La notte delle stelle…

Quest’anno con le stelle cadenti bisogna giocare d’anticipo perché nel momento del picco, che cade nella notte fra il 12 e il 13 agosto, la Luna sarà piena e con la sua luce renderà difficile osservarle.

E’ quindi da non perdere, questa notte, l’appuntamento con le  ‘Lacrime di San Lorenzo’. Le meteore si infrangono infatti nell’atmosfera della Terra in concomitanza con l’anniversario della morte del santo, che cade il 10 agosto. Si prevedono 20-30 meteore l’ora, destinate ad aumentare a 100 durante il picco del 13 agosto, ma che purtroppo in quel momento saranno oscurate dalla luminosità della Luna piena. Il culmine, inoltre, è previsto durante il giorno, alle 8,00 del mattino. Per non permettere a Luna e Sole di ‘guastare la festa’ il consiglio è perciò di non aspettare il picco ma “di osservare le stelle cadenti questa notte, giorno canonico delle lacrime di San Lorenzo, perché la Luna, anche se in fase crescente non sarà ancora piena”, ha spiegato Gianluca Masi astrofisico del Planetario di Roma e responsabile del progetto Virtual Telescope. E’ inoltre consigliabile spostarsi lontano dalle città, in zone prive di inquinamento luminoso e di concentrare le osservazioni fra le 2,30 e le 3 del mattino, “quando la Luna sarà già tramontata e non arrecherà disturbo”.

Le stelle cadenti di agosto sono chiamate Perseidi, perché la pioggia luminosa di meteore sembra cadere da un punto del cielo (il cosiddetto radiante) collocato nella costellazione di Perseo. A causarle, ha spiegato l’astronoma Elena Lazzaretto dell’osservatorio di Padova dell’Istituto Nazionale di Astrofisica (Inaf), e’ “uno sciame di polveri lasciato lungo la sua orbita dalla cometa Swift Tuttle, che il nostro pianeta attraversa ogni anno in questo periodo”. Si tratta, ha proseguito Lazzaretto, di minuscoli granelli di roccia, del peso di pochi grammi i quali, “mentre la Terra attraversa lo sciame colpiscono il nostro pianeta ad altissima velocità, 200.000 chilometri orari”, ha aggiunto. “In seguito all’impatto con l’atmosfera – ha detto ancora l’esperta – i granelli si polverizzano e lasciano una fulminea scia molto luminosa”.

Come accade ogni anno, per la notte delle stelle cadenti sono state organizzate manifestazioni e serate osservative in tutta Italia. Il cielo, ha detto il meteorologo Mario Giuliacci, si prevede sereno e sgombro da nubi su tutta la penisola, eccetto che su Valle D’Aosta, Alto Adige,Friuli, Abruzzo e Molise. Non mancheranno i brindisi sotto le stelle nell’ambito della manifestazione ‘Calici di Stelle’ organizzata da Associazione Nazionale Città del Vino (Ancv) e Unione Astrofili Italiani (Uai). La Lipu(Lega Italiana Protezione Uccelli) apre questa notte otto oasi naturali con visite e osservazioni guidate da astrofili. Per l’occasione sono previste feste anche nei borghi, come nel Castello dei Conti di Ceccano (Frosinone) dove per domani è stata organizzata la manifestazione “Antiche Stelle: storia e storie del cielo nella notte di San Lorenzo”.

La notte di San Lorenzo

La notte di San Lorenzo è il nono film diretto dai fratelli Taviani. Affresco della campagna toscana dell’agosto del 1944, che fa da sfondo ad uno dei tanti episodi di ferocia e crudeltà della nostra storia recente, raccontato guardando però alle tenerezze, la buona volontà, gli eroismi e la paura della gente comune. Il film è anche la prima occasione di collaborazione dei due registi con Nicola Piovani. Presentato in concorso al 35º Festival di Cannes, ha vinto il premio il Grand Prix Speciale della Giuria e il premio della giuria ecumenica.

È l’estate del 1944, il paese di San Martino (nome di fantasia che richiama San Miniato, città d’origine dei registi) è nel mezzo della Guerra di Resistenza. I tedeschi all’approssimarsi delle truppe alleate ordinano a tutta la popolazione di riunirsi nel duomo. Un gruppo di uomini, donne e bambini, guidato dal fattore Galvano, temendo una possibile trappola, decide di fuggire e abbandona il paese col favore della notte, per andare incontro agli americani che arrivano da sud. Intanto ha luogo nella chiesa la strage perpetrata dai tedeschi.

Mentre i fuggitivi si trovano in un campo a raccogliere il grano con un gruppo di contadini legati alla Resistenza, vengono attaccati dai fascisti. Dopo una scaramuccia sanguinosa i fascisti sopravvissuti mostrano la loro codardia uccidendo a sangue freddo alcuni sopravvissuti di San Martino. Alla fine gli scampati riparano in un cascinale dove trascorrono la notte e Galvano corona il suo sogno d’amore con la cugina Concetta. All’alba giunge la notizia dell’arrivo degli Alleati. È la Liberazione, i sopravvissuti fanno insieme ritorno a San Martino, tranne Galvano che resta a riflettere sotto la pioggia nell’aia del cascinale che li ha ospitati per la notte.

