Siamo persone speciali… cerchiamo e lasciamoci trovare…

Dalle «Omelie sui vangeli» di Gregorio Magno, papa

Maria Maddalena, venuta al sepolcro, e non trovandovi il corpo del Signore, pensò che fosse stato portato via e riferì la cosa ai discepoli. Essi vennero a vedere, e si persuasero che le cose stavano proprio come la donna aveva detto. Di loro si afferma subito: «I discepoli intanto se ne tornarono di nuovo a casa»; poi si soggiunge: «Maria invece stava all’esterno, vicino al sepolcro, e piangeva» (Gv 20, 10-11).
In questo fatto dobbiamo considerare quanta forza d’amore aveva invaso l’anima di questa donna, che non si staccava dal sepolcro del Signore, anche dopo che i discepoli se ne erano allontanati. Cercava colui che non aveva trovato, piangeva in questa ricerca e, accesa di vivo amore per lui, ardeva di desiderio, pensando che fosse stato trafugato.
Accadde perciò che poté vederlo essa sola che era rimasta per cercarlo; perché la forza dell’opera buona sta nella perseveranza, come afferma la voce stessa della Verità: «Chi persevererà sino alla fine, sarà salvato» (Mt 10, 22).
Cercò dunque una prima volta, ma non trovò, perseverò nel cercare, e le fu dato di trovare. Avvenne così che i desideri col protrarsi crescessero, e crescendo raggiungessero l’oggetto delle ricerche. I santi desideri crescono col protrarsi. Se invece nell’attesa si affievoliscono, è segno che non erano veri desideri.
Ha provato questo ardente amore chiunque è riuscito a giungere alla verità. Così Davide che dice: «L’anima mia ha sete di Dio, del Dio vivente, quando verrò e vedrò il volto di Dio?» (Sal 41, 3). E la Chiesa dice ancora nel Cantico de Cantici: Io sono ferita d’amore (cfr. Ct 4, 9). E di nuovo dice: L’anima mia è venuta meno (cfr. Ct 5, 6).
«Donna perché piangi? Chi cerchi?» (Gv 20, 15). Le viene chiesta la causa del dolore, perché il desiderio cresca, e chiamando per nome colui che cerca, s’infiammi di più nell’amore di lui.
 «Gesù le disse: Maria!» (Gv 20, 16). Dopo che l’ha chiamata con l’appellativo generico del sesso senza essere riconosciuto, la chiama per nome come se volesse dire: Riconosci colui dal quale sei riconosciuta. Io ti conosco non come si conosce una persona qualunque, ma in modo del tutto speciale.
Maria dunque, chiamata per nome, riconosce il Creatore e subito grida: «Rabbunì», cioè «Maestro»: era lui che ella cercava all’esterno, ed era ancora lui che la guidava interiormente nella ricerca.

Maria Maddalena, prima tra gli apostoli

Dio onnipotente ed eterno, 
il tuo Figlio ha voluto affidare a Maria Maddalena 
il primo annunzio della gioia pasquale; 
fa’ che per il suo esempio e la sua intercessione 
proclamiamo al mondo il Signore risorto, 
per contemplarlo accanto a te nella gloria. 

Accanto alla Vergine Madre, Maria Maddalena fu tra le donne che collaborarono all’apostolato di Gesù (Lc 8, 2-3) e lo seguirono fino alla croce (Gv 19, 25) e al sepolcro (Mt 27, 61). Secondo la testimonianza dei vangeli, ebbe il privilegio della prima apparizione di Gesù risorto e dallo stesso Signore ricevette l’incarico dell’annunzio pasquale ai fratelli (Mt 28, 9-10); Gv 20, 11-18). La sua memoria è ricordata il 22 luglio nel martirologio di Beda e dai Siri, dai Bizantini e dai Copti.

La presenza reale…

Visto che questo è il mio blog, vi dirò che io ci credo, ovvero credo che Gesù Cristo sia realmente presente, oltre che nella sua Parola (che per me è viva, vivente e vitale) anche nel pane e nel vino. Che pane e vino divengono vero Corpo e vero Sangue di Cristo. Ho questa fede.

Quando presiedevo la Messa nella chiesa cattolica o quando oggi vi partecipo (vi partecipo perchè credo che la fede nel Cristo travalichi i confini confessionali e mi sento un cristiano senza confini e senza aggettivi) credevo e credo che il Cristo è realmente presente. Che ricevere quel pane/corpo e quel vino/sangue è impegnare il mio corpo ed il mio sangue a somiglianza di come Egli impegnò il Suo, donandolo senza riserve ai miei fratelli ed alle mie sorelle.

