Mi lascerò schiacciare…

(riflessione su Matteo 10,16 dall’Eremo di San Biagio – i grassetti, come sempre, sono miei)

Dalla Parola del giorno
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: “Ecco io vi mando come pecore in mezzo ai lupi, siate dunque prudenti come serpenti e semplici come le colombe”.

Come vivere questa Parola?
Queste parole di Gesù sembrano quasi in contraddizione con l’immagine del buon pastore che lascia le novantanove pecore nell’ovile per andare in cerca di quella perduta perché potrebbe essere mangiata dai lupi. Qui, invece, è proprio il pastore che getta il suo gregge nella mischia, senza salvavita. Ma il contesto è diverso. Nella parabola, le pecore rappresentano quelli che seguono il pastore forse solo per stare al sicuro e si accontentano di essere protetti. Sono ancora agli inizi del cammino, non possono assumersi compiti di cura per altri. I discepoli, invece, quelli che Gesù manda su sentieri pericolosi per raggiungere tutti i confini del mondo, sono quelli che hanno vissuto con lui, che conoscono i suoi pensieri e la sua parola. Per questi, il Maestro pronunzia vere e proprie “Linee guida”. E’ inutile illudersi: la strada di chi decide di camminare al fianco del più piccolo, più povero, dell’ “abbandonato” non viene capita dal “mondo” dalla cultura dominante, da chi non si interessa dell’altro. Anzi viene continuamente ostacolata: quasi un accanimento.
Il Signore Gesù non illude i suoi discepoli. Dice loro che non saranno sempre accolti volentieri, anzi, dovranno incontrare il rifiuto, il disprezzo, il ridicolo, ed anche la violenza nei loro confronti
Lui sa bene che i discepoli vanno “come agnelli in mezzo ai lupi”. E non è agevole per un “agnello” far cambiare vita al “lupo”. E tutto è ancora più difficile se questi “agnelli” debbono presentarsi senza “borsa, né bisaccia, né sandali”. L’unica loro forza è l’amore. E’ una “forza debole”. Debole perché non ha né armi, né arroganza; eppure è a tal punto forte da spostare i cuori degli uomini. C’è dunque un potere dato ai discepoli: quello di voler bene a Dio e agli uomini ad ogni costo e sopra ogni cosa. C’è inoltre lo Spirito che parla a favore e a nome di chi porta l’annuncio della buona notizia su strade pericolose. Questo stesso Spirito gli insegna ad essere semplice, in modo da non rinunciare mai allo suo scopo e insieme prudente nel scegliere la via migliore per raggiungerlo.

Mi lascerò schiacciare, ma voglio essere paziente e buono fino all’eroismo. Solo allora sarò meritevole di partecipare al sacerdozio di Gesù Cristo.
Giovanni XXIII

Tempo è…

Tempo è di tornare poveri
per ritrovare il sapore del pane,
per reggere alla luce del sole
per varcare sereni la notte
e cantare la sete della cerva.
E la gente, l’umile gente
abbia ancora chi l’ascolta,
e trovino udienza le preghiere.

E non chiedere nulla.

— David Maria Turoldo

Ecco, io vi mando…

Matteo 10,16-23

In quel tempo, disse Gesù ai suoi apostoli:
«Ecco: io vi mando come pecore in mezzo a lupi; siate dunque prudenti come i serpenti e semplici come le colombe. 
Guardatevi dagli uomini, perché vi consegneranno ai tribunali e vi flagelleranno nelle loro sinagoghe; e sarete condotti davanti a governatori e re per causa mia, per dare testimonianza a loro e ai pagani. Ma, quando vi consegneranno, non preoccupatevi di come o di che cosa direte, perché vi sarà dato in quell’ora ciò che dovrete dire: infatti non siete voi a parlare, ma è lo Spirito del Padre vostro che parla in voi.
Il fratello farà morire il fratello e il padre il figlio, e i figli si alzeranno ad accusare i genitori e li uccideranno. Sarete odiati da tutti a causa del mio nome. Ma chi avrà perseverato fino alla fine sarà salvato. 
Quando sarete perseguitati in una città, fuggite in un’altra; in verità io vi dico: non avrete finito di percorrere le città d’Israele, prima che venga il Figlio dell’uomo».

