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Chi ha orecchi oda (Matteo 13,1-9)

1 In quel giorno Gesù, uscito di casa, si mise a sedere presso il mare; 2 e una grande folla si radunò intorno a lui; cosicché egli, salito su una barca, vi sedette; e tutta la folla stava sulla riva.

3 Egli insegnò loro molte cose in parabole, dicendo:

«Il seminatore uscì a seminare.

4 Mentre seminava, una parte del seme cadde lungo la strada; gli uccelli vennero e la mangiarono.

5 Un’altra cadde in luoghi rocciosi dove non aveva molta terra; e subito spuntò, perché non aveva terreno profondo; 6 ma, levatosi il sole, fu bruciata; e, non avendo radice, inaridì.

7 Un’altra cadde tra le spine; e le spine crebbero e la soffocarono.

8 Un’altra cadde nella buona terra e portò frutto, dando il cento, il sessanta, il trenta per uno.

9 Chi ha orecchi oda».

(Matteo 13)

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Due delle qualità fondamentali che contraddistinguono il terreno buono sono: la pazienza e la speranza. Il terreno accoglie il seme e pazienta con speranza per vedere il frutto di un seme che sembra andare in rovina. È questo tipo di fede che ti chiedo Signore.

Una fede che attende la fioritura delle tue promesse e spera contro ogni speranza, anche quando non vede vie umane di uscita.

Aiutami a credere sperando in te perché «quanti sperano nel Signore riacquistano forza, mettono ali come aquile, corrono senza affannarsi, camminano senza stancarsi» (Is 40,31).

‪#‎pregolaParola‬, commento in preghiera del fratello Robert Cheaib

Segni (Matteo 12,38-42)

38 Allora alcuni scribi e farisei presero a dirgli: «Maestro, noi vorremmo vederti fare un segno».

39 Ma egli rispose loro: «Questa generazione malvagia e adultera chiede un segno; e segno non le sarà dato, tranne il segno del profeta Giona. 40 Poiché, come Giona stette nel ventre del pesce tre giorni e tre notti, così il Figlio dell’uomo starà nel cuore della terra tre giorni e tre notti.

41 I Niniviti compariranno nel giudizio con questa generazione e la condanneranno, perché essi si ravvidero alla predicazione di Giona; ed ecco, qui c’è più che Giona!

42 La regina del mezzogiorno comparirà nel giudizio con questa generazione e la condannerà; perché ella venne dalle estremità della terra per udire la sapienza di Salomone; ed ecco, qui c’è più che Salomone!

(Matteo 12)

bibbia

Questa generazione, la generazione di cui si parla al versetto 39, siamo anche noi. Diciamo di credere che il Signore sia venuto, che Dio si sia incarnato, che sia morto e risorto per la nostra salvezza…

Se è vero perchè stiamo sempre a chiedere segni? Che segno più alto della Croce, che prodigio più grande dell’Incarnazione e della Resurrezione potremmo sperare?

Perchè li pretendiamo, questi segni, come se il Signore fosse una specie di servo delle nostre vite? Il Signore è molto di più, il Signore la sua vita ce l’ha donata. Siamo noi a dover essere Suoi servitori, noi ad essere servi senza pretese, servi inutili (nel senso che il Signore non ha bisogno della nostra ‘gloria’ per essere tale, siamo noi ad aver bisogno di Lui!).

Il Signore, nella infinita bontà, comprensione, misericordia nei nostri confronti, comunque dei segni ce li manda. Non per i nostri meriti ma per la grandezza del Suo amore verso di noi. In quei casi occorre ringraziare, ringraziare e poi ancora ringraziare. Pregare, pregare e poi ancora pregare. Fare eucarestia (per chi non lo sapesse, “eucaristia” in greco significa appunto “rendimento di grazie”).

Invece, tanti, troppi anche sedicenti credenti, ai nostri tempi come allora, stanno lì a chiedere prove, segni, prodigi…

Dice bene Gesù nel Vangelo secondo Matteo. Fate come i Niniviti, riconoscete i vostri peccati, convertitevi, cospargetevi il capo di cenere (ovvero fate gesti concreti di conversione, non solo parole generiche di pentimento, cambiate davvero vita, non vi limitate a propositi generici), od essi vi condanneranno.

Cercate la sapienza del Vangelo, infinitamente più alta di quella di Salomone, che la regina del Sud venne ad udire (non semplicemente con le orecchie, ma, anche lei proponendosi un cambiamento di vita), o anche lei vi passerà avanti.

Accresci Signore la nostra fede.

Amen.

 

Il paradosso della fede (Matteo 12,14-21)

14 I farisei, usciti, tennero consiglio contro di lui, per farlo morire.

15 Ma Gesù, saputolo, si allontanò di là; molti lo seguirono ed egli li guarì tutti; 16 e ordinò loro di non divulgarlo, 17 affinché si adempisse quanto era stato detto per bocca del profeta Isaia:

18 «Ecco il mio servitore che ho scelto;
il mio diletto, in cui l’anima mia si è compiaciuta.
Io metterò lo Spirito mio sopra di lui,
ed egli annuncerà la giustizia alle genti.
19 Non contenderà, né griderà
e nessuno udrà la sua voce sulle piazze.
20 Egli non triterà la canna rotta
e non spegnerà il lucignolo fumante,
finché non abbia fatto trionfare la giustizia.
21 E nel nome di lui le genti spereranno».

(Matteo 12)

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Il fratello Robert Cheaib commenta così questo piccolo brano del capitolo 12 dell’Evangelo secondo Matteo:

C’è chi usa Dio per uccidere e chi lascia che lo Spirito creatore di Dio diventi in lui/lei sorgente contagiosa di vita.
C’è chi diffonde tenebra e chi non spegne neppure una fiamma smorta.

