lui.
Che Egli accresca la nostra fede!

Troverà la fede sulla terra? Si, ma, però.

Troverà la fede sulla terra? Si, ma, però.

Troverà la fede sulla terra? Si, ma, però.

Ho titolato così questo post perchè credo che occorra confrontarsi a fondo con il Vangelo, specie con quei brani che ci sembra di conoscere bene, di cui pensiamo che “sappiamo quello che dicono”.

Il testo evangelico

In quel tempo, Gesù diceva ai suoi discepoli una parabola sulla necessità di pregare sempre, senza stancarsi mai: 
«In una città viveva un giudice, che non temeva Dio né aveva riguardo per alcuno. In quella città c’era anche una vedova, che andava da lui e gli diceva: “Fammi giustizia contro il mio avversario”. 
Per un po’ di tempo egli non volle; ma poi disse tra sé: “Anche se non temo Dio e non ho riguardo per alcuno, dato che questa vedova mi dà tanto fastidio, le farò giustizia perché non venga continuamente a importunarmi”». 
E il Signore soggiunse: «Ascoltate ciò che dice il giudice disonesto. E Dio non farà forse giustizia ai suoi eletti, che gridano giorno e notte verso di lui? Li farà forse aspettare a lungo? Io vi dico che farà loro giustizia prontamente. Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?».

(Luca 18:1-8)

Si, ma, però

Si, forse troverà la fede sulla terra. Ma in chi, o in che cosa avranno fede gli uomini quando tornerà il Signore per giudicare i vivi e i morti?

Perchè bisogna intendersi. Tanta gente, oggi, dice di avere fede nel Signore Gesù. Tanta gente si dice cristiana. Tanta gente apprezza il Vangelo, a parole.

Ma poi, nei fatti? Quante persone vivono cristianamente? Quanti si confrontano ogni giorno con la Parola di Dio? Quanti ogni giorno aprono e chiudono la loro giornata rendendo grazie per il tempo che il Signore ha concesso loro?

E quanti, invece, se ne ricordano solo per dubitarne, quando non per bestemmiarlo o dirne male, o metterlo in dubbio, quando i loro progetti non procedono come vorrebbero loro, quando il loro coniuge non è perfetto come lo desiderebbero loro, quando il loro figlio non è attento, studioso e rispettoso come dovrebbe, quando il miracolo ‘dovuto’ o preteso non si verifica?

Troverà la fede sulla terra?

Troverà la fede sulla terra il Figlio dell’Uomo? Non so, giacchè la fede che chiede Gesù è quella, assoluta, del Figlio nel Padre.
La fede che gli fa accettare la Croce, la fede che fa dire non la mia ma la Tua volontà.
La fede della Madre di Dio che dice all’angelo Eccomi, sono la serva del Signore; avvenga di me quello che hai detto.
La fede di Giobbe che dice che se da Dio accettiamo il bene dobbiamo accettare anche il male.
La fede di Paolo che spera contro ogni speranza.

Questa è la fede di cui parla il Signore.

Non una spolveratina di zucchero a velo, quello dei buoni sentimenti, del ben volere generico, del fare l’elemosina nella giornata dei poveri per poi scordarseli tutto il resto dell’anno o quasi, quello dell’andare alla Messa, al culto, alla Divina Liturgia solo quando mi rimane comodo, del pregare quando proprio non ho nient’altro da fare.

Qaunta gente conosco che mi dice Beato te, che hai tempo per pregare. Non me lo dite, trovatelo voi. Toglietelo ad altre cose meno urgenti con cui buttate via quel poco di tempo che vi rimane su questa terra.

Poco, si, perchè non sapete quando il Signore verrà.

Non sapete quando il Signore verrà

Ascolteremo Paolo domani, leggiamolo un po’ prima, oggi.

Riguardo ai tempi e ai momenti, fratelli, non avete bisogno che ve ne scriva; infatti sapete bene che il giorno del Signore verrà come un ladro di notte. E quando la gente dirà: «C’è pace e sicurezza!», allora d’improvviso la rovina li colpirà, come le doglie una donna incinta; e non potranno sfuggire. 
Ma voi, fratelli, non siete nelle tenebre, cosicché quel giorno possa sorprendervi come un ladro. Infatti siete tutti figli della luce e figli del giorno; noi non apparteniamo alla notte, né alle tenebre. 
Non dormiamo dunque come gli altri, ma vigiliamo e siamo sobri.