“Guardatevi dagli uomini, perché vi consegneranno ai loro tribunali, vi flagelleranno nelle loro sinagoghe… E quando vi consegneranno nelle loro mani, non preoccupatevi.
Non è certo facile quello che Gesù chiede ai suoi discepoli, mentre predice persecuzioni di ogni specie, anzi sul piano puramente umano è addirittura impossibile. Ma questo è l’atteggiamento positivo dell’amore, fondato sulla fede. Non siamo forse suoi? Ed egli ha detto che nessuno potrà mai strapparci dalla sua mano. “Se Dio è per noi scriverà Paolo chi sarà contro di noi?”.
La preoccupazione è atteggiamento naturale, che ci angustia; che, se ci lasciamo andare ad essa, ci mette sulla via dell’egoismo; che, oltre a tutto, è inutile e sterile. E’ saggezza cristiana non preoccuparci in anticipo delle cose che temiamo. Forse non accadranno mai e, se accadranno, avremo allora il dono che il Signore ci farà della sua forza per viverle come egli vuole.
La vera fiducia respinge decisamente tutte le preoccupazioni personali circa la propria sorte.
Chiediamo al Signore che ci aiuti ad essere fedeli oggi, che aumenti la nostra fede e la nostra speranza, così che ci abbandoniamo lietamente alla sua volontà, nella certezza che egli ci aiuterà sempre molto di più e molto meglio di quanto noi possiamo immaginare.

Qohelet, chi era costui…

Segnalo a chi è interessato a questo libro della Scrittura, la pagina 30 del quotidiano Avvenire che gli è dedicata. Al centro un articolo di Amos Luzzatto che in un libro appena uscito presso la Morcelliana (96 pagine, 10 euro) sostiene la possibilità che si tratti di un autore donna. Nel dibattito sono presentate le posizioni del filosofo Salvatore Natoli, di Enzo Bianchi e del mo ex professore di Antico Testamento alla PUG, Gian Luigi Prato.

Personalmente sono un poco scettico sulla tesi di Luzzatto, mi trovo più in accordo con Prato.

“Ogni traduzione è un’interpretazione, come lo è già la comune lettura. Chi legge è vincolato alla fissità del testo – non può cambiarlo: ne viene interrogato, ma al tempo stesso lo interroga. 
Questa singolare circolarità rende diverso chi legge e insieme diversifica il testo, ne moltiplica i sensi”.
Bastino queste parole di Salvatore Natoli per introdurre alla versione del Qohelet di Amos Luzzatto: il libro della Bibbia più discusso da teologi e filosofi, perché tocca i dilemmi dell’esistenza umana, mostra qui un altro suo volto, femminile. Chi era Qohelet? Perché il suo nome porta una desinenza femminile?
“Perché Qohelet, almeno ‘quel’ Qohelet che parla, è proprio donna”, spiega Luzzatto: “una donna sapiente, forse un’allieva del re Salomone, che gli fa da portavoce in vecchiaia”.
La nuova traduzione del Qohelet qui presentata è una riflessione ebraica sui suoi enigmi: gioventù e vecchiaia, vita e morte, divenire ed eternità. Un libro sapienziale, appunto, perché ha per oggetto la ricerca (capire la realtà), l’utilità (scienza pratica), la rettitudine (il giusto fare) e la verità (scienza, fede, etica).
Una lettura biblica che insieme offre elementi per un pensiero ebraico al banco di prova di problematiche etiche e anche scientifiche.

Non chiudere la porta…

“Io e il Padre verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui” (Giovanni 14,23). Sia aperta a colui che viene la tua porta, apri la tua anima, allarga il seno della tua mente, perchè il tuo spirito goda le ricchezze della semplicità, i tesori della pace, la soavità della grazia.”

(…)

Se tu chiudi le porte della tua mente, chiudi fuori anche Cristo. Benchè possa entrare, nondimeno non vuole introdursi da importuno, non vuole costringere chi non vuole.”