Cristo è venuto come spartiacque tra la religione che fa comodo all’uomo e al suo io e la religione che trasforma l’uomo a somiglianza di Dio.
Ieri come oggi siamo posti davanti all’alternativa tra divinizzare i nostri bassi istinti di invidia, morte e follia, o accogliere il volto e la svolta del Dio umano.

I farisei, ci dice Matteo, escono e tengono consiglio per farlo morire. Perchè? Perchè aveva dimostrato che non tutto è perduto, che l’uomo può essere salvato, che l’uomo può essere guarito.

Come? Sottomettendosi alla Parola di Dio. Difatti la citazione che segue è quella di Isaia 42, del brano che parla del Servo del Signore. Quello che non annuncia una sua particolare giustizia, ma che annuncia la giustizia del Signore.

Quella che chiamiamo “giustizia” umana le fiamme smorte finisce di spegnerle, ci soffia sopra; le canne incrinate le spezza e le brucia. I farisei la Parola di Dio volevano controllarla, non esserne controllati.

Il paradosso della fede.

La fede libera l’uomo legandolo strettamente a Dio, avvinghiandolo alla Sua Parola, costringendo l’uomo a percorrere lo stesso antico sentiero percorso dal Suo Salvatore.

La religione, compresa quella atea, finisce per schiavizzare l’uomo, facendogli credere di essere libero, di avere una padronanza di sè e della sua vita che in realtà non possiede, che è patrimonio illusorio di pochi. Lo lascia in balia di mille discorsi e di mille false sapienze, e ne disperde i passi per mille cammini.

Le notizie, tante, preoccupanti, di questi giorni, di questi ultimi tempi, sono preoccupanti. Ma non per chi spera in lui. Nel Nome di Lui le genti spereranno, conclude il profeta Isaia.

Solo in Lui io spero. Solo in Lui ripongo ogni mia fiducia. Solo in Lui è tranquilla la mia anima. Servo del Servo del Signore. Questi siamo, anche se non crediamo di esserlo. Essere servi è la vera libertà. Credersi liberi è la schiavitù più grande, fonte di tristezza e di eterna disillusione.

Scegliete voi. Il tempo è poco, è compiuto. Il Regno di Dio è vicino.

Il Signore del Sabato (Matteo 12,1-8)

1 In quel tempo Gesù attraversò di sabato dei campi di grano; e i suoi discepoli ebbero fame e si misero a strappare delle spighe e a mangiare.

2 I farisei, veduto ciò, gli dissero: «Vedi! i tuoi discepoli fanno quello che non è lecito fare di sabato».

3 Ma egli rispose loro: «Non avete letto quello che fece Davide, quando ebbe fame, egli insieme a coloro che erano con lui? 4 Come egli entrò nella casa di Dio e come mangiarono i pani di presentazione che non era lecito mangiare né a lui, né a quelli che erano con lui, ma solamente ai sacerdoti? 5 O non avete letto nella legge che ogni sabato i sacerdoti nel tempio violano il sabato e non ne sono colpevoli?

6 Ora io vi dico che c’è qui qualcosa di più grande del tempio. 7 Se sapeste che cosa significa: “Voglio misericordia e non sacrificio“, non avreste condannato gli innocenti; 8 perché il Figlio dell’uomo è signore del sabato».

(Matteo 12)

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La solita accusa ipocrita rivolta a Gesù, colpevole di svelare il male che alberga nel cuore umano. Lo svela usando la Legge stessa e la storia di Israele.

1 Davide andò a Nob dal sacerdote Aimelec; Aimelec gli venne incontro turbato e gli disse: «Perché sei solo e non hai nessuno con te?» 2 Davide rispose al sacerdote Aimelec: «Il re mi ha dato un incarico e mi ha detto: “Nessuno sappia nulla dell’affare per cui ti mando e dell’ordine che ti ho dato”; e quanto alla mia gente, le ho detto di trovarsi in un dato luogo. 3 Ora che hai qui a portata di mano? Dammi cinque pani o quelli che si potrà trovare». 4 Il sacerdote rispose a Davide, e disse: «Non ho sotto mano del pane comune, ma c’è del pane consacrato; i giovani si sono almeno astenuti da contatto con donne?» 5 Davide rispose al sacerdote: «Da quando sono partito, tre giorni fa, siamo rimasti senza donne, e quanto ai vasi della mia gente erano puri; e se anche la nostra missione è profana, essa sarà oggi santificata da quel che si porrà nei vasi». 6 Allora il sacerdote gli diede del pane consacrato, perché non c’era là altro pane tranne quello della presentazione, che era stato tolto dalla presenza del SIGNORE, perché fosse sostituito con pane caldo nel momento in cui veniva preso.

(1 Samuele 21)

9 Nel giorno di sabato offrirete due agnelli dell’anno, senza difetti; e, come oblazione, due decimi di fior di farina intrisa d’olio, con la sua libazione. 10 Questo è l’olocausto del sabato, per ogni sabato, oltre all’olocausto quotidiano e alla sua libazione.

(Numeri 28)

L’evangelista Giovanni racconta poi che Gesù tornò sul tema in occasione della Festa delle Capanne, parlando di circoncisione.

21 Gesù rispose loro: «Un’opera sola ho fatto, e tutti ve ne meravigliate. 22 Mosè vi ha dato la circoncisione (non che venga da Mosè, ma viene dai padri); e voi circoncidete l’uomo in giorno di sabato.