Scritto con Tonino Guerra, “in continua oscillazione tra ricordi personali e memoria collettiva, cronaca e fantasia, epica ed elegia” il film è una rilettura della Strage del Duomo di San Miniato, dove l’attenzione è rivolta soprattutto ai pensieri, alle parole e ai gesti della “povera gente”.

I fratelli Taviani avevano già girato nel 1954 un documentario sulla strage denominato San Miniato luglio ´44. Loro padre, di professione avvocato, partecipò ai lavori della prima commissione di inchiesta comunale sulla strage.

PARTICOLARI

  • Il film è stato girato a San Miniato e nelle campagne circostanti.
  • La facciata e l’interno del Duomo nel film non sono quello di San Miniato ma appartengono alla Collegiata di Sant’Andrea in Empoli. Venne utilizzata questa location perché si riteneva che l’impatto emotivo del vero Duomo, per i sopravvissuti alla strage fosse ancora troppo forte. Stesso motivo per cui il nome del paese venne mutato in San Martino.
LA VERA STORIA DELLA STRAGE DI SAN MINIATO

Nel mese di Luglio 1944 le truppe della V Armata americana si stavano approssimando alle rive del fiume Arno. Il 17 luglio erano stati liberati i paesi di Montaione e Ponsacco. San Miniato, vista la collocazione orografica, rivestiva una notevole importanza strategica. Il 24 luglio i tedeschi si sarebbero dovuti ritirare sulla sponda settentrionale dell’Arno lunga la cosiddetta Linea Heinrich. A San Miniato l’atmosfera era particolarmente tesa: il paese, tra l’altro, aveva visto crescere notevolmente il numero dei propri abitanti a causa degli sfollati che vi avevano cercato ricovero. Il 17 luglio l’ordine di evacuazione della cittadina, impartito dalle truppe germaniche, è ignorato dalla popolazione anche perché il podestà era scomparso e non c’era una vera e propria autorità di riferimento. Ben tre formazioni partigiane operavano nell’hinterland di San Miniato e si erano rese protagoniste di alcuni scontri e dell’uccisione di tre militari tedeschi, fra cui un ufficiale. La cittadina si ritrovava quindi minacciata dalla strategia tedesca della ritirata lenta e aggressiva. Il 18 luglio i nazisti come prima rappresaglia all’uccisione dei tre militari arrestarono 13 persone che in un secondo tempo furono tutte rilasciate. La ritorsione vera e propria fu indirizzata sulle abitazioni che vennero minate e fatte saltare in un numero pari a circa metà delle case della cittadina. A causa dei bombardamenti alleati le perdite sia nelle file della Wehrmacht che della popolazione civile furono notevoli. Le truppe tedesche di stanza nelle città facevano parte della III Divisione Granatieri Corazzati, subordinata al XIV Corpo d’Armata Corazzato di Von Senger, cui era stata assegnata la sorveglianza del fronte da Terrafino a Montelupo Fiorentino.

Prima della conoscenza dei documenti militari conservati negli archivi americani, gli unici riferimenti della cronaca della strage erano le testimonianze dei sopravvissuti.

Nelle prime ore del 22 luglio 1944 il Comando tedesco emise l’ordine che alle 8:30 tutta la popolazione della città si riunisse nelle piazze di San Domenico e del Duomo. Visto il pericolo che l’artiglieria alleata bombardasse la zona, alcune centinaia di persone si ripararono all’interno della cattedrale, inizialmente solo anziani, donne e bambini, in seguito anche uomini giovani. I civili all’interno del Duomo erano sorvegliati dai tedeschi che stazionavano sul prato antistante. La popolazione iniziò a fare diverse ipotesi sul motivo di tale concentramento. Lo scopo non poteva essere la deportazione, visto che non c’erano mezzi e visto che i tedeschi erano preoccupati unicamente di ritirarsi. Neppure poteva essere la necessità di proteggere la ritirata considerato che la maggior parte dei tedeschi aveva già abbandonato il paese. Alle domande dei civili su come mai fosse stato fatto tale concentramento, i tedeschi fornirono risposte vaghe: la protezione della popolazione dall’imminente scontro con gli americani o dall’esplosione delle mine, la volontà dei tedeschi di proteggersi le spalle nella ritirata da attacchi partigiani, il transito di altre truppe in paese, lo sfollamento. Ma anche da una sommaria disamina le argomentazioni mostrarono la loro fragilità. Non doveva nemmeno avvenire una battaglia, dalle cui conseguenze, comunque, i tedeschi non si sarebbero certo preoccupati di tutelare i civili. Le testimonianze non coincidono sul da chi e perché fossero state serrate le porte della chiesa. Ma sembra che verso le 10, i tedeschi chiusero il portone centrale e si allontanarono. Non sussistono dubbi in base alle testimonianze sull’assenza dei tedeschi all’interno del duomo al momento della deflagrazione. Poco dopo le 10 un fitto fuoco dell’artiglieria alleata colpì la zona del Duomo: dalle testimonianze, anche su questo non sempre coincidenti, sembra che i colpi giungessero sul lato destro della chiesa e colpissero anche il campanile. Il fuoco dell’artiglieria venne interrotto bruscamente. Dopo circa dieci minuti di calma, però, si verificò l’esplosione che provocò le vittime. Diversi rispetto ai colpi precedenti furono l’intensità, il rumore ed anche il lato: l’esplosione avvenne nella navata destra del duomo.