(1 Tessalonicesi 5:1-6)

Noè, Lot e il giudizio finale (Luca 17:26-37)

Noè, Lot e il giudizio finale (Luca 17:26-37)

Il testo

Come avvenne nei giorni di Noè, così sarà nei giorni del Figlio dell’uomo: mangiavano, bevevano, prendevano moglie, prendevano marito, fino al giorno in cui Noè entrò nell’arca e venne il diluvio e li fece morire tutti.

Come avvenne anche nei giorni di Lot: mangiavano, bevevano, compravano, vendevano, piantavano, costruivano; ma, nel giorno in cui Lot uscì da Sòdoma, piovve fuoco e zolfo dal cielo e li fece morire tutti.

Così accadrà nel giorno in cui il Figlio dell’uomo si manifesterà.

In quel giorno, chi si troverà sulla terrazza e avrà lasciato le sue cose in casa, non scenda a prenderle; così, chi si troverà nel campo, non torni indietro.

Ricordatevi della moglie di Lot.

Chi cercherà di salvare la propria vita, la perderà; ma chi la perderà, la manterrà viva.

Io vi dico: in quella notte, due si troveranno nello stesso letto: l’uno verrà portato via e l’altro lasciato; due donne staranno a macinare nello stesso luogo: l’una verrà portata via e l’altra lasciata».

Allora gli chiesero: «Dove, Signore?». Ed egli disse loro: «Dove sarà il cadavere, lì si raduneranno insieme anche gli avvoltoi».

Noè, Lot e il giudizio finale (Luca 17:26-37)
Noè, Lot e il giudizio finale (Luca 17:26-37)

Un breve commento

Come nei tempi di Noè e di Lot

Come avvenne nei tempi di Noè e nei giorni di Lot. Il Signore sa che il tempo dell’uomo su questa terra è in massima parte occupato dal suo essere peccatore, dal mancare di gratitudine nei confronti dell’Eterno, Benedetto Egli Sia, e da un operare umano che va contro i precetti ed i comandi dati dal Signore all’uomo fin dai tempi della Creazione.

Custodire la Creazione, ed invece la andiamo pervertendo come se ne fossimo i padroni, come avveniva ai tempi di Noè.

Riprodurre l’immagine di Dio attraverso l’unione tra l’uomo e la donna, la generazione di figli per il Signore, ed invece, quanto mai ora, ci comportiamo come alcuni si comportavano al tempo di Lot, rifiutandoci di generare, o promuovendo unioni sterili e perverse.

Per fortuna il Signore, l’Eterno, Benedetto Egli sia, è  fedele, perchè non può rinnegare se stesso, ed in Cristo ci ha dato la possibilità comunque di avere la salvezza, per la Sua infinita grazia, per la Sia infinita misericordia.

Da che parte ci troveremo?

Però occorre trovarsi dalla parte giusta, al momento in cui il Signore, l’Eterno, Benedetto Egli sia, ci richiamerà a sè. Trovarsi dalla parte di chi obbedisce alla Parola di Dio. Trovarsi con i suoi comandi davanti agli occhi ed al cuore. Trovarsi ad operare per il Signore, anche nella più grande povertà umana, anche nell’apparente insignificanza per il mondo.

Perchè, ricordiamolo sempre. Noi guardiamo l’apparenza, anche i più acuti tra noi non vanno molto oltre la superficie. Solo Dio, solo il Signore, solo l’Eterno, Benedetto Egli sia, guarda fino in fondo al cuore.

Ricordiamoci della moglie di Lot

Ricordiamoci della moglie di Lot, che pur essendo cosciente della distruzione, della rovina che si abbatteva su una creazione che aveva rifutato Dio, pure si voltava a guardare con nostalgia a qualcosa del suo passato, chissà, forse alla casa, forse ai beni, forse al suo status sociale…

Mentre avrebbe dovuto pensare come pensa Giobbe, servo di Dio: Nudo uscii dal seno di mia madre e nudo ritornerò ed ancora Il Signore da’, il Signore toglie, Benedetto sia il Nome del Signore.

Ripete allora Gesù: Chi cercherà di salvare la propria vita, la perderà; ma chi la perderà, la manterrà viva. Ed aggiunge, sempre nel Vangelo, per causa mia.

