Prima di tutto ringraziare – Devotional a cura di Elpidio Pezzella

Prima di tutto ringraziare – Devotional a cura di Elpidio Pezzella

La Parola

Prima di tutto rendo grazie al mio Dio
per mezzo di Gesù Cristo riguardo a tutti voi,
perché la vostra fede è divulgata in tutto il mondo.

Romani 1:8

Il Devotional

Prima di tutto, prima di chiedere un favore, prima di lamentarci di quel che non abbiamo, prima di esprimere una insoddisfazione o una critica, prima di alzare la voce per esprimere una qualche pretesa infondata, prima di iniziare qualcosa di nuovo … rendiamo grazie a Dio.

Il popolo ebraico aveva una festa di ringraziamento: la Pentecoste, nota anche come “festa della mietitura e dei primi frutti”. Si celebrava il cinquantesimo giorno dopo la Pasqua ebraica e aveva come scopo originario era il ringraziamento a Dio per i frutti della terra, cui si aggiunse più tardi, il ricordo della promulgazione della Legge sul Monte Sinai.

Personalmente ritengo che solo chi sa ringraziare riesce appieno a godere di quanto ha e/o riceve. Per questo voglio raccontarti la storia di un uomo raggiunto dalla grazia divina.

John, il cinese, un giorno incontrò un amico che gli chiese: “Quale sarà la prima cosa che farai quando sarai in cielo?”. “Andrò a trovare il Signore Gesù e lo ringrazierò di avermi salvato”, rispose John. “Bene, e poi che farai?”. “Mi metterò alla ricerca del missionario che venne nel mio paese per farmi conoscere Cristo”. “Poi ti fermerai qui?”, chiese l’amico. “No – rispose John – dovrò trovare e ringraziare anche chi ha offerto il denaro affinché il missionario potesse venire e predicare l’Evangelo”. L’uomo comprese ed ammirò la fede di John.

Dietro a tanto che diamo per scontato, dovremmo invece tener conto di chi, in un modo o nell’altro, ha contribuito affinché giungesse a noi, alcuni dei quali addirittura si sono spesi o si stanno spendendo per noi. Questo atteggiamento sicuramente favorirebbe un innalzamento della gratitudine, verso Dio e quelli che ci circondano, e nello stesso tempo migliorerebbe la qualità della vita. Infatti, la gratitudine non solo fa sentire meglio, ma migliora e rafforza le relazioni. Gli psicologi inoltre sostengono che pensare ogni giorno alle cose per cui potersi sentire grati la sera, prima di prendere sonno, farà anche dormire meglio.

Rivoltiamo senza indugio il nostro cuore, le nostre convinzioni, e forse scopriremmo molta ingratitudine da confessare e a cui porre rimedio. L’apostolo Paolo così esortava i Tessalonicesi: “Siate sempre gioiosi; non cessate mai di pregare; in ogni cosa rendete grazie, perché questa è la volontà di Dio in Cristo Gesù verso di voi” (1Tessalonicesi 5:16-18).

Un inno cristiano così recita: “Dì grazie con tutto il cuore… dì grazie…”. Sì, il nostro primo ringraziamento va a Dio, e la Scrittura ci insegna abbondantemente a riguardo. Il primo però sottintende che ci sia un secondo e un terzo e così via. Ritengo che ringraziare sia una delle più belle azioni che possiamo compiere, insieme a dare senza aspettarsi nulla in cambio. Eppure quante volte basterebbe un “grazie” per appagare, per rendere felice qualcuno? Impegniamoci a riscoprire un gesto, troppo sottovalutato in un mondo che va sempre di fretta, ma che dovrebbe essere tra i valori fondamentali di un cristiano.

Memoria

Il 4 febbraio 1906 nasceva a Breslavia Dietrich Bonhoeffer, teologo luterano tedesco, protagonista della resistenza al Nazismo e apprezzato in ambito anche cattolico.

Prima di tutto ringraziare
Prima di tutto ringraziare

Devotional 05/2018

Piano di lettura settimanale della Bibbia

29 gennaio Esodo 35-37; Giovanni 17-19

30 gennaio Esodo 35-37; Giovanni 17-19

31 gennaio Esodo 38-40; Giovanni 20-21; Atti 1

01 febbraio Levitico 1-3; Atti 2-4

02 febbraio Levitico 4-6; Atti 5-7

03 febbraio Levitico 7-9; Atti 8-10

04 febbraio Levitico 10-12; Atti 11-13

La Giornata della Memoria, in una preghiera

La Giornata della Memoria, in una preghiera

מודה אני לפניך מלך חי וקיים שהחזרת בי נשמתי בחמלה, רבה אמונתך.

Modeh ani lifanekha melekh hai v’kayam shehehezarta bi nishmahti b’hemla, raba emunatekha.

“Ti rendo grazie, o Re Vivente ed Eterno, per avermi restituito l’anima con compassione; abbondante è la Tua fedeltà!”

(Preghiera del risveglio)

Questa preghiera ebraica, antichissima, che ogni creatura umana è chiamata a recitare al risveglio, forse è l’unico vero ‘antidoto’ al ripetersi di eventi come la Shoah.

Il ricordo che la vita non è nostra, non è un nostro possesso, è solo un qualcosa per cui dobbiamo ringraziare un Altro da noi.

Ogni respiro, ogni anelito di vita dipende da Lui. Tutto ciò che di buono compiamo o possiamo compiere possiamo farlo solo per la sua grazia. Tutto ciò che compiamo di cattivo o di malvagio è solo sintomo del nostro da Lui allontanarci, per dare il primato ad altro, o ad altri.