(…)

Beato colui alla cui porta bussa Cristo. La nostra porta è la fede, la quale, se è forte, rafforza tutta la casa. E’ questa la porta per la quale entra Cristo.”.

(Ambrogio, dal Commento al Salmo 118, letto nell’Ufficio di stamani)

Gesù cammina sulle acque – Marco 6,45-52

Il commento è di Giovanni Nicolini. I grassetti sono i miei.

Mc 6,45-52

45E subito costrinse i suoi discepoli a salire sulla barca e a precederlo sull’altra riva, a Betsàida, finché non avesse congedato la folla. 46Quando li ebbe congedati, andò sul monte a pregare. 47Venuta la sera, la barca era in mezzo al mare ed egli, da solo, a terra. 48Vedendoli però affaticati nel remare, perché avevano il vento contrario, sul finire della notte egli andò verso di loro, camminando sul mare, e voleva oltrepassarli. 49Essi, vedendolo camminare sul mare, pensarono: «È un fantasma!», e si misero a gridare, 50perché tutti lo avevano visto e ne erano rimasti sconvolti. Ma egli subito parlò loro e disse: «Coraggio, sono io, non abbiate paura!». 51E salì sulla barca con loro e il vento cessò. E dentro di sé erano fortemente meravigliati, 52perché non avevano compreso il fatto dei pani: il loro cuore era indurito.

COMMENTO DI GIOVANNI

Può esserci di qualche vantaggio riprendere un momento il testo di Marco 4,35-41 e la memoria di quella traversata del mare in tempesta. Nella Parola che oggi riceviamo dalla bontà del Signore, si accentua la “solitudine” dei discepoli nella fatica e nei pericoli della storia: la fede non è garantismo, ma è la responsabilità di una storia nuova dove si è reso presente il dono di Dio, che chiede di essere riconosciuto e accolto.

E’ Gesù stesso che costringe i suoi discepoli ad una traversata senza di Lui. Egli rimane per congedare la folla, e per andare sul monte a pregare. C’è dunque una separazione! Ed è questa separazione a dirci la fede come presenza-assenza – “la barca era in mezzo al mare, ed Egli, da solo, a terra”(ver.47) – come vita nuova con Lui, vissuta appunto nella fede, e quindi come custodia del dono di Dio e sguardo nuovo su tutto e su tutti. Nella fede il Signore è con noi e la sua presenza è collocata nei nostri cuori.

Il ver.48 ci avverte che la situazione non era di per sè di pericolo, ma semplicemente di fatica. Nella fede Gesù vuole condividere la nostra fatica, rendersi presente, partecipare: forse sta qui il significato di quel “voleva oltrepassarli” che sembra voler dire “precederli”. Ma il suo camminare sul mare li induce a pensare con spavento ad un fantasma. A qualcosa di oscuramente irreale. Gesù li incoraggia e li consola. Tutto si placa e si risolve.

Ma la loro grande meraviglia è dovuta al fatto che “non avevano compreso il fatto dei pani: il loro cuore era indurito”(ver.52). Proviamo a domandarci il perchè di un giudizio così severo. Innanzi tutto mi sembra di poter accostare il miracolo dei pani a quella parabola del seminatore che secondo Gesù è la fonte di comprensione di ogni altra parabola come Egli ci ha detto in Marco 4,13. Qui è come se dicesse che il miracolo dei pani è la luce che illumina ogni presenza del Signore nella storia. E’ quello che ci dovrebbe portare a considerare come tutto ormai sia cambiato. Sia nuovo. Sia vissuto con Lui.

Che cosa dunque i discepoli non avevano colto nel miracolo dei pani perchè il loro cuore era indurito? Azzardo un’ipotesi. Non avevano capito che la grazia di Dio, il dono di Dio, si è reso ormai pienamente presente nella storia dell’umanità. La concretezza di quell’essere nutriti i cinquemila con quel poco pane diviso tra tutti sembra porsi come principio della realtà e dell’interpretazione della vita nuova donata da Dio e vissuta con Lui. In particolare, il camminare sul mare può evocare la traversata del mare al principio della storia della salvezza quando Israele è stato strappato dalla prigionia del male e della morte. Tutto ciò ora si compie in Gesù nella pienezza della storia nuova. Non è un fantasma! E’ la vita nuova con Lui! Può essere un invito a considerare come anche oggi il Pane spezzato sulla mensa dell’Eucaristia sia il principio della compremsione e della celebrazione di una vita tutta nuova?