23 Se un uomo riceve la circoncisione di sabato affinché la legge di Mosè non sia violata, vi adirate voi contro di me perché in giorno di sabato ho guarito un uomo tutto intero? 24 Non giudicate secondo l’apparenza, ma giudicate secondo giustizia».

(Giovanni 7)

Questo brano lo trovo particolarmente illuminante. Perchè la circoncisione dell’ebreo maschio era il segno tangibile della sua appartenenza assoluta all’Eterno, e quindi del primato assoluto che le cose volute dalla Legge di Dio, dalla Sua Giustizia dovevano e devono avere su tutto ciò che viene dall’uomo. A maggior ragione, quindi un bambino doveva essere circonciso nel giorno stesso del Signore, lo Shabbath. Ed a maggior ragione quindi i discepoli di Gesù erano chiamati a mangiare in giorno di sabato, poichè erano intenti a coadiuvare Dio stesso, nella Persona del Figlio, mentre operava.

Attenzione quindi alle interpretazioni troppo ‘facili’. Questo brano non vuole affatto, come lo vedono alcuni, ‘dispensare’ dall’osservare le prescrizioni di Dio circa l’osservanza del sabato (per i cristiani della domenica). Tutto il contrario! Vuole rafforzarle, dicendo che il nucleo dell’osservanza è l’essere il più possibile vicini a Dio in tutto. Nel proprio operare, nel proprio parlare, nel proprio sentire più intimo.

I discepoli di Gesù avevano là Gesù, Verbo Incarnato, Dio nella Persona del Figlio. Cosa di più grande e giusto potevano fare che coadiuvarne con forza l’azione?

Noi abbiamo con noi il Figlio, nella Parola di Dio. Non c’à disposizione umana che tenga, chiunque e per qualsiasi ragione la dia, che può esserle superiore. Un cristiano non può sentirsi giustificato per il suo “non pregare” o per il suo “non dedicare tempo agli atti di culto del Signore in comunità” o per il suo “non esercitare la carità verso il prossimo”, in base a non si sa quale giustificazione di ‘cose più urgenti ed importanti da fare’.

Non esistono per un credente tali cose. Non esistono per un credente atti superiori al dare gloria a Dio, sempre, comunque ed in qualsiasi circostanza della vita egli si trovi.

Egli è il Signore del Sabato. Non certo noi!

La memoria e la pelle (Matteo 11,28-30)

28 Venite a me, voi tutti che siete affaticati e oppressi, e io vi darò riposo. 29 Prendete su di voi il mio giogo e imparate da me, perché io sono mansueto e umile di cuore; e voi troverete riposo alle anime vostre; 30 poiché il mio giogo è dolce e il mio carico è leggero».

(Matteo 11)

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Il brano di Vangelo secondo Matteo con cui preghiamo oggi è il primo brano della Scrittura che ho imparato a memoria.

Spesso me lo ripeto tra me e me, spesso lo faccio scorrere tra la lingua ed il cuore, lo sento, come dice il profeta, a tratti amaro, perchè sono consapevole dei miei limiti, delle mie ansie, delle mie preoccupazioni in questa vita, in altre parole, del mio peccato. Ma alla fine è dolce come il miele, scivola giù dal palato lungo la gola, riesce a lenire ogni mio affanno.

Molte persone legano alla noia, a certe pesantezze ‘scolastiche’ l’imparare a memoria qualcosa. Per me è diverso. Io amo la Scrittura, come amo Sara, mia figlia, come amo Antonella, mia moglie. E come loro le ho sempre in mente, sempre negli occhi, sempre nel cuore, anche quando per qualsiasi motivo non le ho vicino a me, così è per la Scrittura.

Ogni mattino, al risveglio, carezzo mia moglie, ne sento il profumo, le massaggio il collo e le spalle. Conosco anche lei a memoria, faccio memoria ogni giorno della sua pelle, eppure ogni giorno scopro un punto nuovo, un incavo mai percorso, una insenatura mai esplorata, e sento le onde del suo corpo corrispondere alle mie.

Così è per la Parola di Dio. Conosco a memoria questo brano come, ne rendo grazie all’Eterno, tanti altri, ma so, quando mi affiora ale labbra del cuore, che non sarà mai lo stesso, non è mai lo stesso, ogni volta mi smuove corde nuove, ogni volta produce risonanze diverse nel mio animo. Perchè l’Altro non sei tu. Perchè l’Altro non è tuo.

Vale per mia moglie, vale per mia figlia, vale a maggior ragione per la Parola di Dio, che è Persona, che è Verbo Incarnato, che à Gesù, il Cristo, che mai e poi mai posso pretendere di esaurire, di conoscere fino in fondo.

Posso solo cercare, per quanto mi è possibile, per quanto sono capace, di amarlo fino in fondo, posso cercare di farlo diventare ‘mio’ il più possibile, essendo consapevole che ‘mio’, nel senso possessivo del termine, non lo sarà mai.

Esattamente come non saranno mai ‘mie’ le persone che amo di più nella mia vita. E’ la tensione tra i due termini, la Carità. Tra il sapere che Dio è l’Altro che mai potrò esaurire, che mai sarà ‘mio’ e contemporaneamente il sentirlo come Colu che è più intimo a me di me stesso, come scriveva Agostino.

“Deus intimior intimo meo” (Confes. III, 6,11)

La Carità è il desiderare, il volere fondersi, unirsi all’Altro ed il sapere, l’essere cosciente, che quello è e sarà sempre Altro da me.

Andiamo a Lui, allora, “impariamolo a memoria”, facciano memoria ogni momento che possiamo del latte e del miele che troviamo sotto le Sue labbra, lasciamo che la Sua Parola accarezzi la nostra vita, lasciamo che la faccia sua; è l’unico modo per trovare ristoro, per non affaticarci in questa vita sotto il giogo del nostro peccato e delle fatiche di ogni giorno.