Quando presiedo il culto, oggi, in una chiesa evangelica, e celebro la Santa Cena, facendo il memoriale del racconto di istituzione della stessa, ho la stessa fede. E non mi disturba che chi riceve quel pane e del vino abbia una fede diversa dalla mia, che pensi che quello che compiamo sia un semplice ricordare quel momento. Perchè so che il significato spirituale del condividere l’unico pane e l’unico calice alla fine è il medesimo. Che l’impegno che si prende il/la singola credente è o stesso: spezzare la sua vita, versare la sua vita per amore del proprio prossimo.

P.S. le chiese valdesi e metodiste direi che condividono la visione calvinista sottoriportata.

LE POSIZIONI ‘UFFICIALI’ DELLE CHIESE SECONDO WIKIPEDIA

Secondo il Compendio al catechismo della Chiesa cattolica, con la consacrazione si opera « la conversione di tutta la sostanza del pane nella sostanza del Corpo di Cristo, e di tutta la sostanza del vino nella sostanza del Suo Sangue. Questa conversione si attua nella preghiera eucaristica, mediante l’efficacia della parola di Cristo e dell’azione dello Spirito Santo. Tuttavia, le caratteristiche sensibili del pane e del vino, cioè le «specie eucaristiche», rimangono inalterate. » (n. 283)

Il primo autore ad utilizzare il termine transubstantiatio fu Rolando Bandinelli, futuro papa Alessandro III. Successivamente fu ripreso da Tommaso d’Aquino e dalla scolastica che ne delinearono con precisione il significato. Sotto il regno di Carlo il Calvo fu oggetto di una polemica tra i teologi Ratramno di Corbie e Pascasio Radberto, circa la presenza simbolica o reale del Cristo nell’ostia. Nei documenti pontifici compare la prima volta con il Concilio Lateranense IV (1215); in seguito, con il Concilio di Trento (1545-1563) riceve la sua formulazione definitiva. Questa dottrina ricevette la sua più coerente formulazione in seno alla filosofia scolastica, che interpretava efficacemente la transustanziazione attraverso la ripresa della teoria dell’ilemorfismo aristotelico (ovvero l’unione inscindibile di forma sostanziale e di materia prima), facendo sì che ogni cosa riceva la sua propria determinazione grazie al principio formale (che crea, che fa sì che ciascuna cosa sia quello che è) concreto contenuto in ciascuna sostanza.

Il Concilio di Trento nella definizione dogmatica della XIII sessione dell’11 ottobre 1551, al capitolo IV dichiara:« con la consacrazione del pane e del vino si opera la conversione di tutta la sostanza del pane nella sostanza del Corpo di Cristo, nostro Signore, e di tutta la sostanza del vino nella sostanza del Suo Sangue. Questa conversione, quindi, in modo conveniente e appropriato è chiamata dalla santa Chiesa cattolica transustanziazione. » (Catechismo della Chiesa cattolica, n. 1376)

Secondo questa dottrina, il pane ed il vino consacrati conservano dunque solo gli accidenti, ovvero le apparenze, della materia precedente alla preghiera eucaristica, perché nel loro intimo la forma sostanziale o principio costitutivo è cambiato perché esso è diventato, per opera della Trinità, realmente il Corpo ed il Sangue del Signore.

Ultimamente la Chiesa cattolica ha precisato la propria interpretazione, secondo cui la filosofia neotomista (o neoscolastica), nonostante sia ancora la “preferita”, non è che un modo per spiegare anche razionalmente le verità di fede e che di per sé la religione cristiana cattolica non ha nessuna filosofia particolare, ma accetta tutte quelle modalità di discernimento della fede che non vadano contro la Rivelazione.

Perciò, nonostante la transustanziazione non sia stata assolutamente negata, anzi sempre ribadita dai Pontefici romani, è stata “liberata” da interpretazioni filosofiche a “senso unico”.

In questa luce, la definizione dogmatica del Concilio di Trento sancisce la conversione eucaristica e propone la transustanziazione come valido (modo conveniente e appropriato) modello di interpretazione del mistero, senza impegnare la propria autorità in un riconoscimento dogmatico delle implicazioni filosofiche della transustanziazione.