Pregate dunque il signore della messe perché mandi operai nella sua messe!

Matteo 9, 35-38

Gesù percorreva tutte le città e i villaggi, insegnando nelle loro sinagoghe, annunciando il vangelo del Regno e guarendo ogni malattia e ogni infermità. Vedendo le folle, ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite come pecore che non hanno pastore. Allora disse ai suoi discepoli: «La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai! Pregate dunque il signore della messe perché mandi operai nella sua messe!».

Questo brano del Vangelo di Matteo, a mio modo di vedere, è stato troppo spesso letto in senso ingiustamente univoco. Nelle Chiese la preghiera che Gesù incarica i discepoli di pronunciare è spesso stata letta come una richiesta di vocazioni di cosiddetta speciale conscrazione, ovvero volta a far germogliare la vocazione di chi si dedicava completamente alle “cose” di Dio, ovvero preti, pastori, monache, monaci… E spesso oggi nelle chiese ci si lamenta della scarsità di pastori, pope, o presbiteri, preti (mettendoli in rigoroso ordine alfabetico…). E si dice che si prega poco per le vocazioni o che le comunità si impegnano poco a suscitare vocazioni pastorali dalle loro fila.

Credo invece che non a caso questo messaggio di invito alla preghiera sia rivolto da Gesù ai discepoli (non solo quindi ai Dodici) di fronte alla folla. Perchè tutti i discepoli dovevano sentirsi impegnati a diventare a loro volta, ad immagine del Signore Gesù, operai che lavoravano nella messe, nella folla. Tutti dovevano occuparsi della folla come il Cristo si occupava della folla.

La messe a mio modo di vedere non sono semplicemente i cristiani, ma è la folla. E’ la folla, è il mondo che ancora non segue Gesù, e chiunque si dica cristiano, qualsiasi forma di vita abbia scelto, pastore, padre, madre, diacono, predicatore…, è chiamato ad essere operaio ad immagine del Cristo stesso. Il vero Pastore, il primo Operaio nella messe del uomini stanchi e sfiniti…

Stanchi e sfiniti non solo per malattie ed infermità che li colpiscono, ma stanchi e sfiniti perchè si muovono come greggi errabonde, senza avere una vera meta, oscillando tra questo e quel falso pastore (il mondo, oggi come ieri, offre solo l’imbarazzo della scelta a riguardo…).

Preghiamo allora il Signore della messe perchè mandi operai nella sua messe, ma prima ancora, se ci diciamo cristiani, chiediamoci: io lo sono?

La lotta di Giacobbe – 2

Lo stesso brano commentato da Papa Benedetto XVI. Lo riporto di nuovo per comodità di chi legge.

Genesi 32,23-33

In quei giorni, di notte Giacobbe si alzò, prese le due mogli, le due schiave, i suoi undici bambini e passò il guado dello Iabbok. Li prese, fece loro passare il torrente e portò di là anche tutti i suoi averi.
Giacobbe rimase solo e un uomo lottò con lui fino allo spuntare dell’aurora. Vedendo che non riusciva a vincerlo, lo colpì all’articolazione del femore e l’articolazione del femore di Giacobbe si slogò, mentre continuava a lottare con lui.
Quello disse: «Lasciami andare, perché è spuntata l’aurora». Giacobbe rispose: «Non ti lascerò, se non mi avrai benedetto!». Gli domandò: «Come ti chiami?». Rispose: «Giacobbe». Riprese: «Non ti chiamerai più Giacobbe, ma Israele, perché hai combattuto con Dio e con gli uomini e hai vinto!». Giacobbe allora gli chiese: «Svelami il tuo nome». Gli rispose: «Perché mi chiedi il nome?». E qui lo benedisse.
Allora Giacobbe chiamò quel luogo Penuèl: «Davvero – disse – ho visto Dio faccia a faccia, eppure la mia vita è rimasta salva».
Spuntava il sole, quando Giacobbe passò Penuèl e zoppicava all’anca. Per questo gli Israeliti, fino ad oggi, non mangiano il nervo sciatico, che è sopra l’articolazione del femore, perché quell’uomo aveva colpito l’articolazione del femore di Giacobbe nel nervo sciatico.