Oggi la lettura dei documenti coervi ci dice cosa effettivamente avvenne tra le ore 10 e le 10,30 di quel 22 luglio: il “Journal” del 337º battaglione dell’artiglieria campale americana, trovato da Claudio Biscarini al National Archives & Record Service di Washington D.C.( U.S.A.); referenza: 388-FA (337)-0.7 e riprodotto in parte ne La Prova e in De Bilia ( vedi bibliografia) attesta che la batteria “A” (Abel), dislocata tra Bucciano e Montebicchieri, ricevette dal posto avanzato di osservazione “White” la segnalazione di una mitragliatrice nemica sulle coordinate 46.37/59.22. Su quelle coordinate Abel sparò verso le ore 10 n. 47 obici da 105.Il punto collima più o meno con l’area sotto il Seminario zona Gargozzi. Dopo un breve intervallo sempre la stessa batteria sparò n. 51 obici da 105, ma spostando il tiro più a nord-est sulle coordinate 46.48/59.50, sull’area, cioè, compresa fra il Duomo, il SS Crocifisso e via Dei Mangiadori sempre per l’avvistamento di una mitragliatrice nemica (Enemy Machine-gun). Uno di questi obici entrò in Duomo dal semirosone del braccio destro meridionale del transetto e dopo essere rimbalzato sul bassorilievo comacino (visibile presso il Museo Diocesano) andò ad esplodere in alto della semicolonna del pilastro della navata destra, causando la strage.

Se amiamo, imitiamo Cristo

Dai «Discorsi» di sant’Agostino, vescovo

(Disc. 304, 14; PL 38, 1395-1397)
Fu ministro del sangue di Cristo
Oggi la chiesa di Roma celebra il giorno del trionfo di Lorenzo, giorno in cui egli rigettò il mondo del male. Lo calpestò quando incrudeliva rabbiosamente contro di lui e lo disprezzò quando lo allettava con le sue lusinghe. In un caso e nell’altro sconfisse satana che gli suscitava contro la persecuzione.
San Lorenzo era diacono della chiesa di Roma. Ivi era ministro del sangue di Cristo e là, per il nome di Cristo, versò il suo sangue.
Il beato apostolo Giovanni espose chiaramente il mistero della Cena del Signore, dicendo: «Come Cristo ha dato la sua vita per noi, così anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli» (1 Gv 3, 16). Lorenzo, fratelli, ha compreso tutto questo. L’ha compreso e messo in pratica. E davvero contraccambiò quanto aveva ricevuto in tale mensa. Amò Cristo nella sua vita, lo imitò nella sua morte.
Anche noi, fratelli, se davvero amiamo, imitiamo. Non potremmo, infatti, dare in cambio un frutto più squisito del nostro amore di quello consistente nell’imitazione del Cristo, che «patì per noi, lasciandoci un esempio, perché ne seguiamo le orme» (1 Pt 2, 21). Con questa frase sembra quasi che l’apostolo Pietro abbia voluto dire che Cristo patì solamente per coloro che seguono le sue orme, e che la passione di Cristo giova solo a coloro che lo seguono. I santi martiri lo hanno seguito fino all’effusione del sangue, fino a rassomigliargli nella passione. Lo hanno seguito i martiri, ma non essi soli. Infatti, dopo che essi passarono, non fu interrotto il ponte; né si è inaridita la sorgente, dopo che essi hanno bevuto.
Il bel giardino del Signore, o fratelli, possiede non solo le rose dei martiri, ma anche i gigli dei vergini, l’edera di quelli che vivono nel matrimonio, le viole delle vedove. Nessuna categoria di persone deve dubitare della propria chiamata: Cristo ha sofferto per tutti. Con tutta verità fu scritto di lui: «Egli vuole che tutti gli uomini siano salvati, e arrivino alla conoscenza della verità» (1 Tm 2, 4).
Dunque cerchiamo di capire in che modo, oltre all’effusione del sangue, oltre alla prova della passione, il cristiano debba seguire il Maestro. L’Apostolo, parlando di Cristo Signore, dice: «Egli, pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio». Quale sublimità!
«Ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini; apparso in forma umana, umiliò se stesso» (Fil 2, 7-8). Quale abbassamento!
Cristo si è umiliato: eccoti, o cristiano l’esempio da imitare. Cristo si è fatto ubbidiente: perché tu ti insuperbisci? Dopo aver percorso tutti i gradi di questo abbassamento, dopo aver vinto la morte, Cristo ascese al cielo: seguiamolo. Ascoltiamo l’Apostolo che dice: «Se siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove si trova Cristo assiso alla destra di Dio» (Col 3, 1).

Ricordo di Antonio Scopelliti

A dieci anni dalla morte.