Nelle Chiese riformate il modo di concepire il sacramento eucaristico varia a seconda degli autori e delle chiese. Per Lutero vi è la cosiddetta consustanziazione, in quanto nel sacramento vi è la presenza reale, cioè il vero Corpo ed il vero Sangue di Cristo, ma allo stesso tempo il pane e il vino mantengono la loro natura. Per Calvino invece la presenza è solo spirituale, memoriale “sufficiente” dell’unico e perfetto sacrificio fatto una volta per tutte dal Cristo sulla croce. Perciò il cosiddetto carattere sacrificale della messa è negato, specialmente da Calvino ed i suoi seguaci. Ciò dette origine a numerose dispute intorno alla natura del sacramento fra le varie chiese riformate.

Sette volte al giorno…

Su Facebook un amico mi ha chiesto: ma come, ancora preghi con il breviario (meglio dico io, con la Liturgia delle ore)? Ebbene si, lo confesso, non l’ho mai mollato. E’un mio fedele amico e compagno di viaggio (e di zaino, di borsa, di valigia, di tasca…) dal 1986, da quando presi la decisione di iniziare gli studi di Scienze Religiose alla Gregoriana. Me lo suggerì quello che da allora e per un po’, fu il mio direttore spirituale, padre Zoltan Alszeghy, che era anche il preside dell’istituto in quel momento. Mi disse che uno che amava la scrittura, la bibbia, ed i salmi in particolare come li amavo io, non sarebbe più riuscito a farne a meno. E aveva ragione, posso dire con il senno di poi. E con la stessa fede di allora (per grazia di Dio l’ho mantenuta, al di là dei tanti percorsi e delle diverse svolte che hanno costellato la mia vita). In più, quando sono stato ordinato (diacono il 26 ottobre 1991, presbitero il 16 maggio 1992) mi sono anche impegnato a recitarlo per gli altri.
Se non posso portarmelo appresso (ma come la mia compagna sa, ne ho diverse versioni ridotte…), o le circostanze non mi consentono di pregare leggendo, ricorro alla preghiera continua, o alla preghiera del cuore, o alla recita a memoria dei salmi.

Sette volte al giorno io ti lodo..

E’ tratto dalla penultima strofa del lunghissimo salmo 118 o 119 che dir si voglia…

Io gioisco per la tua promessa, come uno che trova grande tesoro.
Odio il falso e lo detesto, amo
la tua legge.
Sette volte al giorno io ti lodo per
le sentenze della tua giustizia.
Grande pace per chi ama la tua legge, nel suo cammino non trova inciampo.
Aspetto da te la salvezza, Signore, e
obbedisco ai tuoi comandi.

Il v. 164: «Sette volte al giorno io ti lodo», viene citato due volte nel capitolo 16 della Regola di san Benedetto. La citazione è fondamento biblico della struttura settenaria dell’ufficio divino nella giornata monastica. Ecco come argomenta il Patriarca dei monaci d’Occidente: “Si deve osservare quello che dice il Profeta: «Sette volte al giorno io canto la tua lode». Questo sacro numero di sette sarà rispettato se adempiremo il dovere del nostro servizio a lodi, prima, terza, sesta, nona, vespri e compieta, poiché a queste ore diurne si è riferito il salmista dicendo: «Sette volte al giorno canto la tua lode». Quanto alle veglie notturne, infatti, il medesimo Profeta dice: «Nel mezzo della notte mi alzavo a celebrarti» (Sal 119,62). Rendiamo dunque lodi al nostro Creatore «per le sentenze della sua giustizia» a lodi, prima, terza, sesta, vespri e compieta, e alziamoci per celebrarlo nella notte”.

Il legislatore monastico è andato oltre il significato simbolico espresso dal Salmista. Per l’Autore sacro, infatti, il numero sette, simbolo biblico di totalità, pienezza e perfezione, indicava lo stato d’animo di chi è arrivato alla “preghiera interiore continua”. Per Benedetto, questa pienezza viene raggiunta (quasi sacramentalmente) dalla preghiera liturgica scandita, ad intervalli regolari (sette, appunto!) lungo il corso della giornata.

Visto che chi mi ha posto la domanda mi ha anche chiesto cosa vuol dire Nona, riporto qui un breve testo da Wikipedia…

La Liturgia delle ore trae la sua origine dal precetto di Gesù di pregare senza interruzione (Luca 18,1; 21,36; 22,40; cfr. 1Tes 5,17; Ef 6,18).