È un brano di non facile interpretazione, ma importante per la nostra vita di fede e di preghiera; si tratta del racconto della lotta con Dio al guado dello Yabboq, del quale abbiamo ascoltato un brano.

Come ricorderete, Giacobbe aveva sottratto al suo gemello Esaù la primogenitura in cambio di un piatto di lenticchie e aveva poi carpito con l’inganno la benedizione del padre Isacco, ormai molto anziano, approfittando della sua cecità. Sfuggito all’ira di Esaù, si era rifugiato presso un parente, Labano; si era sposato, si era arricchito e ora stava tornando nella terra natale, pronto ad affrontare il fratello dopo aver messo in opera alcuni prudenti accorgimenti. Ma quando è tutto pronto per questo incontro, dopo aver fatto attraversare a coloro che erano con lui il guado del torrente che delimitava il territorio di Esaù, Giacobbe, rimasto solo, viene aggredito improvvisamente da uno sconosciuto con il quale lotta per tutta una notte. Proprio questo combattimento corpo a corpo – che troviamo nel capitolo 32 del Libro della Genesi – diventa per lui una singolare esperienza di Dio.

La notte è il tempo favorevole per agire nel nascondimento, il tempo migliore, dunque, per Giacobbe, per entrare nel territorio del fratello senza essere visto e forse con l’illusione di prendere Esaù alla sprovvista.

Ma è invece lui che viene sorpreso da un attacco imprevisto, per il quale non era preparato. Aveva usato la sua astuzia per tentare di sottrarsi a una situazione pericolosa, pensava di riuscire ad avere tutto sotto controllo, e invece si trova ora ad affrontare una lotta misteriosa che lo coglie nella solitudine e senza dargli la possibilità di organizzare una difesa adeguata. Inerme, nella notte, il Patriarca Giacobbe combatte con qualcuno.

Il testo non specifica l’identità dell’aggressore; usa un termine ebraico che indica “un uomo” in modo generico, “uno, qualcuno”; si tratta quindi di una definizione vaga, indeterminata, che volutamente mantiene l’assalitore nel mistero. È buio, Giacobbe non riesce a vedere distintamente il suo contendente e anche per il lettore, per noi, esso rimane ignoto; qualcuno sta opponendosi al Patriarca, è questo l’unico dato certo fornito dal narratore. Solo alla fine, quando la lotta sarà ormai terminata e quel “qualcuno” sarà sparito, solo allora Giacobbe lo nominerà e potrà dire di aver lottato con Dio.
L’episodio si svolge dunque nell’oscurità ed è difficile percepire non solo l’identità dell’assalitore di Giacobbe, ma anche quale sia l’andamento della lotta. Leggendo il brano, risulta difficoltoso stabilire chi dei due contendenti riesca ad avere la meglio; i verbi utilizzati sono spesso senza soggetto esplicito, e le azioni si svolgono in modo quasi contraddittorio, così che quando si pensa che sia uno dei due a prevalere, l’azione successiva subito smentisce e presenta l’altro come vincitore. All’inizio infatti Giacobbe sembra essere il più forte, e l’avversario – dice il testo – «non riusciva a vincerlo» (v. 26); eppure colpisce Giacobbe all’articolazione del femore, provocandone la slogatura. Si dovrebbe allora pensare che Giacobbe debba soccombere, ma invece è l’altro a chiedergli di lasciarlo andare; e il Patriarca rifiuta, ponendo una condizione: «Non ti lascerò, se non mi avrai benedetto» (v. 27). Colui che con l’inganno aveva defraudato il fratello della benedizione del primogenito, ora la pretende dallo sconosciuto, di cui forse comincia a intravedere i connotati divini, ma senza poterlo ancora veramente riconoscere.