Se sposiamo la causa del Signore, avremo la vita eterna. Altrimenti l’eterna dannazione.

Sbrighiamoci a cambiar vita, non sappiamo quanto tempo ci rimane per farlo. Oggi stesso potrebbe esserci richiesta la vita.
Ed affidiamoci alla misericordia di Dio.

Amen.

Tempo Ordinario, e sono trentadue

Tempo Ordinario, e sono trentadue

Tempo Ordinario, e sono trentadue, trentadue domeniche per annum come si dice in latino.

Ricordo che tanto tempo fa scrissi un articolo per una rivista che trattava di liturgia. Lo intitolai: Tempo Ordinario, tempo straordinario.

Già, perchè ero e sono convinto che non c’è nulla di veramente ordinario, noioso, ripetitivo nella vita di un uomo o di una donna che scoprono che Dio è al centro della loro vita.

Che Dio la ha rinnovata dal profondo.

Che Dio ha donato loro il Figlio per salvarli, lo Spirito per rendere possibile ciò che sembrerebbe impossibile a chi non crede.

Il colore verde

Il colore che caratterizza le Domeniche per annum è il verde.

Il colore della natura, il colore delle foglie degli alberi, quando ovviamente l’uomo la natura, gli alberi, la Creazione la rispetta, non se ne crede padrone, non la ingrigisce o annerisce con i frutti del suo peccato.

Il colore della speranza che fa nuove tutte le cose, che fa spuntare i germogli di una cosa nuova, di una cosa bella, di una cosa grande. E bene disse Dio per bocca del profeta: Possibile che non ve ne accorgete? (cfr. Isaia 43:19).

Non vi sembri brutto se alle sette del mattino io vi chieda: voi ve ne accorgete?

Voi, voi che vi dite cristiani, per questo o quell’altro motivo, ve ne accorgete?

Voi non vedete l’ora di andare, al Culto, alla Messa, alla Divina Liturgia per rendere lode all’Eterno per tutto questo?

O voi, piuttosto, state progettando il resto della giornata, magari per ragionevoli e comprensibili motivi, magari per belle e giuste ragioni, ma che non hanno nè avrebbero senso se non ci fosse questa aspettativa del nuovo, della novità di vita, dell’attesa dello schiudersi del germoglio che la fede, e solo la fede in Dio può dare?

Dov’è il vostro verde, la vostra speranza, in questa Domenica?

E perchè vi ostinate a chiamarla domenica, Giorno del Signore, se di quel Signore vi ricordate solo per il breve attimo di un frettoloso segno di Croce, o per lo strimpellare di un canto, o per l’ascolto di un rituale suono di campane?

Sempre meno le campane in verità, come è normale che sia, in un mondo che il richiamo alle cose ultime lo vede ormai più come una minaccia, che come la speranza di un mondo nuovo. Che le campane le sente a martello anche quando suonano a distesa.

Lo vede color antracite anzichè verde. E perciò si ricopre di lustrini falsi di tutti i colori, si accende di luci senza calore, si scalda con parole che non accendono alcun fuoco.

Tempo Ordinario, e sono trentadue
Tempo Ordinario, e sono trentadue

Tempo Ordinario, e sono trentadue

Poi c’è trentatre. Poi trentaquattro. Cristo Re dell’Universo.

Che la nostra fede cresca,fratelli, sorelle. Che la nostra fede cresca, nutrita dalla Parola di Dio, dal Corpo e dal Sangue di Cristo condivisi facendo memoria della Santa Cena, facendo  eucaristia e vivendola nella nostra stessa vita.

 

Che la nostra fede cresca,fratelli, sorelle, che gli altri vedano che Egli, ed Egli solo è il Re dell’Universo e della nostra vita.

 

O il tempo di Avvento che poi saremo chiamati a vivere, sarà la banale attesa non del Natale, ma dell’inverno che, Dio non voglia, forse già ora ha avvolto nel freddo del cuore la nostra vita.

 

Che Dio non voglia.

 

Amen. Alleluia!

Quale ricchezza? Quale tesoro? Quale padrone?

Quale ricchezza? Quale tesoro? Quale padrone?