Non bastano le foto, le storie, i libri, i racconti, la cultura; l’accumulare semi (questa per me è la cultura) non basta.
Ho conosciuto persone con montagne di semi accumulati.
Semi ben riposti nel punto più nascosto dei granai della loro vita. Semi sterili, semi secchi, semi inutili alla fine, perchè dimenticati, o piantati nel momento e nel luogo meno opportuni.

Per usare la lingua tedesca, non basta la kultur, occorre essere capaci di bildung, di formare, di costruire, di educare, di tirare fuori questi semi e di farli crescere nella vita delle persone, ogni giorno.

Tutte queste giornate speciali somigliano sempre più a dei compleanni in cui ti regalano un bel mazzo di fiori recisi; sgargianti, colorati, ti fanno pensare ad altro, ti profumano la vita per un giorno o due, a volte anche per una settimana.
Della vita morta colorata per l’occasione, ma che alla fine inevitabilmente si rivela per quello che è nell’odore rancido dell’acqua in cui hai posto quel mazzo, nel decomporsi dei gambi e dei petali.

Occorre essere capaci di bildung, di costruire, di formare; e per costruire occorre per prima cosa sapere su che cosa, meglio , su chi ci si fonda.

Chi si fonda, ed aiuta gli altri a fondarsi sul Re Vivente ed Eterno, ha almeno la speranza, un giorno, di imparare a poterlo fare, come meglio gli sarà possibile, quanto e come gli consentirà il suo peccato.

Chi si fonda su altro, potrà ammantarlo di bei colori, di bei profumi, di belle sensazioni, che dureranno quello che durano tutte le cose che l’uomo costruisce per se stesso.
Lo spazio di un mattino e di una sera, poi subito sfioriscono e muoiono.

Perchè l’uomo può solo commiserarsi.
Solo l’Eterno, benedetto Egli sia, è capace di vera compassione.
E solo chi fida solo nell’Eterno può sperare di non offenderlo di nuovo. E compiere gesti di bildung, di costruzione dell’uomo nuovo. consapevole che  questa ha bisogno di lui, ma da lui alla fine non dipende.

Ti rendo grazie o Eterno per avermi restituito l'anima
Ti rendo grazie o Eterno per avermi restituito l’anima

Memoria e Mezuzah

Memoria e Mezuzah

Ho scritto oggi su Facebook che faccio memoria non solo il 27 gennaio, ma ogni giorno, anche grazie alla mia Mezuzah, appesa vicino alla mia porta.

Memoria e Mezuzah - Sulla mia porta
Memoria e Mezuzah – Sulla mia porta

“Cos’è una Mezuzah?”, mi è stato chiesto.

La Mezuzah è composta ora da un piccolo foglio di pergamena contenente i primi due brani dello Shema, dove viene affermata l’unicità divina, l’obbligo di studiare ed insegnare la Torah ai propri figli e quindi l’obbligo di affiggere la Mezuzah (Deuteronomio 6:9).

La Mezuzah ricorda il segno di sangue del Korban, segno posto sullo stipite delle casa dei figli d’Israele in Egitto al momento delle manifestazioni miracolose delle dieci piaghe: questo segno, comandato da Dio a Mosè, fu necessario per distinguere queste case da quelle egizie poi colpite da Dio e dagli angeli soprattutto con la decima piaga, la morte dei primogeniti, infatti i loro abitanti furono protetti.

La pergamena viene poi arrotolata ed inserita in un astuccio per essere affissa agli stipiti delle porte della casa. Essa va poi affissa alla destra di coloro che entrano e alla sinistra di coloro che escono dalla porta.

La Parola

4 Ascolta, Israele: l’Eterno, il nostro DIO, l’Eterno è uno. 5 Tu amerai dunque l’Eterno, il tuo DIO, con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua forza. 6 E queste parole che oggi ti comando rimarranno nel tuo cuore; 7 le inculcherai ai tuoi figli, ne parlerai quando sei seduto in casa tua, quando cammini per strada, quando sei coricato e quando ti alzi. 8 Le legherai come un segno alla mano, saranno come fasce tra gli occhi, 9 e le scriverai sugli stipiti della tua casa e sulle tue porte.

(Deuteronomio 6)

13 Or se ubbidirete diligentemente ai miei comandamenti che oggi vi prescrivo, amando l’Eterno, il vostro DIO, e servendolo con tutto il vostro cuore e con tutta la vostra anima, 14 avverrà che io darò al vostro paese la pioggia a suo tempo, la prima pioggia e l’ultima pioggia, perché tu possa raccogliere il tuo grano, il tuo vino e il tuo olio; 15 e farò pure crescere dell’erba nei tuoi campi per il tuo bestiame, e tu mangerai e sarai saziato. 16 State in guardia affinché il vostro cuore non sia sedotto e non vi sviate, servendo altri dèi e prostrandovi davanti a loro; 17 poiché allora si accenderebbe contro di voi l’ira dell’Eterno e chiuderebbe i cieli e non vi sarebbe più pioggia, e la terra non darebbe più i suoi prodotti e voi presto perireste nel buon paese che l’Eterno vi dà. 18 Metterete dunque queste mie parole nel vostro cuore e nella vostra mente, le legherete come un segno alla mano e saranno come frontali fra gli occhi; 19 le insegnerete ai vostri figli, parlandone quando sei seduto in casa tua, quando cammini per strada, quando sei coricato e quando ti alzi; 20 e le scriverai sugli stipiti della tua casa e sulle tue porte, 21 affinché i vostri giorni e i giorni dei vostri figli, nel paese che l’Eterno giurò ai vostri padri di dar loro, siano numerosi come i giorni dei cieli sopra la terra.