Amen.

 

 

Rendere lode (Matteo 11,25-27)

25 In quel tempo Gesù prese a dire: «Io ti rendo lode, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e agli intelligenti, e le hai rivelate ai piccoli. 26 Sì, Padre, perché così ti è piaciuto.27 Ogni cosa mi è stata data in mano dal Padre mio; e nessuno conosce il Figlio, se non il Padre; e nessuno conosce il Padre, se non il Figlio, e colui al quale il Figlio voglia rivelarlo.

(Matteo 11)

Parola dell'Eterno

Rendere lode al Signore. Secondo la tradizione della chiesa cristiana indivisa, rendere lode al Signore deve essere il primo pensiero della giornata, il primo respiro che ogni mattina ci prepara alle attività quotidiana.

Signore, apri le mie labbra,
e la mia bocca proclami la Tua lode.

(Salmo 51,15)

Questa piccola pericope evangelica ci spiega il perchè. Perchè significa riconoscere che ogni cosa dipende da Lui e non da noi, perchè crediamo che, anche se siamo piccoli, peccatori, mancanti, pure Egli si è compiaciuto della nostra amicizia, della nostra povera fede, e ci ha rivelato quanto ci occorre per la salvezza eterna, donandoci lo stesso Suo Figlio ed il Suo Spirito.

Venite, cantiamo con gioia al SIGNORE,
acclamiamo alla rocca della nostra salvezza!

(Salmo 95,1)

Il Vangelo è annunciato ai poveri (Matteo 11,20-24)

20 Allora egli prese a rimproverare le città nelle quali era stata fatta la maggior parte delle sue opere potenti, perché non si erano ravvedute:

21 «Guai a te, Corazin! Guai a te, Betsaida! perché se in Tiro e Sidone fossero state fatte le opere potenti compiute tra di voi, già da molto tempo si sarebbero pentite, con cilicio e cenere. 22 Perciò vi dichiaro che nel giorno del giudizio la sorte di Tiro e di Sidone sarà più tollerabile della vostra.

23 E tu, o Capernaum, sarai forse innalzata fino al cielo? No, tu scenderai fino all’Ades. Perché se in Sodoma fossero state fatte le opere potenti compiute in te, essa sarebbe durata fino ad oggi.

24 Perciò, vi dichiaro, nel giorno del giudizio la sorte del paese di Sodoma sarà più tollerabile della tua».

(Matteo 11)

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Il tono dell’Evangelo di oggi ricorda quello dei profeti di Israele di un tempo. Ed ecco, ben più di un profeta c’è qui, c’è la Parola di Dio in Persona, il Verbo Incarnato.

Scriveva, commentando il profeta Gioele, Girolamo, uno dei primi e più illustri traduttori della Bibbia, presbitero e dottore della Chiesa:

« Ora, ritornate a me con tutto il cuore » esprimete la vostra conversione « con digiuni, con pianti e lamenti » (Gl 2, 12). Se digiunate ora, sarete poi saziati; se piangete ora, riderete in seguito; se ora siete in lutto, sarete più tardi consolati (cfr. Lc 6, 21 ; Mt 5,5)… Vi chiedo di « non lacerarvi le vesti ma i cuori » (Gl 2, 13), perché sono così pieni di peccati che scoppieranno da soli come un otre se non li lacererete voi.

Quando l’avrete fatto, tornate al Signore vostro Dio a cui i vostri peccati passati vi hanno resi stranieri. Non disperate del perdono a causa dell’enormità delle vostre colpe, perché la sua misericordia cancellerà grandi peccati. Egli è benigno e misericordioso, preferisce la conversione dei peccatori alla loro morte (Ez 33, 11). « Tardo all’ira e ricco di misericordia » (Gl 2, 13), non imita l’impazienza degli uomini ma aspetta con perseveranza la nostra conversione.

Israele aveva visto grandi prodigi nella sua vita. Era stato liberato dalla schiavitù, nutrito per quarant’anni nel deserto, aveva camminato con Dio come guida, aveva ricevuto la Legge, aveva visto sconfitti, uno dopo l’altro nemici umanamente molto più forti e numerosi.
Eppure la sua fede era venuta meno, eppure si era comunque dato al culto degli idoli, si era prostituito ai mille vitelli d’oro di questo mondo.
E la sua rovina era stata grande come la sua grandezza, era tornato schiavo, la sua terra occupata di nuovo, il tempio di nuovo distrutto.

Gli uomini al tempo di Gesù, gli uomini di Corazin e Betsaida avevano visto i miracoli più grandi, quelli di cui, pochi versetti prima, diceva Gesù ai discepoli del Battista venuti ad interrogarlo.

Gesù rispose loro: «Andate a riferire a Giovanni quello che udite e vedete: 5 i ciechi ricuperano la vista e gli zoppi camminano; i lebbrosi sono purificati e i sordi odono; i morti risuscitano e il vangelo è annunciato ai poveri.

6 Beato colui che non si sarà scandalizzato di me!»

(Matteo 10)

Eppure essi non credevano fino in fondo, vedevano il prodigio, lo toccavano con mano anche, lo sentivano parlare di nuovo, lo vedevano alzarsi in piedi e portarsi da solo il lettuccio, lo vedevano togliersi le bende e l’odore di morte…
Eppure non credevano.

Perchè il prodigio più grande è l’ultimo dell’elenco.

E’ il fatto che il Vangelo è annunziato ai poveri!