Il testo biblico

9 E io vi dico: fatevi degli amici con le ricchezze ingiuste, perché quando esse verranno a mancare, quelli vi ricevano nelle dimore eterne. 10 Chi è fedele nelle cose minime è fedele anche nelle grandi, e chi è ingiusto nelle cose minime è ingiusto anche nelle grandi. 11 Se dunque non siete stati fedeli nelle ricchezze ingiuste, chi vi affiderà quelle vere? 12 E, se non siete stati fedeli nei beni altrui, chi vi darà i vostri? 13 Nessun domestico può servire due padroni; perché o odierà l’uno e amerà l’altro, o avrà riguardo per l’uno e disprezzo per l’altro. Voi non potete servire Dio e Mammona

(Luca 16)

Quale ricchezza? Quale tesoro? Quale padrone?
Quale ricchezza? Quale tesoro? Quale padrone?

Un breve commento

La Liturgia del giorno ci propone questo famosissimo brano che è un degno prologo al brano che ci proporrà domani la liturgia domenicale, la parabola delle dieci vergini (Matteo 25:1-13).

Le vergini si troveranno al momento cruciale chi con, chi senza la scorta di olio per tenere accese la loro personale lampada. Quell’olio è la forza della Parola di Dio. Quell’olio è la costanza nella preghiera. Quell’olio è la ricercata ricchezza della compagnia del Verbo e della Sua Grazia.

Quell’olio è insomma la vera ricchezza di cui parla il Vangelo di oggi. Non ci sono mezze misure. O si cerca prima di tutto la ricchezza che ci viene da Dio (e poi ci si occupa del resto…) oppure, al contrario, si cerca prima di tutto la ricchezza (Mammona in aramaico) e la soddisfazione del mondo, ed i rimasugli del nostro tempo, del nostro pensare, parlare, agire, si lasciano all’Eterno.

Gesù ci mette in guardia, le conseguenze sono chiare. E le vergini che rimangono chiuse, fuori dal banchetto e dalla festa nuziale, al freddo e senza luce perchè le loro lampade si sono spente, ci mostrano plasticamente cosa succede.

A noi la scelta.

Amen. Alleluia!

Non preferire nulla a Cristo (Basilio di Cesarea)

Non preferire nulla a Cristo

Non preferire nulla a Cristo – Testo biblico di riferimento

Dal Vangelo di Gesù Cristo secondo Luca 14,25-33.

In quel tempo, siccome molta gente andava con lui, Gesù si voltò e disse: 
«Se uno viene a me e non odia suo padre, sua madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo. 
Chi non porta la propria croce e non viene dietro di me, non può essere mio discepolo. 
Chi di voi, volendo costruire una torre, non si siede prima a calcolarne la spesa, se ha i mezzi per portarla a compimento? 
Per evitare che, se getta le fondamenta e non può finire il lavoro, tutti coloro che vedono comincino a deriderlo, dicendo: 
Costui ha iniziato a costruire, ma non è stato capace di finire il lavoro. 
Oppure quale re, partendo in guerra contro un altro re, non siede prima a esaminare se può affrontare con diecimila uomini chi gli viene incontro con ventimila? 
Se no, mentre l’altro è ancora lontano, gli manda un’ambasceria per la pace. 
Così chiunque di voi non rinunzia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo». 

Non preferire nulla a Cristo (Basilio di Cesarea)
Non preferire nulla a Cristo (Basilio di Cesarea)

Non preferire nulla a Cristo – Meditazione

San Basilio (ca 330-379),
monaco e vescovo di Cesarea in Cappadocia, dottore della Chiesa 

Regole più ampie; domanda 8 

Non preferire nulla a Cristo

Il nostro Signore Gesù Cristo ha detto a tutti, a più riprese e donando varie prove: “Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua” (Lc 9,23); e ancora: “Chiunque di voi non rinunzia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo”. Sembra esigere la più totale rinuncia… “Dov’è il tuo tesoro, dice altrove, sarà anche il tuo cuore” (Mt 6,21).

Se dunque mettiamo da parte dei beni terreni o qualche provvista peritura, il nostro spirito vi rimane sprofondato come nel fango. È allora inevitabile che la nostra anima sia incapace di contemplare Dio e diventa insensibile ai desideri degli splendori del cielo e dei beni a noi promessi. Non possiamo ottenere questi beni se non li chiediamo senza sosta, con un ardente desiderio che, del resto, ci renderà leggero lo sforzo per raggiungerli.