(Deuteronomio 11)

Memoria e Mezuzah - la Parola sul rotolo
Memoria e Mezuzah – la Parola sul rotolo

Uno accanto all’altro, il Nome di Dio

Uno accanto all’altro, il Nome di Dio

Quando ero un ragazzino il signor maestro stava insegnandomi a leggere.

Una volta mi mostrò nel libro delle preghiere due minuscole lettere, simili a due puntini quadrati. E mi disse: Vedi, Uri, queste due lettere, una accanto all’altra? E’ il monogramma del nome di Dio; e, ovunque, scorgi insieme questi due puntini, devi pronunciare il nome di Dio, anche se non è scritto per intero.

Continuammo a leggere con il maestro, finché non trovammo, alla fine di una frase, i due punti. Erano ugualmente due punti quadrati, solo non uno accanto all’altro, ma uno sotto l’altro. Pensai che si trattasse del monogramma di Dio, perciò pronunciai il suo nome.

Il maestro mi disse però: No, no, Uri. Quel segno non indica il nome di Dio. Solo là dove i puntini sono a fianco l’uno dell’altro, dove uno vede nell’altro un compagno a lui uguale, solo là c’è il nome di Dio.

Ma dove i puntini sono uno sotto e l’altro sopra il primo, là non c’è il nome di Dio.

da un Midrash

Solo là dove i puntini sono a fianco l’uno dell’altro, dove uno vede nell’altro un compagno a lui uguale, solo là c’è il nome di Dio.

Ed ora che aspetti? Riflettendo su Paolo.

Ed ora che aspetti? Riflettendo su Paolo.

La Parola

3 «In verità io sono un Giudeo, nato in Tarso di Cilicia e allevato in questa città ai piedi di Gamaliele, educato nella rigorosa osservanza della legge dei padri, pieno di zelo di Dio, come oggi lo siete voi tutti; 4 io ho perseguitato fino alla morte questa Via, legando e mettendo in prigione uomini e donne, 5 come mi sono testimoni il sommo sacerdote e tutto il sinedrio degli anziani, dai quali avendo anche ricevuto lettere per i fratelli, mi recavo a Damasco per condurre prigionieri a Gerusalemme anche quelli che erano là, perché fossero puniti.

6 Or avvenne che, mentre io ero in cammino e mi avvicinavo a Damasco, intorno a mezzogiorno, all’improvviso una gran luce dal cielo mi folgorò d’intorno. 7 Ed io caddi a terra e udii una voce che mi diceva: “Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?”. 8 Io risposi: “Chi sei, Signore?”. Egli mi disse: “Io sono Gesù il Nazareno, che tu perseguiti”.

9 Or quelli che erano con me videro sì la luce e furono spaventati, ma non udirono la voce di colui che mi parlava.

10 Io dissi: “Signore, che devo fare?”. Il Signore mi disse: “Alzati e va’ a Damasco, là ti sarà annunziato tutto quello che ti è ordinato di fare”.

11 Ora, siccome io non vedevo nulla per lo splendore di quella luce, fui condotto per mano da quelli che erano con me; e così entrai a Damasco. 12 Or un certo Anania, uomo pio secondo la legge, di cui tutti i Giudei che abitavano a Damasco rendevano buona testimonianza, 13 venne da me e, standomi vicino, mi disse: “Fratello Saulo, ricupera la vista”. In quell’istante io ricuperai la vista e lo guardai.

14 Poi aggiunse: “Il Dio dei nostri padri ti ha preordinato a conoscere la sua volontà, a vedere il Giusto e a udire una voce dalla sua bocca. 15 Perché tu gli devi essere testimone presso tutti gli uomini delle cose che hai visto e udito. 16 Ed ora che aspetti? Alzati e sii battezzato e lavato dai tuoi peccati, invocando il nome del Signore”.

(Atti 22)

Atti 22:16

Il commento

In questa giornata, 25 gennaio, che, tradizionalmente, è scelta dalle chiese che la celebrano liturgicamente come data di chiusura della “settimana di preghiera per l’unità”, molte chiese cristiane ricordano la conversione di Saulo, che da accanito persecutore dei cristiani si trasforma nel più infaticabile e rigoroso degli apostoli, nel più fedele annunciatore del Cristo Vivente.

Del Cristo Vivente, sottolineo, perchè al di là di quello che dicono tanti che trovano ‘scomode’, molto ‘scomode’ le sue parole, Paolo è tale. La Parola di Cristo annunciata da Paolo è viva, vivente, vitale!

È un personaggio controverso, ‘scomodo’ dicevo Paolo perchè ha tutto per dare fastidio a tutti. Agli ebrei ed ai discendenti del giudaismo dà fastido (perchè era ebreo, giudeo come loro, aveva studiato nelle migliori sinagoghe, aveva perseguitato il Cristo ed i suoi seguaci), dà fastidio al resto del popolo, perchè aveva una eloquenza pari a nessuno, usciva vittorioso dalle discussioni nelle piazze, nei fori, nelle agorà, sapeva scrivere come pochi, parlare con comunità di ogni origine e con ogni tipo di problematica, le sue lettere sono tuttora un modello di esposizione, di uso delle arti del parlare e dello scrivere che aveva ed ha pochi uguali.