Che non va letto come spesso facciamo noi come una specie di scelta pauperista o terzomondista, diremmo oggi, di Gesù.
I poveri siamo noi, tutti noi uomini, tutti noi creature.
Indipendentemente da quanti talenti abbiamo!
Ricordate quelle parabole, quella dei talenti, quella delle mine, quella delle ore?

Gesù non salva il ‘povero’ che ha un talento solo. Non gli dice “eri il più povero, eri il più sfortunato, eri quello con meno talento, con meno ricchezza, quindi ti salvo per primo”. Gli dice: “Eri il più povero, è vero, ma un talento lo avevi, dovevi rendermelo, ed invece non l’hai fatto fruttare!”.
E premia quello che di talenti ne aveva dieci e ne aveva guadagnati altri dieci.
E chi ascolta non capisce.

Chi ascolta non capisce perchè gli uomini sono demagoghi, sono dei “politici” nell’accezione peggiore del termine.
Pensano che le folle, quelle che salvarono Barabba al posto di Cristo, saranno colpite dalle loro parole, e prendono le difese del povero con un talento. A parole, appunto. Ma poi non fanno di fatto nulla per tirarlo fuori dalla sua situazione.
Sono demagoghi, come i lavoratori della parabola delle ore. Non sono contenti di essere retribuiti, loro, con il giusto, con il pattuito, ma vanno a fare i conti con le tasche degli altri. Perchè a quello che ha lavorato un’ora è stato dato lo stesso che a me che ne ho lavorate dieci?

Guardate la cronaca dei nostri giorni. L’episodio di Fermo. Tante bellissime parole a favore degli immigrati, dell’uomo morto, della moglie. Tante promesse. Anche, da parte di alcuni, parole di affetto e di comprensione per chi lo ha ucciso. Sentivo ieri al televisore “anche lui era un povero”, anche lui “uno degli ultimi”. E poi le solite facce, ed i soliti gesti indignati, dei soliti noti, dei soliti potenti, dei politici di turno di questo paese, di cui, come sempre, non rimarrà nulla.

Ma fateci caso, avete sentito per caso quegli stessi politici, che si dicono indignati da tanti comportamenti di comprensione del gesto di violenza, dire: facciamo così, diamo noi un esempio ai nostri connazionali che non capiscono, rinunciamo al 50% dei nostri vitalizi e mettiamoli a disposizione dei fondi per l’accoglienza! Rinunciamo alle nostre pensioni d’oro, che la gente comune non avrà mai, e mettiamoli a disposizione dei programmi di recupero dei violenti e dei carcerati!

Non l’avete sentito, no, e non lo sentirete mai.
I sacrifici è sempre qualcun altro che deve farli. Perchè i sacrifici costano.
Mentre la demagogia è a buon mercato. Al massimo ti costa qualche voto.
Qualche, perchè, alla fine, gratta gratta, la gente in fondo la pensa come loro.
E difatti li vota…

Ma torniamo ai tempi di Gesù. che poi sono i nostri!
Sarebbe costato, ai tempi di Gesù, tenerlo in vita.
Liberare Gesù invece di Barabba?
Figurati, avrebbe continuato a criticare scribi e dottori, avrebbe messo ancora in discussione i re, avrebbe minato il potere dei romani…

Cosa fece allora il potere romano? Si lavò le mani, se ne disinteressò.
Cosa fece il potere giudaico? Sobillò le folle e li convinse a scegliere Barabba.
Un ladro. Come loro.
Quello rubava illegalmente le borse di alcuni.
Loro rubavano legalmente le ricchezze di tutti.
Nulla è cambiato, alla fine, in politica.

Difatti, da che mondo è mondo, dai tempi di Gesù, i poveri si aiutano principalmente tra loro.

Il Vangelo è annunziato ai poveri!

Ovvero, il Vangelo è un annunzio che ha senso, che viene ascoltato, sentito, inteso nel profondo, se tu sei povero di spirito, se tu prendi quel Vangelo per quello che deve essere, il tuo unico e solo tesoro, se tu quel Vangelo te lo metti nel cuore (non sulla bocca!) e diventa per te motivo di spinta, motivo di conversione, motivo di vita.

Il Vangelo è annunziato ai poveri di se stessi, ai poveri di potere, di questo mondo, ai poveri di parole proprie, di discorsi propri, di credenze, di pretese, di ideologie, di illusioni mondane.

Vi chiedo di « non lacerarvi le vesti ma i cuori » (Gl 2, 13), perché sono così pieni di peccati che scoppieranno da soli come un otre se non li lacererete voi.

E invece i nostri prosceni, i tanti prosceni di ingiustizia di questo mondo sono disseminati di brandelli di stoffa, di “pezze” fatte con le parole e la facile demagogia (ora di un tipo, ora dell’altro, dipende da come soffia il vento del potere) e poveri, poverissimi di misericordia, del tutto assenti dalla giustizia.

Che altro dire su questo Vangelo? Nulla. Se non che si avverino, per ciascuno di noi, le parole dette dal Cristo:

6 Beato colui che non si sarà scandalizzato di me!

Ce ne vuole di fede però… Lasciamo la demagogia agli altri, e preoccupiamoci piuttosto, noi, di convertirci…

Amen.

Gesù, il samaritano (Luca 10:25-37)

In quel tempo, un dottore della legge si alzò per metter alla prova Gesù: «Maestro, che devo fare per ereditare la vita eterna?».
Gesù gli disse: «Che cosa sta scritto nella Legge? Che cosa vi leggi?».
Costui rispose: «Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente e il prossimo tuo come te stesso».
E Gesù: «Hai risposto bene; fa’ questo e vivrai».

Ma quegli, volendo giustificarsi, disse a Gesù: «E chi è il mio prossimo?».