In ambito monastico nacque quindi l’usanza di riunirsi, in vari momenti della giornata, per pregare insieme. Con la riforma di san Benedetto viene codificata espressamente per i monaci la celebrazione in varie ore della giornata secondo il conteggio dei Romani.

Le ore diurne erano quindi Lodi (all’alba), Prima (circa alle 6), Terza (alle 9), Sesta (alle 12), Nona (alle 15) e Vespri (al tramonto). La preghiera prima di coricarsi era detta Compieta.

Di notte la tradizione delle Vigiliae (i turni di guardia delle sentinelle) dette vita ai tre notturni, riuniti poi in un’unica celebrazione detta mattutino. Alcuni ordini monastici celebrano ancora oggi l’Ufficio delle letture nel cuore della notte, interrompendo il sonno.

Dall’ambito monastico, l’usanza di celebrare la liturgia delle ore (allora chiamata Ufficio divino) passò a tutti i chierici. Nel Medioevo, cominciò a essere usato il termine Breviario, per i libri che contenevano i testi dell’Ufficio, in quanto era originariamente un indice (abbreviazione) dei riferimenti ai brani liturgici da recitare.

La riforma del Concilio Vaticano II, al fine di rendere più semplice la celebrazione per i presbiteri moderni e per i laici, ha eliminato l’ora di Prima; ha concesso la possibilità di recitare il Mattutino a qualsiasi ora cambiandone il nome in Ufficio delle Letture; ha dato la possibilità di recitare una sola delle altre Ore (Terza, Sesta e Nona) chiamandola Ora media; ha ridotto la struttura: i 150 salmi, che prima erano recitati integralmente nel corso di una settimana, sono stati ordinati in un ciclo di quattro settimane. Oltre a queste modifiche, si sono esclusi alcuni salmi detti imprecatorii.

Ben più di Giona…

Dal Vangelo di Gesù Cristo secondo Matteo 12,38-42.

Allora alcuni scribi e farisei lo interrogarono: «Maestro, vorremmo che tu ci facessi vedere un segno». Ed egli rispose:
«Una generazione perversa e adultera pretende un segno! Ma nessun segno le sarà dato, se non il segno di Giona profeta.
Come infatti Giona rimase tre giorni e tre notti nel ventre del pesce, così il Figlio dell’uomo resterà tre giorni e tre notti nel cuore della terra.
Quelli di Nìnive si alzeranno a giudicare questa generazione e la condanneranno, perché essi si convertirono alla predicazione di Giona. Ecco, ora qui c’è più di Giona!
La regina del sud si leverà a giudicare questa generazione e la condannerà, perché essa venne dall’estremità della terra per ascoltare la sapienza di Salomone; ecco, ora qui c’è più di Salomone!

Stiamo sempre a chiedere segni, vittime della nostra poca fede nel Risorto, e anziche’ sforzarci di convertirci anche noi, di sorgere a vita nuova, preferiamo inseguire la morte e la sconfitta altrui…

Oggi nel giorno del Signore non indurite il vostro cuore (Salmo 94)

Riflettendo…

…in attesa che si svegli Sara, dopo  aver letto i giornali….

Passato, presente, futuro (Mattutino di Ravasi sul quotidiano Avvenire)

L’uomo passa la sua vita a ragionare sul passato, a lamentarsi del presente, a tremare per l’avvenire.