Qualcuno chiamò Paolo, ed a ragione, il quinto evangelista, perchè i suoi scritti segnarono la fede cristiana come l’unico Vangelo quadriforme.

Il Cristo di Paolo è un Cristo puro, essenziale, distillato, di cui nessun credente può non sapere o fare a meno. Le parole di Paolo sono spesso come le parole di Gesù. Non puoi fare finta di niente, non puoi barcamenarti tra questa e quella posizione, come piaceva fare agli intellettuali romani, ateniesi ed ancora ai sapientoni, ai sedicenti “cristiani adulti”, o maturi (in realtà semplicemente infedeli o pavidi!) dei nostri giorni.

Devi prendere posizione: si, si, no, no.

Perciò Paolo è tanto inviso a chi pensa che ci si possa costruire una fede, secondo la teologia che più ci piace. Perchè Paolo è limpido, cristallino. Il peccato è peccato. Punto. La carne è carne. Punto. Lo spirito è spirito.

Perciò nelle opere, nelle lettere di Paolo, troviamo spesso elenchi di cosa è secondo la Parola di Dio e cosa non lo è. Di cosa è carità e cosa non lo è. Di quali sono i doni dello spirito e quali non lo sono.

Per tutti questi motivi, carissimi a tutta la Riforma, almeno in chi ne è stato alle origini (giacchè oggi tra i riformati troviamo molti critici, scettici, se non addirittura palesementi contrati agli insegnamenti di Paolo) personalmente amo Paolo come un testimone fedelissimo, il testimone più verace del Signore Gesù; e sempre personalmente “vomito dalla mia bocca”, e se serve dalla mia vita, chi si rivela a Paolo, e di conseguenza a Cristo, dichiaratamente ostile.

Quando sono stato consacrato al ministero, non è stato certo per caso che proprio da Paolo io abbia preso la frase che mi ha guidato nella preghiera di quel tempo forte di grazia.

7 Che cosa infatti ti rende diverso? Che cosa hai tu che non l’abbia ricevuto? E se l’hai ricevuto, perché ti glori come se non l’avessi ricevuto?

(1 Corinti 4)

Come Paolo, mi sono sempre sforzato di annunciare solo e soltanto quando avevo ricevuto da Dio. Come Paolo ho sempre ritenuto mio preciso dovere non fare sconti a nessuno, a partire da me stesso, su quello che ascoltavo da Dio; se necessario pagando io, di persona, senza tenere rancori, senza cercare vendette o soddisfazioni personali, ma sempre cercando il modo più efficace di annunciare Lui, di annunciare il Cristo, di annunciare la purezza, non certo mia, ma della fede, in tutti i contesti in cui mi sono trovato (e mi troverò…) di volta in volta ad operare.

E tu, ora che aspetti?

Il labirinto

Il labirinto

“Quello che tutti temiamo di più”, disse il sacerdote a bassa voce, “è un labirinto senza centro.

Questo è il motivo per cui l’ateismo è solo un incubo”.

(Chesterton, Father Brown Omnibus. p.319)

Il centro è Cristo.

Gli ostacoli, le strade chiuse, i muri di mattoni, sono il nostro peccato ed i peccati del mondo.

La bussola è la Parola dell’Eterno, che indica costantemente il Nord della Sua volontà.

L’equipaggiamento, il solo necessario, sono i doni dello Spirito.

L’ateismo è solo un incubo, l’incubo del credersi libero, senza veramente esserlo.

Il labirinto - Labirinto di Chartres
Il labirinto – Labirinto di Chartres

Coltivare il campo, seminare la Parola (Marco 4,1-20)

Coltivare il campo, seminare la Parola

La Parola

Dal Vangelo di Gesù Cristo secondo Marco 4,1-20.

In quel tempo, Gesù si mise di nuovo a insegnare lungo il mare. E si riunì attorno a lui una folla enorme, tanto che egli salì su una barca e là restò seduto, stando in mare, mentre la folla era a terra lungo la riva.
Insegnava loro molte cose in parabole e diceva loro nel suo insegnamento:
«Ascoltate. Ecco, uscì il seminatore a seminare.
Mentre seminava, una parte cadde lungo la strada e vennero gli uccelli e la divorarono.
Un’altra cadde fra i sassi, dove non c’era molta terra, e subito spuntò perché non c’era un terreno profondo; ma quando si levò il sole, restò bruciata e, non avendo radice, si seccò.
Un’altra cadde tra le spine; le spine crebbero, la soffocarono e non diede frutto.
E un’altra cadde sulla terra buona, diede frutto che venne su e crebbe, e rese ora il trenta, ora il sessanta e ora il cento per uno».
E diceva: «Chi ha orecchi per intendere intenda!».

Quando poi fu solo, i suoi insieme ai Dodici lo interrogavano sulle parabole. Ed egli disse loro:
«A voi è stato confidato il mistero del regno di Dio; a quelli di fuori invece tutto viene esposto in parabole, perché: guardino, ma non vedano, ascoltino, ma non intendano, perché non si convertano e venga loro perdonato».
Continuò dicendo loro: «Se non comprendete questa parabola, come potrete capire tutte le altre parabole?

Il seminatore semina la parola.