Gesù riprese: «Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico e incappò nei briganti che lo spogliarono, lo percossero e poi se ne andarono, lasciandolo mezzo morto.
Per caso, un sacerdote scendeva per quella medesima strada e quando lo vide passò oltre dall’altra parte.
Anche un levita, giunto in quel luogo, lo vide e passò oltre.
Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto lo vide e n’ebbe compassione.
Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi, caricatolo sopra il suo giumento, lo portò a una locanda e si prese cura di lui.
Il giorno seguente, estrasse due denari e li diede all’albergatore, dicendo: Abbi cura di lui e ciò che spenderai in più, te lo rifonderò al mio ritorno.

Chi di questi tre ti sembra sia stato il prossimo di colui che è incappato nei briganti?».

Quegli rispose: «Chi ha avuto compassione di lui». Gesù gli disse: «Va’ e anche tu fa’ lo stesso».

(Luca 10.25-37)

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Un dottore della Legge, uno studioso della Legge di Dio, vuole mettere alla prova Gesù, ci dice l’evangelista Luca all’inizio di questa famosissima storia. Ma Gesù, diremmo noi, non ci casca. Risponde al dottore della Legge, Lui che è il Verbo, con le parole della Legge stessa, che quello mostra di conoscere a memoria.

Non ci sembri un’atteggiamento insolito, o sbagliato, o insolente quello di quel dottore. E’ spesso anche il nostro atteggiamento.
Anche noi sappiamo benissimo spesso cosa vuole il Signore da noi. Ma il nostro peccato, le nostre insicurezze, a volte anche la nostra sicumera, ovvero l’eccessiva fiducia nelle nostre capacità creaturali, insistono a farci, per così dire, mettere alla prova Gesù, mettere alla prova Dio, quasi che fosse il Creatore a doverci ‘ provare’ di essere il Giusto!

Ed allora, come quell’uomo, insistiamo:

Ma quegli, volendo giustificarsi, disse a Gesù:
«E chi è il mio prossimo?».

Il Signore, nella sua risposta, data in parabole, come era solito fare, è chiarissimo.
Io sono il samaritano dell’umanità ferita. Io, soltanto io.
Non altri uomini. Nemmeno quelli, sacerdoti del tempio o leviti, che sembrano essere stati messi lì apposta per quello. Loro possono accompagnarti, possono farsi vicini, possono continuare la mia opera, come fa l’albergatore della parabola.

Un pastore, un prete, un pope sono come l’albergatore.
Ogni soldo che hanno, ogni talento, ogni denaro l’hanno ricevuto dalla mano del Signore Gesù, per il tramite del Suo Spirito, e sono chiamati ad essere fedeli al loro compito, sono chiamati ad occuparsi di te con quanto hanno ricevuto ed anche di più di quello, se serve. Che poi penserà il Signore, samaritano dell’umanità ferita, a colmare la differenza al suo ritorno.

Non commettiamo l’errore, frequente, di immedesimarci a pieno con il samaritano.

Nessuno di noi può esserlo fino in fondo. Nemmeno i più grandi tra i santi tra gli uomini e le donne, tra quanti ci sembrano aver dedicato ogni istante della loro vita terrena a Dio, sono dei veri samaritani.
Perchè il samaritano della parabola è uno che mette ogni parte del suo, uno che non ha alcuna paura di chinarsi dove gli altri si sono scansati, e noi, e nessuno di noi, creature, è capace di tanto.
Leggete le vite dei santi, leggete di quanto essi si sentissero mancanti, debitori agli occhi dell’Eterno. A ragione, perchè è solo Dio che salva, solo la Sua Grazia, solo la Fede in Lui.

Quelli che chiamiamo santi sono uomini e donne che tutto hanno ricevuto dallo Spirito e tutto quello che hanno ricevuto lo hanno reso al Signore che quello Spirito gli ha donato. Ma lo Spirito è da Dio, e resta di Dio.
Il samaritano mette tutto il Suo, noi mettiamo, se siamo fedeli, se siamo santi, tutto ciò che abbiamo ricevuto, per cui siamo chiamati a rendere grazie.

Noi sforziamoci di essere dei buoni, degli ottimi albergatori, fedeli al mandato ricevuto, di occuparsi dell’umanità ferita e curata dal Signore, in attesa del Suo ritorno.

E che al Suo ritorno Egli ci trovi fedeli!

Amen.

Severo di Antiochia (ca 465-538), vescovo
Discorsi, 89

Cristo cura l’umanità ferita

Alla fine passò un Samaritano… Cristo dà apposta a se stesso il nome di Samaritano… infatti di lui era stato detto, per oltraggiarlo: «Sei un Samaritano e hai un demonio» (Gv 8,48)… Il Samaritano viaggiatore, che quindi era Cristo – perché egli veramente viaggiava –, ha visto l’umanità che giaceva a terra. Non è andato oltre, poiché lo scopo che aveva dato al suo viaggio era quello di ‘visitarci’» (Lc 1,68.78); per noi infatti egli è disceso sulla terra e presso di noi ha abitato. Infatti non solo «è apparso sulla terra», ma «ha vissuto fra gli uomini» (Ba 3,38)…