Non è mai un male riflettere sul tempo: oggi, ad esempio, abbiamo già consumato 198 giorni del 2011 e ne aspettiamo ancora 167. Siamo ininterrottamente sospesi tra la nostalgia del passato che ormai è solo ricordo e l’incertezza di un futuro non privo di sorprese, di enigmi e forse di drammi. Il presente è, di solito, la stanza ove ci si lamenta. È ciò che puntualizza nella frase lapidaria sopra citata un autore francese che ho già avuto occasione di evocare attingendo a un’antologia dei suoi motti e aforismi, Antoine Rivarol (1753-1801). La tridimensionalità del tempo è da sempre oggetto di riflessioni; anche il tempo in sé considerato è stato sottoposto a serrate analisi filosofiche. Ciò che, però, tutti sperimentiamo è la sua fluidità inarrestabile: chi ha fatto il liceo ricorderà il lamento delle Odi di Orazio: Eheu fugaces labuntur anni, «ahimè, fuggevoli scorrono via gli anni», e il poeta latino continuava ammonendo che «le preghiere non possono fermare le rughe, la vecchiaia incombente e la morte invincibile». Ciò che viene sottolineato da Rivarol è, però, l’incapacità dell’uomo a vivere in pienezza il tempo, accettandolo nella sua realtà. Sul passato si recrimina perché lo si è perso, oppure lo si rimpiange idealizzandolo. Il presente genera solo lamenti per la nequizia dei tempi; il futuro, proprio perché ignoto, ci spaventa. È paradossale, ma un sapiente biblico che aveva un’amara concezione “circolare” del tempo («non c’è niente di nuovo sotto il sole»), il Qohelet, ci ha lasciato un prezioso consiglio per vivere questa realtà che aderisce intimamente a noi: «Ogni cosa ha il suo momento giusto, ogni evento ha il suo tempo sotto il sole» (3,1).

Un segno…

Venerdì 15 luglio 2011 – Mc 8,11-13

11Vennero i farisei e si misero a discutere con lui, chiedendogli un segno dal cielo, per metterlo alla prova. 12Ma egli sospirò profondamente e disse: «Perché questa generazione chiede un segno? In verità io vi dico: a questa generazione non sarà dato alcun segno». 13Li lasciò, risalì sulla barca e partì per l’altra riva.

COMMENTO DI GIOVANNI

Una Parola molto breve, oggi. Ma densa di interrogativi, ai quali mi avvicino con molta esitazione. E sperimentando come sempre la pochezza della mia fede. Tuttavia mi sembra di cogliere il senso generale delle parole dette da Gesù. I segni non sono segni “per credere”, ma sono segni “del credere”. Se e quando crediamo, la nostra vita si riempie di segni della fede di Gesù.

Mi attrae molto la sua reazione alla richiesta di “un segno dal cielo”. Gesù risponde non solo con le parole, ma anche con quel sospiro profondo. Questo ci porta a poco prima, quando in Marco 7,14 apriva gli orecchi del sordo e gli scioglieva il nodo della lingua. Anche allora c’era un riferimento al cielo: “guardando verso il cielo”, e c’era questo sospiro: “emise un sospiro”. Ci trovavamo là nel miracolo della Parola che poteva essere udita e poteva essere proclamata! Dicevamo allora di trovarci nel cuore della fede di Israele, alla quale l’uomo sordo e muto poteva accedere. Qui invece si chiede un segno come prova della fede. Ma è solo accogliendo nella persona di Gesù la Parola di Dio che si può entrare nei segni della fede. Tutto sta nel dono della Parola ascoltata e proclamata.

E di quale “generazione” si tratta? Della generazione di Adamo. La generazione credente è quella dei figli di Dio. I piccoli e poveri figli di Dio. Piccoli e poveri secondo la Parola che in Gesù piccolo e povero hanno ricevuto e accolto. Il nostro essere anche oggi intorno a questa parola potendo ascoltarla e comunicarla tra noi e a tutti, questo è il dono e il segno della nostra fede. E’ il dono che ci mostra tutti e tutto nella luce e nella vita nuova di Lui in noi poveretti e peccatori.

Rendimento di grazie, Eucaristia, mangiare insieme

Il commento di Giovanni Nicolini al racconto evangelico di Marco 8,1-10

81In quei giorni, poiché vi era di nuovo molta folla e non avevano da mangiare, chiamò a sé i discepoli e disse loro: 2«Sento compassione per la folla; ormai da tre giorni stanno con me e non hanno da mangiare. 3Se li rimando digiuni alle loro case, verranno meno lungo il cammino; e alcuni di loro sono venuti da lontano». 4Gli risposero i suoi discepoli: «Come riuscire a sfamarli di pane qui, in un deserto?». 5Domandò loro: «Quanti pani avete?». Dissero: «Sette». 6Ordinò alla folla di sedersi per terra. Prese i sette pani, rese grazie, li spezzò e li dava ai suoi discepoli perché li distribuissero; ed essi li distribuirono alla folla. 7Avevano anche pochi pesciolini; recitò la benedizione su di essi e fece distribuire anche quelli. 8Mangiarono a sazietà e portarono via i pezzi avanzati: sette sporte. 9Erano circa quattromila. E li congedò. 10Poi salì sulla barca con i suoi discepoli e subito andò dalle parti di Dalmanutà.