Antonino Scopelliti vive e non è più solo! E’ un magistrato coraggioso, onesto e preparato. La sua carriera prestigiosa lo porta a diventare il numero uno dei sostituti procuratori generali, quelli chiamati a rappresentare l’accusa presso la Corte di Cassazione.

Gli viene proposto il “maxi-processo”, quello istruito da Falcone e Borsellino, ormai arrivato al terzo e ultimo grado di giudizio. La sentenza della Corte d’Assise di Palermo è stata confermata in appello e gli viene chiesto di portarne avanti il lavoro, che lui accetta, e di confermare in Cassazione le condanne che avevano decimato Cosa Nostra.
Gli vengono offerti dei soldi, cinque miliardi di lire, per tentare di fermarlo. Ma con la sua onestà non si piega al ricatto.
Viene ucciso il 9 agosto del 1991 a Campo Calabro (Reggio Calabria), il paese dove è nato nel 1935 e dove si trova in vacanza con la sua famiglia.

La figlia Rosanna lo ricorda cosi: “Penso a papà come ad un albero d’ulivo, aggrappato solidamente alle sue radici, con la corteccia ruvida e nodosa, ma al tempo stesso semplice, generoso e capace di crescere anche nei terreni più aridi e rocciosi. Un vero ulivo calabrese, pronto a dare frutti anche nelle condizioni più impervie”.
Il processo ai presunti mandanti dell’assassinio Scopelliti si chiude con una serie di assoluzioni. Nessuno paga per quel delitto.

“Sapere chi lo ha ucciso per me è importante, ripete da anni Rosanna Scopelliti, “ma credo che lo sia ancora di più per lo Stato perchè, per avere la fiducia dei cittadini, deve essere capace di garantire per i propri martiri giustizia e verità”.
Al Presidente della Repubblica esprime il desiderio di non essere più lasciata sola a combattere una battaglia difficile, non solo di verità e giustizia, ma di memoria collettiva per un Paese che, purtroppo, facilmente dimentica.. “E’ una preghiera che sento di rivolgerLe anche a nome di tutta quella Calabria onesta, solidale e virtuosa che difficilmente riesce a far parlare di se”.

L’omicidio del giudice Antonino Scopelliti, “Ninuzzo” per gli amici, passa alla cronaca come “la morte del giudice solo”.

“Il giudice è quindi solo, solo con le menzogne cui a creduto, le verità che gli sono sfuggite, solo con la fede cui si è spesso aggrappato come naufrago, solo con il pianto di un innocente e con la perfidia e la protervia dei malvagi. Ma il buon giudice, nella sua solitudine, deve essere libero, onesto e coraggioso”.     (Antonino Scopelliti)

Edith Stein

La Chiesa Cattolica, e chiunque come me ha amato confrontarsi con lei e con la sua opera, la ricorda oggi.