Quelli lungo la strada sono coloro nei quali viene seminata la parola; ma quando l’ascoltano, subito viene satana, e porta via la parola seminata in loro.
Similmente quelli che ricevono il seme sulle pietre sono coloro che, quando ascoltano la parola, subito l’accolgono con gioia, ma non hanno radice in se stessi, sono incostanti e quindi, al sopraggiungere di qualche tribolazione o persecuzione a causa della parola, subito si abbattono.
Altri sono quelli che ricevono il seme tra le spine: sono coloro che hanno ascoltato la parola, ma sopraggiungono le preoccupazioni del mondo e l’inganno della ricchezza e tutte le altre bramosie, soffocano la parola e questa rimane senza frutto.
Quelli poi che ricevono il seme su un terreno buono, sono coloro che ascoltano la parola, l’accolgono e portano frutto nella misura chi del trenta, chi del sessanta, chi del cento per uno».

Coltivare il campo, seminare la Parola
Coltivare il campo, seminare la Parola

Cesario di Arles, il commento

Cesario di Arles (470-543), monaco e vescovo
Discorsi, n° 6 ; CCL 103, 32 ; SC 175
Dare frutto del trenta, del sessanta e del cento per uno

Fratelli, ci sono due specie di campi: uno è il campo di Dio, l’altro è il campo dell’uomo. Hai il tuo campo; anche Dio ha il suo. Il tuo campo è la terra; il campo di Dio è la tua anima. È forse giusto che coltivi il tuo campo e lasci incolto il campo di Dio? Coltivi la tua terra, e non coltivi la tua anima, forse perché vuoi mettere in ordine la tua proprietà e lasciare incolta la proprietà di Dio? Ti pare giusto? Forse Dio merita che trascuriamo la nostra anima che egli tanto ama? Ti rallegri al vedere la tua terra ben coltivata; perché non piangi al vedere la tua anima incolta? I campi in nostro possesso ci faranno vivere alcuni giorni in questo mondo; la cura della nostra anima ci farà vivere senza fine in cielo…

Dio si è degnato di affidarci la nostra anima come suo campo; mettiamoci dunque all’opera con tutte le nostre forze con il suo aiuto, perché quando verrà a visitare il suo campo, egli lo trovi ben coltivato e perfettamente in ordine. Vi trovi una messe invece di rovi; vi trovi vino invece di aceto; grano invece di zizzania. Se vi troverà ciò che piace ai suoi occhi, ci darà in cambio le ricompense eterne; invece i rovi saranno destinati al fuoco.

Il commento

Cesario di Arles fu monaco e vescovo in tempi e luoghi assai difficili per la predicazione dell’Evangelo (ma ne esistono di facili? mi chiedo? essendo il Vangelo segno di contraddizione tra gli uomini?) dovendosi barcamenare, da un punto di vista umano, tra re Visigoti, Ostrogoti e Franchi in lotta per la supremazia nella sua terra.

Perciò si dedicò a mettere ordine in quello che potremmo definire il campo della chiesa, tramite la sua lotta contro le eresie, soprattutto il semipelagianesimo (secondo cui gli esseri umani, ai fini della loro salvezza possono/devono fare da sé stessi il primo passo verso Dio, cioè senza l’aiuto della grazia divina, la quale subentra solo in un secondo tempo) e l’arianesimo (dottrina cristologica elaborata dal monaco e teologo cristiano Ario (256-336), condannata al primo concilio di Nicea (325); sosteneva che la natura divina di Gesù fosse sostanzialmente inferiore a quella di Dio e che, pertanto, vi fu un tempo in cui il Verbo di Dio non esisteva e dunque che fosse stato creato in seguito).

Si mise quindi all’opera, citando il suo discorso sopra riportato, perché Dio trovasse quanto dava piacere ai suoi occhi. Seminando senza sosta la Parola dell’Eterno, con sermoni, discorsi, esortazioni, regole per la vita cristiana ed ogni sorta di insegnamento. Tutto però sempre rigorosamente centrato sulla Parola di Dio e solo su quella.

Così ciascuno di noi, nel suo proprio ministero, nella sua propria forma di vita, è chiamato senza sosta a seminare l’Evangelo del Signore, la Sua Buona Novella, senza pensare che tutto dipenda tuttavia da sè stesso e dalla sua attività. La Parola di Dio ha una forza propria, intrinseca, che opera anche oltre alla bravura del seminatore nella sua attività.

Il seminatore semina la parola.

Il Signore Gesù è lapidario nella sua formulazione. Egli semina la Parola, poi sarà come è stato stabilito dall’Eterno; c’è chi la rigetterà all’istante, perchè ha il cuore di pietra, ricoperto dai suoi desideri, dalle sue passioni terrene, innaffiate dal satana. Un cuore duro come la pietra, come l’asfalto, dove non c’è più posto per il Signore. C’è l’umanità dal terreno cosparso qui e là di spine e di pietre, sono quegli uomini e quelle donne che ascoltano la Parola ma non l’accolgono pienamente, mischiano ad essa in modo indebito dottrine che sono solo di uomini, cercano in ogni modo quello che ai loro occhi appare un compromesso (in realtà impossibile, Dio non ammette cuori divisi!) con le dottrine di questo mondo e del suo principe sconfitto.

E ci sono infine coloro che accolgono la Parola su un terreno buono, e la Parola si rivela loro, dissoda il terreno,lo rende fertile, fa sì che porti frutto; lì il trenta, lì il sessanta, lì il massimo possibile ad una creatura umana.

Deve essere chiaro però: il seminatore semina la Parola. Ma il vero seminatore è il Cristo, e la vera Parola è solo e soltanto la sua.