Sulle nostre piaghe egli ha versato il vino, il vino della Parola; e poiché la gravità delle ferite non sopportava tutta la sua forza, vi ha aggiunto dell’olio, la sua dolcezza e il «suo amore per gli uomini» (Tt 3,4)… Poi ha portato l’uomo a una locanda. Egli dà il nome di locanda alla Chiesa, divenuta la dimora e il rifugio di tutti i popoli… Giunti alla locanda, il buon Samaritano ha mostrato nei confronti dell’uomo che aveva salvato una sollecitudine ancora più grande: Cristo in persona era nella Chiesa e concedeva ogni grazia… Al padrone della locanda, simbolo degli apostoli e dei pastori e dottori che a loro sono succeduti, al momento di partire, cioè di salire in cielo, egli dona due denari, perché abbia cura del malato. Con questi due denari si intendono i due Testamenti, l’Antico e il Nuovo: quello della Legge e dei Profeti, e quello che ci è stato dato dai vangeli e dagli scritti degli apostoli. Tutti e due sono dello stesso Dio e portano l’immagine unica dell’unico Dio del Cielo; così come le monete d’argento portano l’immagine del re, imprimono nei nostri cuori la stessa immagine regale mediante le parole sacre, poiché un solo e medesimo Spirito le ha pronunciate… Sono le due monete di un unico re, date da Cristo nello stesso tempo e con la stessa importanza al padrone della locanda…

L’ultimo giorno, i pastori delle sante chiese diranno al Maestro, quando egli tornerà: «Signore, mi hai consegnato due monete, vedi che, spendendole, ne ho guadagnate altre due» con le quali ho fatto crescere il gregge. E il Signore risponderà: «Bene, servo buono e fedele, sei stato fedele nel poco, ti darò autorità su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone» (Mt 25,23).

Discepoli e passeri (Matteo 10:24-33)

24 Un discepolo non è superiore al maestro, né un servo superiore al suo signore. 25 Basti al discepolo essere come il suo maestro e al servo essere come il suo signore. Se hanno chiamato Belzebù il padrone, quanto più chiameranno così quelli di casa sua!

26 Non li temete dunque; perché non c’è niente di nascosto che non debba essere scoperto, né di occulto che non debba essere conosciuto. 27 Quello che io vi dico nelle tenebre, ditelo nella luce; e quello che udite dettovi all’orecchio, predicatelo sui tetti. 28 E non temete coloro che uccidono il corpo, ma non possono uccidere l’anima; temete piuttosto colui che può far perire l’anima e il corpo nella geenna.

29 Due passeri non si vendono per un soldo? Eppure non ne cade uno solo in terra senza il volere del Padre vostro. 30 Quanto a voi, perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati. 31 Non temete dunque; voi valete più di molti passeri.

32 Chi dunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anch’io riconoscerò lui davanti al Padre mio che è nei cieli. 33 Ma chiunque mi rinnegherà davanti agli uomini, anch’io rinnegherò lui davanti al Padre mio che è nei cieli.

(Matteo 10)

bibbiaaperta

Tanti insegnamenti in una sola piccola pericope evangelica.

Il primo (versetti 24-25) ci invita a non crederci superiori o pari al Maestro. Il Maestro è Uno ed è il Cristo. La Parola è Una ed è quella di Dio. Annunciare il Maestro e la Sua Parola tuttavia ci deve bastare. Non è certo garanzia di successo mondano essergli fedele, tutt’altro. Hanno chiamato Lui Belzebù, ossia “Baal Principe”, “signore di questo mondo, o se preferite “signore delle mosche”, figuriamoci noi.
Perchè è così, chi crede di poter dominare o governare il mondo con le proprie geniali e potenti idee, finisce per rimanere con un pugno di mosche in mano. Chi crede di essere signore della propria vita, si ritroverà ad implorare la misericordia di Dio in punto di morte o subito dopo.
Sappiamo che fine fanno Baal ed i suoi profeti nella Scrittura, vicino al torrente Kison, scottati, bruciati dal fuoco bruciante della verita della loro sconfitta.

Il secondo insegnamento (versetti 26-28) è conseguenza del primo. Annunciate con il massimo della franchezza, con parresia, con chiarezza la Parola. Non solo perchè questa così richiede, perchè così ci richiede il Cristo, ma perchè dovete sapere che non avete alternative!

Tutta la Parola di Dio è luce, risplenderà comunque, nonostante le tenebre, le nubi, la cortina fumogena con cui il mondo ed anche a volta la pochezza e la timidezza della nostra fede pretenderebbe di avvolgerla.
Tutta la Parola di Dio riporta la voce tonante di Dio, nonostante, anche qui, il frastuono con cui il mondo vorrebbe coprirla o il colpevole e tristissimo silenzio di tanti credenti a riguardo.

E’ durissimo e chiarissimo Gesù a riguardo: non temete coloro che uccidono il corpo, ma non possono uccidere l’anima; temete piuttosto colui che può far perire l’anima e il corpo nella geenna. La Geenna, ovvero il luogo dove al tempo dell’idolatria si sacrificavano i bambini al dio Moloch, poi trasformato nell’immondezzaio, nella discarica di Gerusalemme, dove i rifiuti bruciavano di continuo. Fiamme e miasmi, se ti buttavano lì, legato, nemmeno potevi scegliere di che morte morire, se soffocato o arso vivo, ma la morte era sicura.

E’ duro Gesù, e quindi i due versetti seguenti (29-30) hanno un tono di speranza. Dio si cura, ama, è misericordioso con quello che ai nostri occhi può apparire una tra le creature più piccole e significative, un passero; con quello che di più effimero possediamo, un capello, uno dei tanti peli del nostro corpo. Un’iperbole, un ingigantimento della realtà ai nostri occhi, ma la verità per gli occhi di Dio, del misericordioso, di chi ci conosce e ci ama fin dal più profondo recesso delle nostre viscere.

Un’iperbole solo in apparenza in realtà. Persino noi, peccatori, limitati, a volte riusciamo ad amare con il più profondo delle nostre viscere, riusciamo ad essere pieni del desiderio e della passione per la nostra o il nostro amante. Magari non con la stessa purezza di Dio, ma con una intensità comunque profondissima, che ci chiude la bocca dello stomaco, che ci fa desiderare di fonderci con lei, o con lui.