Un pugnetto di cenere e di terra scura passata al fuoco dei forni crematori di Auschwitz: è ciò che oggi rimane di S. Teresa Benedetta della Croce, al secolo Edith Stein; ma in maniera simbolica, perché di lei effettivamente non c’è più nulla. Un ricordo di tutti quegli innocenti sterminati, e furono milioni, nei lager nazisti. Questo piccolo pugno di polvere si trova sotto il pavimento della chiesa parrocchiale di San Michele, a nord di Breslavia, oggi Wroclaw, a pochi passi da quel grigio palazzetto anonimo, in ulica (via) San Michele 38, che fu per tanti anni la casa della famiglia Stein. I luoghi della tormentata giovinezza di Edith, del suo dolore e del suo distacco.
Sulla parete chiara della chiesa, ricostruita dopo la guerra e affidata ai salesiani, c’è un arco in cui vi è inciso il suo nome. Nella cappella, all’inizio della navata sinistra, si alzano due blocchi di marmo bianco: uno ha la forma di un grande libro aperto, a simboleggiare i suoi studi di filosofia; l’altro riproduce un grosso numero di fogli ammucchiati l’uno sopra l’altro, a ricordare i suoi scritti, la sua produzione teologica. Ma cosa resta veramente della religiosa carmelitana morta ad Auschwitz in una camera a gas nell’agosto del 1942?
Certamente, ben più di un simbolico pugnetto di polvere o di un ricordo inciso nel marmo. Dopo la fine della seconda guerra mondiale, la sua vicenda è balzata via via all’attenzione della comunità internazionale, rivelando la sua grande statura, non solo filosofica ma anche religiosa, e il suo originale cammino di santità: era stata una filosofa della scuola fenomenologica di Husserl, una femminista ante litteram, teologa e mistica, autrice di opere di profonda spiritualità, ebrea e agnostica, monaca e martire; “una personalità – ha detto di lei Giovanni Paolo II – che porta nella sua intensa vita una sintesi drammatica del nostro secolo”.
Elevata all’onore degli altari l’11 ottobre 1998, la sua santità non può comprendersi se non alla luce di Maria, modello di ogni anima consacrata, suscitatrice e plasmatrice dei più grandi santi nella storia della Chiesa. Beatificata in maggio (del 1987), dichiarata santa in ottobre, entrambi mesi di Maria: si è trattato soltanto di una felice quanto fortuita coincidenza?
C’è in realtà un “filo mariano” che si dipana in tutta l’esperienza umana e spirituale di questa martire carmelitana. A cominciare da una data precisa, il 1917. In Italia è l’anno della disfatta di Caporetto, in Russia della rivoluzione bolscevica. Per Edith il 1917 è invece l’anno chiave del suo processo di conversione. L’anno del passo lento di Dio. Mentre lei, ebrea agnostica e intellettuale in crisi, brancola nel buio, non risolvendosi ancora a “decidere per Dio”, a molti chilometri dall’università di Friburgo dov’è assistente alla cattedra di Husserl, nella Città Eterna, il francescano polacco Massimiliano Kolbe con un manipolo di confratelli fondava la Milizia dell’Immacolata, un movimento spirituale che nel suo forte impulso missionario, sotto il vessillo di Maria, avrebbe raggiunto negli anni a venire il mondo intero per consacrare all’Immacolata il maggior numero possibile di anime. Del resto – e come dimenticarlo? – quello stesso 1917 è pure l’anno delle apparizioni della Madonna ai pastorelli di Fatima. Un filo mariano intreccia misteriosamente le vite dei singoli esseri umani stendendo la sua trama segreta sul mondo.
Decisiva per la conversione della Stein al cattolicesimo fu la vita di santa Teresa d’Avila letta in una notte d’estate. Era il 1921, Edith era sola nella casa di campagna di alcuni amici, i coniugi Conrad-Martius, che si erano assentati brevemente lasciandole le chiavi della biblioteca. Era già notte inoltrata, ma lei non riusciva a dormire. Racconta: “Presi casualmente un libro dalla biblioteca; portava il titolo “Vita di santa Teresa narrata da lei stessa”. Cominciai a leggere e non potei più lasciarlo finché non ebbi finito. Quando lo richiusi, mi dissi: questa è la verità”. Aveva cercato a lungo la verità e l’aveva trovata nel mistero della Croce; aveva scoperto che la verità non è un’idea, un concetto, ma una persona, anzi la Persona per eccellenza. Così la giovane filosofa ebrea, la brillante assistente di Husserl, nel gennaio del 1922 riceveva il Battesimo nella Chiesa cattolica.
Edith poi, una volta convertita al cattolicesimo, è attratta fin da subito dal Carmelo, un Ordine contemplativo sorto nel XII secolo in Palestina, vero “giardino” di vita cristiana (la parola karmel significa difatti “giardino”) tutto orientato verso la devozione specifica a Maria, come segno di obbedienza assoluta a Dio. Particolare non trascurabile – un’altra coincidenza? – il giorno in cui la Stein ottiene la risposta di accettazione da parte del convento di Lindenthal, per cui aveva tanto trepidato nel timore di essere rifiutata, è il 16 luglio del 1933, solennità della Regina del Carmelo. Così Edith offrirà a lei, alla Mamma Celeste, quale omaggio al suo provvidenziale intervento, i grandi mazzi di rose che riceve dai colleghi insegnanti e dalle sue allieve del collegio “Marianum” il giorno della partenza per l’agognato Carmelo di Colonia.
Il 21 aprile 1938 suor Teresa Benedetta della Croce emette la professione perpetua. Fino al 1938 gli ebrei potevano ancora espatriare, in America perlopiù o in Palestina, poi invece – dopo l’incendio di tutte le sinagoghe nelle città tedesche nella notte fra il 9 e il 10 novembre, passata alla storia come “la notte dei cristalli” – occorrevano inviti, permessi, tutte le carte in regola; era molto difficile andare via. In Germania era già cominciata la caccia aperta al giudeo.
La presenza di Edith al Carmelo di Colonia rappresenta un pericolo per l’intera comunità: nei libri della famigerata polizia hitleriana, infatti, suor Teresa Benedetta è registrata come “non ariana”. Le sue superiori decidono allora di farla espatriare in Olanda, a Echt, dove le carmelitane hanno un convento.
Prima di lasciare precipitosamente la Germania, il 31 dicembre del 1938, nel cuore della notte, suor Teresa chiede di fermarsi qualche minuto nella chiesa “Maria della Pace”, per inginocchiarsi ai piedi della Vergine e domandare la sua materna protezione nell’avventurosa fuga verso il Carmelo di Echt. “Ella – aveva detto – può formare a propria immagine coloro che le appartengono”. “E chi sta sotto la protezione di Maria – lei concludeva –, è ben custodito.”
L’anno 1942 segnò l’inizio delle deportazioni di massa verso l’est, attuate in modo sistematico per dare compimento a quella che era stata definita come la Endlösung, ovvero la “soluzione finale” del problema ebraico. Neppure l’Olanda è più sicura per Edith. Il pomeriggio del 2 agosto due agenti della Gestapo bussarono al portone del Carmelo di Echt per prelevare suor Stein insieme alla sorella Rosa. Destinazione: il campo di smistamento di Westerbork, nel nord dell’Olanda. Da qui, il 7 agosto venne trasferita con altri prigionieri nel campo di sterminio di Auschwitz- Birkenau. Il 9 agosto, con gli altri deportati, fra cui anche la sorella Rosa, varcò la soglia della camera a gas, suggellando la propria vita col martirio: non aveva ancora compiuto cinquantuno anni.