Rinunciare a se stessi, è dunque sciogliere i vincoli che ci legano a questa vita terrena a passeggera, è liberarsi dalle contingenze umane, per essere in grado di camminare sulla via che conduce a Dio. È liberarsi da ciò che intralcia per possedere e usare dei beni che sono “più preziosi dell’oro, di molto oro fino” (Sal 19,11).

E, per farla breve, rinunciare a se stessi, è trasferire il cuore umano nella vita del cielo, cosicché si possa dire: “La nostra patria è nei cieli” (Fil 3,20). E innanzitutto, è cominciare a diventare simili a Cristo, che da ricco che era, si è fatto povero per noi (2 Cor 8,9).

Dobbiamo assomigliargli se vogliamo vivere conformemente al Vangelo.

Non preferire nulla a Cristo (Basilio di Cesarea)
Non preferire nulla a Cristo (Basilio di Cesarea) – Cefalù, Cristo Pantocratore

 

Il granello di senape (Lc 13:18-19), commento patristico

Il granello di senape (Lc 13:18-19)

“A che cosa somiglia il regno di Dio, a che cosa dirò che è simile? È simile a un granello di senape, che, preso e gettato da un uomo nel suo orto, crebbe ed è divenuto un albero, e gli uccelli del cielo si sono posati sui suoi rami” (Lc 13,18-19).

Questo passo ci insegna che bisogna guardare alla natura delle similitudini, non alla loro apparenza. Vediamo dunque perché il sublime regno dei cieli è paragonato a un granello di senape.

Ricordo di aver letto, anche in un altro passo, del granello di senape, dove dal Signore è paragonato alla fede con queste parole: “Se avrete fede quanto un granello di senape, direte a questo monte: Spostati e gettati in mare” (Mt 17,20).

Non è certo una fede mediocre, ma grande, quella che è capace di comandare a una montagna di spostarsi: ed infatti non è una fede mediocre quella che il Signore esige dagli apostoli, sapendo che essi debbono combattere l’altezza e l’esaltazione dello spirito del male.

Vuoi esser certo che bisogna avere una grande fede? Leggi l’Apostolo: “E se avessi così tanta fede da trasportare le montagne” (1Co 13,2).

Orbene, se il regno dei cieli è come un granello di senape e anche la fede è come un granello di senape, la fede è certamente il regno dei cieli, e il regno dei cieli è la fede.

Quindi, chi ha la fede ha il regno dei cieli; e il regno dei cieli è dentro di noi come dentro di noi è la fede. Leggiamo infatti: “Il regno dei cieli è dentro di voi” (Lc 17,21); e altrove: “Abbiate la fede in voi” (Mc 11,22). E infine Pietro, che aveva tutta la fede, ricevette le chiavi del regno dei cieli, per aprirne le porte agli altri.

Consideriamo ora, tenendo conto della natura della senape, la portata di questo paragone. Il suo granello è senza dubbio una cosa modesta e semplice, ma si comincia a tritarlo, diffonde il suo vigore. E così la fede sembra semplice di primo acchito: ma triturata dalle avversità, diffonde la grazia della sua virtù, in modo da penetrare del suo profumo anche coloro che leggono o ascoltano.

Granello di senape sono i nostri martiri Felice, Nabor e Vittore. Essi avevano il profumo della fede, ma li si ignorava. Venne la persecuzione; essi deposero le armi, porsero il collo e, abbattuti dal fendente della spada, diffusero la grazia del loro martirio per tutto il mondo, tanto da potersi dire giustamente: “La loro eco si è propagata per tutta la terra” (Ps 18,5).

Ma la fede talvolta è tritata, talvolta premuta, talvolta seminata.

Lo stesso Signore è un granello di senape. Egli non aveva subito ingiurie, ma, come il granello di senape, prima di essersi accostato a lui, il popolo non lo conosceva. Egli volle essere stritolato, in modo che noi potessimo dire: “Noi siamo per Dio il buon profumo di Cristo” (2Co 2,15); volle essere premuto, sicché Pietro disse: “La folla ti preme intorno” (Lc 8,45) ed infine volle essere anche seminato come il granello che fu «preso e gettato da un uomo nel suo orto». Infatti in un orto Cristo fu catturato e poi seppellito; in un orto crebbe, dove pure risorse. È divenuto un albero, così come sta scritto: “Come un albero di melo tra gli alberi della foresta, così è mio fratello tra i giovani” (Ct 2,3).