Persino noi, peccatori, limitati, siamo capaci di prenderci cura con il massimo dell’amore di creature che agli occhi altrui sembrano effimere ed insignificanti. Pensate alla rosa del piccolo principe, o ad un cucciolo rimasto solo, ad un piccolissimo appezzamento di terreno che ci intestardiamo a voler veder fiorire.

Beh, ci dice Gesù, per Dio è così nei vostri riguardi: Non temete dunque; voi valete più di molti passeri.

Ma, “c’è sempre un ma“, siamo soliti dire, occorre (versetti 32-33) riconoscere la Signoria piena di Dio, del Padre sulla nostra vita e sulla vita di questo mondo. Occorre riconoscere la Signoria piena del Figlio, del Verbo Incarnato, della Parola di Dio, sulle parole, sui discorsi, sulle idee ed ideologie di questo mondo. Occorre sottomettersi a quanto lo Spirito di Dio soffia nelle nostre vite, usare dei carismi che lo Spirito ci dona per annunziare la Parola ai nostri fratelli, per dire ai nostri fratelli che il Padre regna, ed è l’Unico Signore: venga il Tuo Regno!

Altrimenti si ritorna sopra, al versetto 28; non si verrà riconosciuti di fronte al Padre che è nei cieli, e si finirà, come non è dato di saperlo, ma è certo, nelle fiamme, nel fuoco e nel soffocare della Geenna.

41 Allora dirà anche a quelli della sua sinistra: “Andate via da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli!

(Matteo 25)

Convertiamoci dunque, ed annunciamo a nostra volta il Vangelo! Usiamo dei doni dello Spirito per essere pieni del Figlio, rivestiti di Cristo, e così rivestiti comparire di fronte al Padre.

34 Allora il re dirà a quelli della sua destra: “Venite, voi, i benedetti del Padre mio; ereditate il regno che v’è stato preparato fin dalla fondazione del mondo”.

(Matteo 25)

 

Serpenti e colombe (Matteo 10:16-23)

16 «Ecco, io vi mando come pecore in mezzo ai lupi; siate dunque prudenti come i serpenti e semplici come le colombe.

17 Guardatevi dagli uomini; perché vi metteranno in mano ai tribunali e vi flagelleranno nelle loro sinagoghe; 18 e sarete condotti davanti a governatori e re per causa mia, per servire di testimonianza davanti a loro e ai pagani. 19 Ma quando vi metteranno nelle loro mani, non preoccupatevi di come parlerete o di quello che dovrete dire; perché in quel momento stesso vi sarà dato ciò che dovrete dire.

20 Poiché non siete voi che parlate, ma è lo Spirito del Padre vostro che parla in voi.

21 Il fratello darà il fratello a morte, e il padre il figlio; i figli insorgeranno contro i genitori e li faranno morire. 22 Sarete odiati da tutti a causa del mio nome; ma chi avrà perseverato sino alla fine sarà salvato. 23 Quando vi perseguiteranno in una città, fuggite in un’altra; perché io vi dico in verità che non avrete finito di percorrere le città d’Israele, prima che il Figlio dell’uomo sia venuto.

(Matteo 10)

bibbiaaperta

Potrebbe sembrarci complicato il da farsi. Dice Gesù al versetto 16 di questo Vangelo secondo Matteo, che occorre essere prudenti come i serpenti e semplici come le colombe. E lo è, infatti, complicato, per noi che siamo peccatori,  a causa della nostra poca fede.

A causa delle nostre incertezze, delle mille tentazioni che ci fa questo mondo, affinchè ci mettiamo su strade differenti dalle Sue, affinchè seguiamo leggi che non sono la Legge di Dio, affinchè compromettiamo la nostra vera vita a favore di una vita effimera, fugace, fatta di continuo desiderio e di altrettante, continue, insoddisfazioni.

Perciò, al versetto 20, lo stesso Gesù ci dà la soluzione sul da farsi. La soluzione è far sì che non sia il nostro spirito a parlare, ma che sia lo Spirito di Dio a parlare con noi. La soluzione è che l’uomo non si faccia legge a sè stesso, ma che segua senza discuterli i precetti della Legge di Dio; ossia che non siano le nostre parole a “dettar legge”, ma che sia la Parola di Dio a rammentarci l’inesorabilità della Legge di Dio.

Se non sarà questa a regnare nella nostra vita, vano sarà ogni sforzo, falsa ogni forma di evangelizzazione, viziato ogni gesto di culto ed ogni atto di carità.

Ascoltiamo la Parola di Dio, sottomettiamoci ad essa, siamo prudenti in ogni gesto, parola, azione, come sono prudenti i serpenti, che strisciano per terra, e che sanno che da ogni parte può arrivare il pericolo. Riconosciamoci creature, riconosciamo che non possiamo alzarci in piedi o librarci in volo, senza che Dio ce lo permetta, senza che le sue aquile non ci coprano con le loro ali.

Ascoltiamo la Parola di Dio, sottomettiamoci ad essa, siamo semplici come colombe. Semplici… Si, si, no, no, sia il nostro parlare. In ogni parola, gesto o azione riconosciamo che siamo sempre chiamati a scegliere tra le due vie, la via del mondo e la via di Dio. La prima larga, ampia, spaziosa, ma che ci porta alla perdizione eterna, la seconda stretta, sottile, ma che ci porta alla vera vita.

Il Signore accresca la nostra fede. Non la nostra, ma la Sua volontà.

(Vangelo di venerdì 9 luglio 2016)