Autore: 
Maria Di Lorenzo

Gesù Cristo é lo stesso ieri, oggi e sempre.

Gesù Cristo è lo stesso ieri, oggi e sempre! Non lasciatevi sviare da dottrine varie e peregrine. (Ebrei 13,8-9).

La lettura breve delle Lodi di oggi.

L’estratto di un sermone:

CRISTO E’ IMMUTABILE E NON POTRA’ MAI CAMBIARE

di C. H. Spurgeon

Predicato la Sera del giovedì, il 23 Febbraio 1888

Cambi di situazioni e di circostanze ci sono stati nel nostro Signore, ma Lui è sempre stato lo stesso nel suo grande amore per la sua gente che amò o sempre era la terra. Prima che la prima stella fu fatta accendere, prima che il prima creatura vivente cominciasse a cantare l’encomio del suo Creatore, Lui amò la sua Chiesa di un amore eterno. Lui la spiò nel vetro di predestinazione, la dipinse dalla sua preconoscenza divina, e l’amò con tutto il suo cuore; ed era per questa causa, che lui lasciò suo Padre, e divenne uno con lei, per riscattarla.
Proprio a causa di questo amore lui andò con lei accettando tutto quel putiferio di ferite e lacerazioni, pagò i suoi debiti, e inchiodò i suoi peccati nel suo proprio corpo sull’albero. Per lei, dormì nella tomba, e con lo stesso amore che lo portò giù, è salito di nuovo, e con lo stesso cuore che colpisce veramente allo stesso benedetto fidanzamento è salito in gloria e aspetta il giorno del matrimonio, quando verrà di nuovo, per ricevere la sua sposa resa perfetta ed irreprensibile mediante la Sua grazia. Mai per un momento, sia come Dio al di sopra di tutti, mai smise di benedire, neppure come Dio e uomo in una stessa divina persona, o come morto e seppellito, o come risorto e asceso, mai lui ha cambiato l’amore che da lui sgorga per la sua eletta. Lui è Gesù Cristo, lo stesso ieri, oggi e in eterno.

Perciò, fratelli adorati, lui non ha cambiato opinione circa il suo scopo divino verso la sua Chiesa adorata. Lui decise per l’eternità di diventare uno con lei, che pure diventerebbe una con lui; e, avendo determinato questo, quando la pienezza del tempo era venuta, lui è nato da una donna, fatta sotto la legge, prese su di sé la somiglianza di carne peccaminosa, “ed essendo trovato sotto forma di un uomo, umiliò se stesso, e divenne obbediente fino alla morte, e alla morte della croce.” Ancora, lui non abbandonò mai il suo scopo, mise la sua faccia come una pietra di silice salire a Gerusalemme; anche quando il calice amaro fu messo alle sue labbra, e sembrò barcollare per un momento, ritornò ad una risoluzione forte e disse a suo Padre “Se è possibile, lascia che questo calice passi da me: ciononostante non come voglio io, ma come tu vuoi.” Quello scopo ora è forte per lui; per la causa di Sion lui non terrà la sua pace, e per la causa di Gerusalemme lui non rimarrà, fino a che il sua rettitudine andrà avanti come luminosità, e la sua salvezza come una lampada che arde.

Gesù ancora sta sostenendo la chiesa con le sue opere grandi, e lui non fallirà né scoraggerà in ciò. Non sarà mai contento fino a che tutti quelli che lui ha comprato con Suo sangue saranno anche glorificati dal suo potere. Lui raggrupperà tutte le sue pecore nella terra paradisiaca, e loro passeranno di nuovo sotto la mano di Colui che aveva loro detto, che ognuno di loro è stato portato là dal Grande Pastore che ha deposto la sua vita per loro.
Adorato, lui non può tornare indietro dal suo proposito; non è secondo la sua natura che lui potrebbe farlo, perché lui è Gesù Cristo lo stesso ieri, oggi e in eterno.
Lui è anche lo stesso ieri, oggi e in eterno, nella “partecipazione azionaria” dei suoi uffici per l’esecuzione del suo scopo, e nel dare effetto al suo amore.

Lui inoltre è un Profeta. Gli uomini tentano di metterlo da parte. Quella che falsamente è chiamata scienza, si fa avanti, e pretende che lui taccia; ma le pecore lo seguono, “perché conoscono la sua voce; e non seguiranno un estraneo, ma fuggiranno da lui: perché non conoscono la voce di un estraneo.” Gli insegnamenti del Nuovo Testamento sono come un suono e vera campana a giorno come se avessero mille ottocento anni; loro non hanno perso nessun valore, nessuna della loro certezze assolute; resistono come le eterne colline.
Gesù Cristo era un Profeta, e lui è lo stesso ieri, oggi e in eterno.