Come è soltanto Sua opera il frutto della grazia, di cui noi siamo meri collaboratori. Il nostro compito è riconoscerci servi inutili, servi senza pretese, seminare a nostra volta senza sosta, prima di tutto nel nostro campo, nella nostra vita, poi in chi è nostro prossimo. Ma come ci dirà sempre Gesù nel suo Vangelo, l’opera della mietitura, della divisione del grano dalla zizzania, sarà opera dell’Eterno, non certo opera nostra.

Tutto questo discorso fatto per il singolo credente vale anche per la Chiesa e per tutte quelle assemblee di credenti che si danno questo nome. La Parola seminata e diffusa in essa è la discriminante per noi, per capire se una Chiesa è veramente tale. Una Chiesa è veramente tale se si affida solo alla Parola, se attende solo dal Signore la Grazia e ne rende incessantemente lode, se ha fede nel Cristo ed in Lui solo.

Come ebbe a dire Agostino, è possibile si trovino lupi all’interno delle nostre assemblee ecclesiastiche, e pecore del Signore restino fuori. Lo capiremo, se questa sarà la volontà dell’Eterno, proprio dalla fiducia che essi rimetteranno al Vangelo.

Giovanni Calvino scrisse

Scrisse Giovanni Calvino nella sua Istituzione, e concludo:

Egli infatti, affinché la temerarietà degli uomini non si spingesse sino a quel punto, ha provveduto opportunamente a ricordarci, con esperienze quotidiane, quanto i suoi giudizi superino i nostri sensi. Poiché, da un lato, coloro che sembravano doverosi considerare del tutto perduti e in situazioni disperate sono ricondotti sulla retta via, e d’altro lato inciampano quelli che sembravano sicuri.
Perciò secondo la segreta e nascosta predestinazione di Dio, come dice sant’Agostino, perché si trovano molte pecore fuori della chiesa e molti lupi dentro.
E fra coloro che esteriormente recano il suo contrassegno i suoi occhi soltanto sono in grado di discernere chi siano i santi senza finzione e coloro che debbono perseverare sino alla fine secondo la sostanza stessa della nostra fede.

Tuttavia poiché il Signore sapeva che ci è utile conoscere quali debbano essere considerati suoi figli, si è adattato, su questo punto, alla nostra capacità di intendimento. E per il fatto che non si richiedeva per questo una certezza di fede ha stabilito un giudizio di carità, in base al quale dobbiamo riconoscere  quali membri della Chiesa tutti coloro che per confessione di fede, vita esemplare, partecipazione ai sacramenti, confessano con noi un medesimo Dio ed un medesimo Cristo. Essendo per noi necessario riconoscere il corpo della Chiesa per unirci ad esso egli lo ha indicato con segni per noi evidenti.

Ecco i dati in base ai quali riconosciamo l’esistenza della chiesa visibile; ovunque riconosciamo la parola di Dio essere predicata con purezza, ed ascoltata, i sacramenti essere amministrati secondo l’istituzione di Cristo, non deve sussistere alcun dubbio che quivi sia la Chiesa…

La Chiesa universale è costituita dalla moltitudine di coloro  che sono concordi nell’accettazione della verità di Dio e della dottrina della sua Parola, malgrado le diversità di nazioni e le distanze geografiche che possono sussistere, in quanto è unita da un vincolo di fede.

Coerente, fondato e grato

Coerente, fondato e grato

La Parola di Dio di oggi ci parla di coerenza.
Ascoltare la Parola di Dio, obbedirLe, metterLa in pratica.

La coerenza della nostra vita con la verità che ci è rivelata nella Parola di Dio, nella Persona del Figlio che la incarna, deve crescere assieme alla nostra conoscenza di essa.

Se la nostra vita, tutta la nostra vita, tutte le nostre scelte, in qualsiasi campo, non sono coerenti, ossia obbedienti, alla Parola di Dio, allora non siamo, per usare le parole della Parola di Dio ascoltata oggi, nè fratelli, nè sorelle del Cristo.

Chi ci rende cristiani?

Se non siamo coerenti, obbedienti alla Parola di Dio, non siamo cristiani, checchè possiamo dire o sostenere.

Nessun catechismo rende cristiani, nessuna teologia rende cristiani, nessuna appartenenza o “pratica” religiosa rende cristiani, nessun confessionalismo è capace di tanto.

Solo Cristo ci rende cristiani. Solo il Verbo Incarnato ci rende cristiani. E lo siamo davvero se a nostra volta incarniamo questo Verbo in ciò che diciamo, pensiamo, operiamo.

Coerente, fondato e grato
Coerente, fondato e grato. Laddove coerenza = obbedienza assoluta alla Parola di Dio
Coerenza = obbedienza assoluta alla Parola di Dio

Coerenza in tempi elettorali

Merce rara, rarissima la coerenza in tempi di elezioni.
Merce rara, rarissima la coerenza tra i politici e gli elettori del nostro paese, che da tempo fanno del trasformismo e delle ragioni di comodo del momento quasi una ragione di esistenza.

Compresi i politici e gli elettori sedicenti cristiani. Che trasmigrano da uno schieramento all’altro pur di avere un seggio in Parlamento o una raccomandazione per i propri congiunti.

Coerenza con la Parola di Dio applicata alle elezioni?
Non è così difficile.

La vita, dono di Dio

Per la Parola di Dio, la vita è un dono di Dio.
Solo Dio la dona, solo Dio può toglierla.