COMMENTO DI GIOVANNI

In modo più accentuato rispetto al testo parallelo di Matteo 15,32-39, Marco sottolinea che questo “secondo” miracolo dei pani – non moltiplicazione dei pani, ma lo spezzare dei pani! – si svolge in una situazione molto diversa da quella che abbiamo ascoltato in Marco 6,32-44. Ora infatti ci si trova in una stringente situazione di mancanza di cibo e di impossibilità di procurarselo. Per questo, Gesù si mostra allarmato e afferma di non poter mandare via la gente senza dare loro il cibo, perchè altrimenti “verranno meno lungo il cammino; e alcuni di loro sono venuti da lontano”(ver.3). Mentre il primo miracolo, sia in Matteo che in Marco, era stato voluto da Gesù come per dare un segno, adesso è necessario per soccorrere una situazione altamente disagiata. Se con il primo vedevamo un segno prezioso della Cena eucaristica, qui mi sembra dobbiamo cogliere il necessario legame tra Cena eucaristica e storia. Storia con tutte le sue povertà e le sue molte condizioni di fame. A me sembra che questo sia il motivo più forte che ha condotto Matteo e Marco a ricordare non un solo miracolo dei pani, ma appunto due: il primo come più spiccatamente “liturgico” e fondativo; il secondo per dire come la Cena eucaristica sia il principoio e la fonte della carità verso gli affamati. Come dicevo, affamati di tanti diversi volti della fame.

Alcuni passaggi del nostro testo sottolineano questa fame: “non avevano da mangiare”(ver.1)..”non hanno da mangiare”(ver.2)..”verranno meno lungo il cammino”(ver.3)..”come riuscire a sfamarli?”(ver.4). Anche il paesaggio è diverso: non più erba verde, ma terra (ver.6). Anche la “liturgia” è …meno liturgica: non ci sono più quei gruppi ordinati. Ma la sostanza dei due miracoli è la stessa! Questo a me piace molto perchè appunto connette fortemente l’Eucaristia e la carità! Mi è istintivo ricordare come nella Chiesa antica si celebrassero in stretta successione la Cena del Signore e un’Agape fraterna, come Paolo ci racconta in 1Corinti 11, con molte severe osservazioni.

Un bel versetto…

Insegnaci a contare i nostri giorni, e giungeremo alla sapienza del cuore. (Salmo 89)

Questo versetto stamattina presto, nella preghiera, ha catalizzato la mia attenzione. Probabilmente perchè venivo dalle emozioni di ieri, dalla visita a mia madre, malata gravemente per un tumore, e che vedo con sempre maggior sofferenza accusare la fatica del vivere, lei sempre donna iperattiva, costretta dal tumore su una sedia a rotelle o a letto, lei donna lottatrice, tutta la vita, contro i pregiudizi sul femminile, contro i tradimenti di chi le aveva giurato fedeltà, contro i pregiudizi, che non ha più la forza di lottare, che se potesse, pur volendoci bene, ci manderebbe tutti a quel posto, figli, figlie, medici, infermieri, sorelle, fisoterapista, e resterebbe a letto a dormire, a tempo indefinito, o infinito che dir si voglia…

Un bel versetto, apparentemente facile da commentare questo versetto. La vita è un dono di Dio, i giorni dell’uomo sono contati, la relatività del tempo, la relatività di quanto facciamo, il nostro doverci concentrare su ciò che conta agli occhi di Dio invece sulle cose che falsamente ci vengono prospettate come essenziali ed importanti da un mondo pieno di superfluo… il superfluo, il vero diavolo di questo mondo, nel senso etimologico del termine. Quello che ci strappa via (dia-) da ciò che è importante, dalla nostra realtà (-bolos), dal nostro essere creta di Dio. Quello che fa si che invece di abbandonarci alle mani del vasaio, che ci conosce, che sa di che abbiamo bisogno, ci lasciamo invece manipolare da questo e quello, quando non ci manipoliamo da noi stessi…

Un bel versetto, su cui riflettere in questi tempi di discussione su dichiarazioni anticipare di trattamento, eutanasia attiva e passiva, biotestamento, accanimento terapeutico… Si discute, meglio, si cerca di discutere, perchè tutti sembrano avere la verità in tasca, o parlano e scrivono come se l’avessero. E la cosa, lo ammetto, mi spaventa. Mi spaventa questo nostro illuderci che la vita sia cosa nostra, che solo io, o il mio fiduciario, o il mio medico possa decidere… La vita è un tesoro così grande, non credo si possa fare una legge sul fine vita, o pensare di risolvere tutto redigendo un testamento biologico, o peggio ancora fare un referendum su ciò che è vita o ciò che non lo è…

Un bel versetto, ma la vita è di Dio, ed i suoi confini ci sfuggono, e ci sfuggiranno sempre, perchè non sappiamo dove inizia o comincia Dio, dove inizia o finisce la vita.