Dunque, anche tu semina Cristo nel tuo orto – l’orto è un luogo pieno di fiori e di frutti diversi – in modo che vi fiorisca la bellezza della tua opera e profumi l’odore vario delle diverse virtù. Là dunque sia Cristo, dove c’è il frutto. Tu semina il Signore Gesù: egli è un granello quando viene arrestato, un albero quando risuscita, un albero che fa ombra a tutto il mondo. È un granello quando viene sepolto in terra, ma è un albero quando si eleva al cielo…

Vuoi sapere che Cristo è il granello, e che è stato seminato? “Se il granello di grano non cade in terra e vi muore, esso resta solo: ma quando è morto produce molto frutto” (Jn 12,24). Non abbiamo dunque sbagliato dicendo ciò che egli stesso ha già detto. Egli è anche il granello di grano, perché fortifica il cuore degli uomini (Ps 103,14-15), e granello di senape, perché accende il cuore degli uomini.

E, sebbene sia l’una che l’altra similitudine appaiano adatte, egli sembra tuttavia il granello di grano quando si tratta della sua risurrezione: egli è infatti il pane di Dio disceso dal cielo (Jn 6,33), affinché la parola di Dio e il fatto della risurrezione nutrano l’anima, accrescano la speranza e consolidino l’amore.

È invece granello di senape, affinché sia più amaro e austero il discorso sulla passione del Signore: più amaro, perché spinga alle lacrime, più austero perché generi commozione. Così, quando leggiamo o ascoltiamo che il Signore ha digiunato, che il Signore ha avuto sete, che il Signore ha pianto, che il Signore è stato flagellato, che il Signore ha detto al momento della passione: “Vigilate e pregate per non entrare in tentazione” (Mt 26,41), noi, colpiti, per così dire, dall’aspro sapore di questo discorso, siamo spinti a moderare la troppo gradevole dolcezza dei piaceri del corpo.

Dunque, chi semina il granello di senape, semina il regno dei cieli.

Non disprezzare questo granello di senape: “È certamente il più piccolo di tutti i semi, ma diviene, una volta cresciuto, il più grande di tutti gli ortaggi” (Mt 13,32). Se Cristo è il granello di senape, in che modo egli è il più piccolo, e in che modo cresce?

Non è nella sua natura, ma secondo la sua apparenza che cresce. Vuoi sapere in qual modo è il più piccolo? “Lo abbiamo visto e non aveva né bella apparenza né decorosa” (Is 53,2). Apprendi ora come è il più grande: “Risplendeva di bellezza al di sopra dei figli degli uomini” (Ps 44,3). Infatti colui che non aveva né bella apparenza né decorosa, è stato fatto superiore agli angeli (He 1,4), oltrepassando tutta la gloria dei profeti…

Cristo è il seme, in quanto è seme di Abramo: “Poiché le promesse furono fatte ad Abramo e al suo seme. Egli non dice: ai suoi semi, come parlando di molti; ma, come parlando di uno solo: al suo seme, che è il Cristo” (Ga 3,16). E non soltanto Cristo è il seme, ma è il più piccolo di tutti i semi, perché non è venuto né nella regalità, né nella ricchezza, né nella sapienza di questo mondo. Orbene, subito egli ha allargato, come un albero, la cima elevata della sua potestà, in modo che noi possiamo dire: “Sotto la sua ombra con desiderio mi sedetti” (Ct 2,3).

Sovente, credo, egli appariva contemporaneamente albero e granello. È granello quando si dice di lui: “Non è costui il figlio di Giuseppe l’artigiano?” (Mt 13,55). Ma, nel corso di queste stesse parole, egli subito è cresciuto, secondo la testimonianza dei giudei, perché essi non riescono neppure a toccare i rami di quest’albero divenuto gigantesco: “Donde gli viene” – essi dicono – “questa sapienza“? (Mt 13,54).

È dunque granello nella sua apparenza, albero per la sua sapienza. Tra le foglie dei suoi rami, l’uccello notturno nel suo nido, il passero sperduto sul tetto (Ps 101,8), colui che fu rapito in paradiso (2Co 12,4), e colui che dovrà essere trasportato sulle nubi in aria (1Th 4,17), hanno ormai un luogo sicuro dove riposare.