L’aborto è un’omicidio, è togliere la vita ad un innocente.

L’eutanasia è un omicidio, è togliere la vita ad un altro; anche se questo te lo chiede, perchè la vita non è un possesso umano. Mai.
E non si possono ammettere eccezioni al principio. Mai.

Per certe dittature e per i totalitarismi si faceva un favore a togliere la vita alle persone di una determinata razza, o credo politico.
Perchè le loro erano vite indegne di essere vissute.

Così come si faceva il bene dei disabili o del malati, o dei deformi a sopprimerli, perchè in vita avrebbero solo sofferto.
E l’uomo la Croce non l’ha mai sopportata.

La Croce, dono di Dio

Eppure la Croce è un dono di Dio. Il più grande dono di Dio.
Il dono di Dio che ci salva, che ci rende capaci di vivere oltre la morte terrena. Per Sua Grazia, solo per Sua Grazia.

La sessualità, dono di Dio da amare

La sessualità, l’essere maschio o femmina è dono di Dio.
Un dono che riceviamo attraverso l’unione di chi ci genera.

Maschio e femmina ci generano, perchè maschio e femmina, ishishà Egli ci creò.

Perciò ogni deviazione da questo è andare contro la Parola di Dio, è andare contro la volontà di Dio.

Utilizzare il seme o l’utero di un’ altro o di un’altra per generare è contro la Parola di Dio.

Unirsi uomo con uomo o donna con donna è contro la Parola di Dio. E la cosa è resa manifesta dall’assoluta sterilità naturale di questo tipo di unioni.

Non c’entra nulla il sentimento, non c’entra nulla il volersi bene.
E’ questione di essere coerenti con sè stessi, con la propria identità sessuale. Che è un dono, non un qualcosa da scoprire o da educare, o da modificare come vorrebbero le teorie del “gender”.

Si è maschio o femmina. E si è aperti alla vita, alla generazione se ci si unisce, maschio con femmina.

Perciò, autocondannarsi alla sterilità, chiunque lo faccia (non solo le unioni omosessuali che lo sono naturalmente, ma anche gli eterosessuali, in altri modi, possono farlo), rifiutarsi di aprirsi alla vita, di generarla naturalmente come Dio ci ha comandato di fare è rigettare la Parola di Dio, disobbedirle, non essere coerenti con essa.

La Croce, dono di Dio da amare

Anche qui, badate, entra la dimensione della Croce.
Perchè può essere una croce sapersi sterili, può essere una croce sapere di non poter generare, può essere una croce avere sentimenti che ci portano ad unirci a chi si sa sterile.

Può essere una croce, e va vissuta nella Croce del Signore, che è capace di indicarci altre vie, che è capace di farci risorgere.
Va vissuta nella Croce del Signore, perchè la Croce non va semplicemente portata, ma va amata.
Per quanto difficile ci possa risultare farlo.
Perchè non esiste una via alternativa alla salvezza.

Leggi civili e Legge di Dio

Le leggi civili di questo paese, del mio paese, possono stabilire quello che vogliono.

Io, in quanto cristiano, obbedisco solo e soltanto a quanto non si oppone alla Legge di Dio. Obietto con la mia coscienza in parole ed opere al resto. E non me ne rendo complice.

Nemmeno semplicemente votando quei partiti e quei politici che, chi in modo esplicito, chi nei fatti, approvano leggi e regolamenti che negano la verità della Parola di Dio.

Fondato e non fondamentalista

E non mi sento “fondamentalista”, come dice qualcuno, facendolo, ma mi sento coerente con il mio essere uomo, cristiano. E quindi con il mio essere fondato sulla Parola di Dio, con il mio giornaliero sforzarmi di costruire ogni cosa sulla pietra angolare che è Cristo Gesù, sulla pietra scartata dai costruttori umani, ma prediletta dal Padre.

O si costruisce su quella, o si costruisce sulla sabbia. E si sa che fine fanno le costruzioni di quel tipo.

Fondato e grato

E sono grato.
Grato a Dio per la vita che Egli mi ha donato e che solo Egli potrà togliermi, quando Egli vorrà.
Grato a Dio per l’amore di mia moglie.
Grato a Dio per avermi messo in grado di generare (anche quello è un dono! non un diritto di alcuno, maschio o femmina che sia!) e per l’amore di mia figlia.

Familiari di Cristo

Familiari di Cristo

La Parola

31 Nel frattempo giunsero i suoi fratelli e sua madre e, fermatisi fuori, lo mandarono a chiamare. 32 Or la folla sedeva intorno a lui; e gli dissero: «Ecco, tua madre e i tuoi fratelli sono là fuori e ti cercano». 33 Ma egli rispose loro, dicendo: «Chi è mia madre, o i miei fratelli?». 34 Poi guardando in giro su coloro che gli sedevano intorno, disse: «Ecco mia madre e i miei fratelli. 35 Poiché chiunque fa la volontà di Dio, questi è mio fratello, mia sorella e madre».

Familiari di Cristo. Marco 3:31-35
Familiari di Cristo. Marco 3:31-35

Il commento

Familiari di Cristo. Chi sono?

L’Eterno è chiarissimo: chiunque fa la volontà di Dio.

E come conosciamo la volontà di Dio?

Attraverso la Sua Parola.

Chi obbedisce alla Parola di Dio, chi fa della Parola di Dio la propria regola di vita, sine glossa, senza aggiunte o sottrazioni legate al proprio od all’altrui arbitrio, anche se questo arbitrio si riveste di scienze e di sapienze umane, di esegesi o di teologie, chi fa questo è per Gesù fratello, sorella, madre.