Lui è lo stesso, anche, come un Sacerdote. Alcuni ora sogghignano di fronte al suo sangue prezioso; ahimè, è proprio così! Ma, per i Suoi eletti, il Suo sangue è ancora il loro prezzo di acquisto, mediante il quale essi stravincono, attraverso il sangue dell’Agnello essi conseguono la vittoria; e sanno che lo loderanno in cielo, quando essi hanno lavato le loro vesti, e le hanno rese bianche nel sangue dell’Agnello. Loro non si allontaneranno mai da questo loro grande sacerdote, e dal Suo sacrificio meraviglioso, una volta offerto per i peccati degli uomini e perpetuamente efficace per tutta la stirpe comprata col Sangue; loro gli daranno la gloria nel suo sacerdozio eterno di fronte al trono del Padre. In questo noi ci rallegriamo, sì, e si allieterà, quel Gesù Cristo che è il nostro sacerdote, “lo stesso ieri, oggi e in eterno.”

Anche come Re lui è sempre lo stesso. Lui è il capo supremo della Chiesa. Di fronte a Te, o Gesù, tutti i Tuoi sudditi Ti salutino! Tutti i covoni facciano inchino al Tuo covone; il sole e luna e tutte le stelle rispettino e servano Te, Tu che sei il Re dei re, e il Signore dei signori. Tu sei il Capo su tutte le cose della Tua Chiesa, che è il corpo.

Adorati, se c’è qualsiasi altro compito che il nostro Dio ha assunto per il completamento dei suoi divini propositi, noi possiamo dire di Lui, riguardo a ogni livello, che Lui è “lo stesso ieri, oggi e in eterno.”
Lui ancora una volta è, così anche, lo stesso nella relazione con le sue persone. Mi piace pensare che, come Gesù era il Marito della sua Chiesa anni addietro, Egli è ancora Suo Marito, perché odia colui che ripudia.
Come lui era il Fratello nato per l’avversità per i suoi primi discepoli, lui ancora è il nostro Fratello fedele. Era come un Amico che si teneva più vicino di un fratello a quelli che furono provati gravemente durante il medioevo, lui è ugualmente un Amico a noi su cui è arrivata la fine del mondo. Non c’è alcuna differenza nella relazione del nostro Signore Gesù Cristo con il Suo popolo in qualsiasi epoca storica. Lui è proprio pronto a confortarci questa sera come Lui era pronto a confortare quelli che stavano con Lui quando Egli era quaggiù.
Sorella Maria, Lui è come quando discese alla tua Betania, e ti aiuta nel tuo dolore per Lazzaro, Lui è come quando lui venne da Marta e Maria che lui amò. Gesù Cristo è proprio come se fosse pronto a lavare i tuoi piedi, fratello mio, stanco dopo il viaggio di un altro giorno attraverso le brutte strade di questo mondo; Lui è lo stesso e prenderà il bacino, e la brocca, e l’asciugamano, e ci laverà i suoi amati, come Lui fece quando lavò i piedi dei suoi discepoli.
Quello che Lui era per loro, Egli è per noi. È fonte di felicità se tu ed io veramente possiamo dire, “ciò che era Lui per Pietro, ciò che era Lui per Giovanni, ciò che era Lui per Maddalena, questo è Gesù Cristo per me “lo stesso ieri, oggi e in eterno.”

Adorato, ho visto gli uomini cambiare; oh, come cambiano! Un piccolo gelo fa la verde foresta appassire, e ogni foglia abbandona la sua presa, e vola al colpo di vento dell’inverno. Così si affievoliscono i nostri amici, e quelli intimi più attaccati ci abbandonano nel tempo della prova; ma Gesù è per noi quello che era sempre. Quando noi abbiamo i capelli vecchi e bianchi, e gli altri hanno chiuso la porta a quegli uomini che hanno perso la forza di una volta, e non possono più servirli a loro volta, essi diranno “Anche con i capelli brizzolati ti porterò: L’ho fatto, e nascerò; anche porterò, e ti consegnerò”, perché Lui è Gesù Cristo, lo stesso ieri, oggi e in eterno.” Così, adorato, riguarda a Gesù stesso; Lui è sempre lo stesso.

Vanità delle vanità…

Altro che Vanity Fair, in esclusiva… Sono d’accordo con Luciano Mola di Avvenire. Posto l’articolo intero anzichè il ritaglio di Repubblica.