Là riposano anche le potenze e gli angeli del cielo, e tutti coloro che per le azioni spirituali meritarono di volare. Vi riposò san Giovanni, quando reclinava la testa sul petto di Gesù, o meglio, egli era come un ramo nutrito dal succo vitale di quest’albero.

Un ramo è Pietro, un ramo è Paolo “dimenticando ciò che sta dietro e tendendo a ciò che sta davanti” (Ph 3,13): e noi, che eravamo lontani, che siamo stati radunati dalle nazioni, che per lungo tempo siamo stati sballottati nella vanità del mondo dalla tempesta e dal turbine dello spirito del male, spiegando le ali della virtù, voliamo nel loro seno e come nei recessi della loro predicazione, affinché l’ombra dei santi ci protegga dal fuoco di questo mondo.

Così, nella tranquillità di un sicuro riposo, la nostra anima, che una volta era curva, come quella donna, sotto il peso dei peccati, «scampata come un uccello dalle reti dei cacciatori» (Ps 123,7) si è levata sui rami e i monti del Signore (Ps 10,1).

Ambrogio, Exp. in Luc., 7, 176-180; 182-186

Il granello di senape (Lc 13,18-19), commento patristico
Il granello di senape (Lc 13,18-19), commento patristico

Poiché molti sono chiamati, ma pochi eletti (Matteo 22:14)

Poiché molti sono chiamati, ma pochi eletti (Matteo 22:14)

Il Vangelo del Giorno del Signore

1 E Gesù, riprendendo la parola, di nuovo parlò loro in parabole, dicendo: 2 «Il regno dei cieli è simile a un re, il quale preparò le nozze di suo figlio. 3 E mandò i suoi servi a chiamare gli invitati alle nozze, ma questi non vollero venire. 

4 Di nuovo mandò altri servi dicendo: “Dite agl’invitati: Ecco, io ho apparecchiato il mio pranzo, i miei vitelli e i miei animali ingrassati sono ammazzati ed è tutto pronto; venite alle nozze”. 5 Ma essi, non curandosene, se ne andarono chi al proprio campo, chi ai propri affari. 6 E gli altri, presi i suoi servi, li oltraggiarono e li uccisero. 

7 Il re allora, udito ciò, si adirò e mandò i suoi eserciti per sterminare quegli omicidi e per incendiare la loro città. 8 Disse quindi ai suoi servi: “Le nozze sono pronte, ma gl’invitati non ne erano degni. 9 Andate dunque agli incroci delle strade e chiamate alle nozze chiunque troverete”. 10 E quei servi, usciti per le strade, radunarono tutti coloro che trovarono, cattivi e buoni, e la sala delle nozze si riempì di commensali. 

11 Ora il re, entrato per vedere i commensali, vi trovò un uomo che non indossava l’abito da nozze; 12 e gli disse: “Amico, come sei entrato qui senza avere l’abito da nozze?”. E quegli rimase con la bocca chiusa. 13 Allora il re disse ai servi: “Legatelo mani e piedi, prendetelo e gettatelo nelle tenebre di fuori. Lì sarà il pianto e lo stridor di denti”. 14 Poiché molti sono chiamati, ma pochi eletti».

Poiché molti sono chiamati, ma pochi eletti (Matteo 22:14)
Poiché molti sono chiamati, ma pochi eletti (Matteo 22:14)

Un Vangelo Eterno, come tutta la Scrittura. Perfettamente consono anche ai tempi che stiamo vivendo. Dove tanti uomini, pur conoscendo la chiamata del Cristo, si lasciano prendere dai propri affari, dai propri interessi personali o di famiglie, si lasciano schiavizzare dalle cose: dal denaro, dal potere, dal piacere, dai mille demoni di questo mondo.

Anche oggi tanti credono di “lavarsi la coscienza” dando tutta la colpa ai quei pochi che si sforzano di servire il Signore con la loro vita, a coloro che si riconoscono come suoi servi senza pretese. Perciò li deridono, li umiliano, li dichiarano insignificanti, di altri tempi, assolutamente inutili.

Li dichiarano sciancati da “idee di altri tempi”, impiegati, “travet” delle cose del divino. Li deridono, li mettono da parte, e ancora oggi spesso li uccidono, dove nel corpo, dove nell’anima.