Notate. Non padre, perchè di Padre ce n’è Uno ed è quello che sta nei cieli, Colui che ha inviato il Figlio per la nostra salvezza.

Possiamo essere fratelli, o sorelle, figli o figlie nel Figlio, se ci conformiamo al Suo modo di vivere, se mettiamo sempre la volontà di Dio prima della nostra, se consideriamo sapienza la Parola di Dio e stoltezza le mille sapienze vuote di questo mondo.

Possiamo essere madre, se attraverso il nostro esempio, la nostra testimonianza, la nostra martyria, che può arrivare anche al dono della nostra stessa vita, portiamo alla fede in Cristo e nella verità della Parola di Dio, altri fratelli ed altre sorelle. Ossia, possiamo essere madre se generiamo alla fede.

Fuori di senno ed al contempo assennato

Fuori di senno ed al contempo assennato

Si deve amare solo Dio

Dai «Capitoli sulla perfezione spirituale» di Diàdoco di Fotice, vescovo (Capp. 12. 13. 14; PG 65, 1171-1172)

Chi ama se stesso non può amare Dio; chi invece non ama se stesso a motivo delle più importanti ricchezze dell’amore di Dio, costui ama Dio. Da questo deriva che egli non cerca mai la sua gloria, ma la gloria di Dio. Chi infatti ama se stesso cerca la propria gloria, mentre chi ama Dio cerca la gloria del suo creatore.

È proprio dell’anima che sperimenta e ama Dio cercare sempre la sua gloria in tutto ciò che fa, dilettarsi della sottomissione alla sua volontà, perché la gloria appartiene a Dio a motivo della sua maestà, mentre all’uomo conviene la sottomissione per il conseguimento della familiarità con Dio.

Quando anche noi facciamo in questo modo, siamo felici della gloria del Signore e, sull’esempio di Giovanni Battista, cominciamo a dire: «Egli deve crescere e io invece diminuire» (Gv 3, 30).

Ho conosciuto una persona che soffriva, perché non riusciva ad amare Dio come voleva. E tuttavia l’amava essendo la sua anima infuocata dall’amore di Dio. Così Dio era in essa glorificato, benché essa fosse un nulla. Chi è tale non si loda con le parole, ma si riconosce per quello che è. Anzi per il grande desiderio di umiltà non pensa alla sua dignità, sentendosi al servizio di Dio, come la legge prescrive ai sacerdoti.

Per la preoccupazione di amare Dio si dimentica della sua dignità, e tiene la propria gloria nascosta nella profonda carità che ha per Dio, e non pensa più a se stesso, arrivando, per la sua grande umiltà, a ritenersi servo inutile. Facciamo anche noi così, evitando gli onori o la gloria a motivo delle immense ricchezze dell’amore di Dio, che veramente ci ama.

Chi ama Dio nel profondo del suo cuore, questi è da lui conosciuto. Quanto più si è in grado di ricevere l’amore di Dio, tanto più lo si ama. Chi ha avuto la fortuna di raggiungere una simile perfezione desidera ardentemente l’illuminazione divina sino a sentirsene compenetrato, resta dimentico di sé e viene tutto trasformato nella carità.

Allora, pur vivendo nel mondo, non pensa più alle cose del mondo; e mentre si trova ancora nel corpo, ha la sua anima continuamente rivolta a Dio. Poiché il suo cuore è bruciato dal fuoco della carità, egli è talmente unito a Dio da ignorare completamente l’amor proprio e da poter dire, con l’Apostolo:

«Se siamo stati fuori di senno era per Dio; se siamo assennati, è per voi» (2 Cor 5, 13).

Fuori di senno ed al contempo assennato
Fuori di senno ed al contempo assennato

Il commento

Un servo inutile, un servo senza pretese, ci fanno riflettere le parole di Diadoco di Fotice, vescovo e monaco del V secolo, è colui che vive, agisce, parla, solo per la gloria di Dio, alla ricerca prima di ogni altra cosa, dell’obbedienza all’Eterno ed ai suoi comandi.

Un servo inutile è una creatura umana che è fuori di senno per Dio ed al contempo assennato per i suoi fratelli (2 Cor 5,13).

Fuori di senno per Dio, ovvero talmente preso dai suoi comandi da non cercare minimamente la gloria per se nelle cose del mondo, di non cercare l’approvazione di questo ma solo di Colui che gli ha donato la vita, che è al tempo stesso Colui alla quale dovrà renderla.

Ma al tempo stesso assennato per i suoi fratelli, perchè forte della grazia donato, forte dei suoi talenti, li metterà a frutto per essi nel modo migliore in cui sarà capace. Senza crucciarsi se sarà qualcun altro poi a raccogliere.

Come recita la conclusione, si pone anche a noi, uomini di questo tempo, la scelta che viene posta ad Israele (Deuteronomio, capitolo 11):

26 «Guardate, io metto oggi davanti a voi la benedizione e la maledizione: 27 la benedizione se ubbidite ai comandamenti del Signore vostro Dio, che oggi vi do;28 la maledizione, se non ubbidite ai comandamenti del Signore vostro Dio, e se vi allontanate dalla via che oggi vi ordino, per andare dietro a dèi stranieri che voi non avete mai conosciuto.

Il Signore accresca la nostra fede.

Benediciamo il Signore. Rendiamo grazie a Dio. 

 

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