Un bel versetto, ma vallo a spiegare a mia madre, vaglielo a spiegare, Luca, magari quando hai smesso di piangere. O meglio, restale vicino, e prega.

EFFATA!

Molto bella la lectio quotidiana di Giovanni Nicolini su questo brano del vangelo di Marco… La lascio alla meditazione di chi legge.

Mc 7,31-37
31Di nuovo, uscito dalla regione di Tiro, passando per Sidone, venne verso il mare di Galilea in pieno territorio della Decàpoli. 32Gli portarono un sordomuto e lo pregarono di imporgli la mano. 33Lo prese in disparte, lontano dalla folla, gli pose le dita negli orecchi e con la saliva gli toccò la lingua; 34guardando quindi verso il cielo, emise un sospiro e gli disse: «Effatà», cioè: «Apriti!». 35E subito gli si aprirono gli orecchi, si sciolse il nodo della sua lingua e parlava correttamente. 36E comandò loro di non dirlo a nessuno. Ma più egli lo proibiva, più essi lo proclamavano 37e, pieni di stupore, dicevano: «Ha fatto bene ogni cosa: fa udire i sordi e fa parlare i muti!».
COMMENTO DI GIOVANNI
Mi sembra di cogliere una fisionomia particolare in questo miracolo del Signore. Non viene qui citata una condizione particolare di possesso demoniaco e di un assalto di malattia. Più che mai questa persona sembra invece simboleggiare la condizione propria di ogni uomo e donna della terra. Come se ci fosse una nota quasi di “naturalità” nell’essere sordi e muti. Anche questo esplicito chiedere a Gesù “di imporgli la mano” fa pensare più ad un gesto liturgico che ad un intervento miracoloso.
Ancor più questo si conferma nei gesti che Gesù compie sul sordo muto, ben più ampi e descrittivi dell’imposizione della mano che gli era stata chiesta. Una forte sottolineatura del carattere personale dell’evento: lontano dalla folla. Le dita negli orecchi e la saliva sulla lingua: gesti che sembrano evocare e accennare ad un nuovo atto creativo. Una nuova creazione. E infine lo sguardo di Gesù verso il cielo, e il suo gemito e la richiesta: apriti! Quasi un alludere ad un suo essere offerto perchè l’altro possa vivere in modo nuovo.
E’ chiaro che ci troviamo al cuore della fede ebraica e a quell’ “Ascolta Israele” che fonda la condizione particolare del popolo eletto. Poter ascoltare e poter comunicare la Parola è il cuore della fede di Israele! Il testo parallelo di Matteo 15,29-31 parla di molti malati, tra i quali anche i muti. Ma Marco sottolinea la condizione speciale di quest’ uomo sordo e muto, al quale vengono aperti gli orecchi, viene sciolto il nodo della lingua e parla correttamente, dove questa correttezza è termine che dice non solo una facoltà fisiologica, ma soprattutto che quello che l’uomo ora dice è giusto. E’ vero.
Il contrasto segnalato dai vers.36-37 mi sembra si possa risolvere attraverso la diversità tra un “dire” che è quello che Gesù proibisce, e che sarebbe il raccontare l’episodio, e il loro “proclamare”, un verbo tipico dell’annuncio evangelico, che infatti loro compiono non tanto con il raccontare quello che è capitato a quell’uomo, ma con il proclamare di Gesù quello che solo a Dio si può attribuire: “Ha fatto bene ogni cosa: fa udire i sordi e fa parlare i muti”. Conferma ulteriore circa la portata “globale” dell’evento! Se Dio dona la facoltà di ascoltare e di parlare la Parola, allora veramente bisogna dire che Egli “ha fatto bene ogni cosa”. In Gesù si è dunque celebrato l’atto creativo di Dio!

La fede di ogni giorno, l'energia della vita