Ma alla Sapienza, dice la Parola di Dio, viene alla fine comunque resa giustizia. E il Signore, Benedetto Egli sia, li caccerà dal suo banchetto finale, riempirà la sala del banchetto con quelli che sono poveri nel modo da essere ricchi soltanto della Sua Parola.

Ma attenti ad indossarla bene quella Parola. Ad indossarla come un abito nuziale vero, bianco, puro. Ad indossarla e ad essere rivestiti solo di quella! Davvero! O si subirà la stessa sorte degli uomini infedeli.

Chi infatti indossa la veste nuova, ma questa veste non la intesse solo con Cristo e con il Verbo, ma la sottesse con parole e sapienze mondane, chi mischia la Sapienza di Dio, con le stolte parole dell’uomo, cade nuovamente negli inganni del Maligno.

E al Maligno andrà a fare compagnia, nel Giorno del Giudizio.

Amen. Alleluia!

La radice di tutti i mali: l’attaccamento al denaro

La radice di tutti i mali: l’attaccamento al denaro

Il testo di 1 Timoteo 6

3 Se qualcuno insegna diversamente e non segue le sane parole del Signore nostro Gesù Cristo e la dottrina secondo la pietà, 4 costui è accecato dall’orgoglio, non comprende nulla ed è preso dalla febbre di cavilli e di questioni oziose. Da ciò nascono le invidie, i litigi, le maldicenze, i sospetti cattivi, 5 i conflitti di uomini corrotti nella mente e privi della verità, che considerano la pietà come fonte di guadagno.

6 Certo, la pietà è un grande guadagno, congiunta però a moderazione! 7 Infatti non abbiamo portato nulla in questo mondo e nulla possiamo portarne via. 8 Quando dunque abbiamo di che mangiare e di che coprirci, contentiamoci di questo. 

9 Al contrario coloro che vogliono arricchire, cadono nella tentazione, nel laccio e in molte bramosie insensate e funeste, che fanno affogare gli uomini in rovina e perdizione. 10 L’attaccamento al denaro infatti è la radice di tutti i mali; per il suo sfrenato desiderio alcuni hanno deviato dalla fede e si sono da se stessi tormentati con molti dolori.

11 Ma tu, uomo di Dio, fuggi queste cose; tendi alla giustizia, alla pietà, alla fede, alla carità, alla pazienza, alla mitezza. 12 Combatti la buona battaglia della fede, cerca di raggiungere la vita eterna alla quale sei stato chiamato e per la quale hai fatto la tua bella professione di fede davanti a molti testimoni.

La radice di tutti i mali: l'attaccamento al denaro
La radice di tutti i mali: l’attaccamento al denaro

La prima lettura del giorno

Oggi, come quasi tutti i giorni, ho svolto il ministero di lettore e di cantore (del versetto alleluiatico) alla Basilica del Sacro Cuore, a Via Marsala, dove ogni mattina alle 7, prima di lavorare, partecipo alla liturgia.

Ed ho proclamato questa prima lettura, dal testo che non ammette obiezioni o discussioni. L’attaccamento al denaro è la radice di tutti i mali. È profondamente vero.

Tante, troppe persone si dannano l’anima per il denaro, si rovinano la vita per cercare questo o quel tipo di prosperità. Dicono: “Dio non mi ha dato nulla”. O dicono: “Cosa mai mi ha dato il Signore?”.

E non sanno bene cosa rispondere, di solito ammutoliscono, quando gli rispondi: la vita, la salute, l’amore, il lavoro, persone che ti vogliono bene, quando gli fai l’elenco dei tesori di cui godono tutti i giorni e di cui non sono più consapevoli, li danno per scontati, sono persino scontenti.

Ricordate Israele nel deserto, le sue continue lamentele? Alla fine siamo tanti Israele, siamo tanti uomini e donne dalla dura cervice, siamo ingrati verso chi, donandoci la vita, ci a donato tutto quello di cui godiamo su questa terra.

Perchè poi? Come dice Paolo a Timoteo, ma lo dice il Cristo, lo dicevano i Profeti, lo diceva Giobbe, non abbiamo portato nulla in questo mondo e nulla potremo portarne via.

«Nudo uscii dal seno di mia madre, e nudo vi ritornerò.
Il Signore ha dato, il Signore ha tolto,
sia benedetto il nome del Signore!».

(Giobbe 1:21)