Una storia d’amore? Una provocazione? Un gesto che passerà alla storia delle battaglie per i diritti civili? Un oltraggio al dettato costituzionale?
Non intendiamo portare acqua al mulino delle ovvietà polemiche, né pronunciare verdetti di condanna o parole di assoluzione. Non compete a noi, e non ci interessa.
Ma la scelta della deputata del Pd, Paola Concia, che l’altro ieri si è sposata nel municipio di Francoforte, in Germania, con la fidanzata tedesca Ricarda merita qualche annotazione a margine.
Una premessa iniziale a scanso di equivoci: abbiamo scritto ‘sposata’ e ‘fidanzata’. Sono parole che siamo consapevoli di usare in modo improprio ma, proprio per evitare incomprensioni, accuse di insensibilità o altre letture strumentali lontanissime dai nostri obiettivi, ci consegniamo al normale lessico nuziale. I teologi morali, per una volta, chiuderanno un occhio. Premessa bis. Non avremmo mai osato invadere la sfera privata di una persona, neppure quella di una deputata che ha per definizione rilievo pubblico, se lei stessa non avesse deciso di dare al suo gesto massima e ostentata visibilità. Addirittura attraverso la vendita dei diritti della cerimonia tedesca a una rivista.
Una scelta aderente ai peggiori modelli mediatici e commerciali che, da parte di una donna di sinistra, alternativa e controcorrente – almeno secondo l’immagine che lei stessa ama esibire – francamente delude un po’. Ma non è questo il punto.
Quello che colpisce e lascia perplessi è la straordinaria macchina del consenso che si è messa in moto per trasformare un momento comunque intimo in un episodio segnato da una pesante etichettatura ideologica. Paola e Ricarda, lei parlamentare italiana, l’altra lei criminologa tedesca, hanno deciso di amarsi e di vivere insieme? In Italia non c’è una legge che lo impedisce. Anzi, ci sono norme del diritto civile che tutelano e regolano i diritti dei singoli e i loro rapporti. E invece le due signore hanno preteso di convolare in Germania, con gran seguito di reporter e di fotografi. E non si sono lasciate sfuggire l’occasione di rammaricarsi per l’ingiustizia – a loro dire – della normativa italiana che impedisce a due persone dello stesso sesso di unirsi in matrimonio. Anzi, uno dei politici al loro seguito, il vicepresidente del Pd Ivan Scalfarotto, si è affrettato a sottolineare che da domani, quando le due signore rientreranno in Italia, sarà inevitabile creare un ‘caso’, vista l’impossibilità di trascrivere le nozze tedesche nei nostri uffici anagrafici. Un ‘caso’, quindi, più che un matrimonio.
Cioè un gesto politico, una scelta strumentale per scatenare l’ennesimo, sterile, scontro. Non si tratta in alcun modo, qui, di mettere in dubbio la qualità dei sentimenti di Paola e Ricarda. Ma di chiedersi per quale motivo debbano farsi pretesto per il solito polverone propagandistico e il solito caso a orologeria. È davvero così stravagante la nostra Costituzione che riconosce e regola la famiglia (articoli 29, 30 e 31) come società naturale fondata sul matrimonio tra uomo e donna?
Mettendo per un momento da parte le istanze del matrimonio religioso come delineato dalla Chiesa cattolica, non varrebbe almeno la pena di ricordare che, anche sul piano del diritto naturale, complementarietà e fertile progettualità sono condizioni irrinunciabili per parlare di un rapporto d’amore sancito sul piano pubblico? Da qui discende la rilevanza civile di un matrimonio, anzi, questo la costituisce.
Matrimonio e unioni omosessuali appartengono a categorie ontologicamente diverse. E non saranno espedienti legislativi né mode culturali a colmare questa distanza obiettiva.

Non ho più paura

Un bellissimo testo del patriarca Athenagoras (da fare nostro, io credo…)

La guerra più dura è la guerra contro se stessi.
Bisogna arrivare a disarmarsi.
Ho perseguito questa guerra per anni, ed è stata terribile.
Ma sono stato disarmato.
Non ho più paura di niente, perché l’amore caccia il timore.

Sono disarmato della volontà di aver ragione,
di giustificarmi squalificando gli altri.
Non sono più sulle difensive,
gelosamente abbarbicato alle mie ricchezze.
Accolgo e condivido.
Non ci tengo particolarmente alle mie idee, ai miei progetti.
Se uno me ne presenta di migliori, o anche di non migliori, ma buoni, accetto senza rammaricarmene.
Ho rinunciato al comparativo.
Ciò che è buono, vero e reale è sempre per me il migliore.

Ecco perché non ho più paura.
Quando non si ha più nulla, non si ha più paura.
Se ci si disarma, se ci si spossessa,
ci si apre al Dio-Uomo che fa nuove tutte le cose,
allora Egli cancella il cattivo passato
e ci rende un tempo nuovo in cui tutto è possibile.

Orazione

Onnipotente Signore, che domini tutto il creato,
rafforza la nostra fede
e fa’ che ti riconosciamo presente 
in ogni avvenimento della vita e della storia, 
per affrontare serenamente ogni prova 
e camminare con Cristo verso la tua pace.
Per il nostro Signore Gesù Cristo tuo Figlio che è Dio,
e vive e regna cn Te, nell’unità dello Spirito Santo
per tutti i secoli dei secoli. Amen.

Domenica

Non un giorno qualsiasi, ma il tempo senza tempo in cui prendere la decisione, con la forza della sua Grazia, di uscire dal sepolcro in cui ci siamo rinchiusi e rivivere!

Dice il Signore Dio: Ecco, io apro i vostri sepolcri, vi risuscito dalle vostre tombe, o popolo mio, e vi riconduco nel paese d’Israele. Riconoscerete che io sono il Signore, quando aprirò le vostre tombe e vi risusciterò dai vostri sepolcri, o popolo mio. Farò entrare in voi il mio spirito e rivivrete; vi farò riposare nel vostro paese; saprete che io sono il Signore. L’ho detto e lo farò. Oracolo del Signore Dio. (Ezechiele 37, 12b-14 – Lettura breve delle Lodi mattutine)

La fede di ogni giorno, l'energia della vita