Il rivale, che sembrava trattenuto e dunque sconfitto da Giacobbe, invece di piegarsi alla richiesta del Patriarca, gli chiede il nome: “Come ti chiami?”. E il patriarca risponde: “Giacobbe” (v. 28). Qui la lotta subisce una svolta importante. Conoscere il nome di qualcuno, infatti, implica una sorta di potere sulla persona, perché il nome, nella mentalità biblica, contiene la realtà più profonda dell’individuo, ne svela il segreto e il destino.

Conoscere il nome vuol dire allora conoscere la verità dell’altro e questo consente di poterlo dominare. Quando dunque, alla richiesta dello sconosciuto, Giacobbe rivela il proprio nome, si sta mettendo nelle mani del suo oppositore, è una forma di resa, di consegna totale di sé all’altro.

Ma in questo gesto di arrendersi anche Giacobbe paradossalmente risulta vincitore, perché riceve un nome nuovo, insieme al riconoscimento di vittoria da parte dell’avversario, che gli dice: «Non ti chiamerai più Giacobbe, ma Israele, perché hai combattuto con Dio e con gli uomini e hai vinto» (v. 29).

“Giacobbe” era un nome che richiamava l’origine problematica del Patriarca; in ebraico, infatti, ricorda il termine “calcagno”, e rimanda il lettore al momento della nascita di Giacobbe, quando, uscendo dal grembo materno, teneva con la mano il calcagno del fratello gemello (cfr Gen 25,26), quasi prefigurando lo scavalcamento ai danni del fratello che avrebbe consumato in età adulta; ma il nome Giacobbe richiama anche il verbo “ingannare, soppiantare”. Ebbene, ora, nella lotta, il Patriarca rivela al suo oppositore, in un gesto di consegna e di resa, la propria realtà di ingannatore, di soppiantatore; ma l’altro, che è Dio, trasforma questa realtà negativa in positiva: Giacobbe l’ingannatore diventa Israele, gli viene dato un nome nuovo che segna una nuova identità. Ma anche qui, il racconto mantiene la sua voluta duplicità, perché il significato più probabile del nome Israele è “Dio è forte, Dio vince”.

Dunque Giacobbe ha prevalso, ha vinto – è l’avversario stesso ad affermarlo – ma la sua nuova identità, ricevuta dallo stesso avversario, afferma e testimonia la vittoria di Dio. E quando Giacobbe chiederà a sua volta il nome al suo contendente, questi rifiuterà di dirlo, ma si rivelerà in un gesto inequivocabile, donando la benedizione. Quella benedizione che il Patriarca aveva chiesto all’inizio della lotta gli viene ora concessa. E non è la benedizione ghermita con inganno, ma quella gratuitamente donata da Dio, che Giacobbe può ricevere perché ormai solo, senza protezione, senza astuzie e raggiri, si consegna inerme, accetta di arrendersi e confessa la verità su se stesso.

Così, al termine della lotta, ricevuta la benedizione, il Patriarca può finalmente riconoscere l’altro, il Dio della benedizione: «Davvero – disse – ho visto Dio faccia a faccia, eppure la mia vita è rimasta salva» (v. 31), e può ora attraversare il guado, portatore di un nome nuovo ma “vinto” da Dio e segnato per sempre, zoppicante per la ferita ricevuta.
Le spiegazioni che l’esegesi biblica può dare riguardo a questo brano sono molteplici; in particolare, gli studiosi riconoscono in esso intenti e componenti letterari di vario genere, come pure riferimenti a qualche racconto popolare. Ma quando questi elementi vengono assunti dagli autori sacri e inglobati nel racconto biblico, essi cambiano di significato e il testo si apre a dimensioni più ampie. L’episodio della lotta allo Yabboq si offre così al credente come testo paradigmatico in cui il popolo di Israele parla della propria origine e delinea i tratti di una particolare relazione tra Dio e l’uomo. Per questo, come affermato anche nel Catechismo della Chiesa Cattolica, «la tradizione spirituale della Chiesa ha visto in questo racconto il simbolo della preghiera come combattimento della fede e vittoria della perseveranza» (n. 2573). Il testo biblico ci parla della lunga notte della ricerca di Dio, della lotta per conoscerne il nome e vederne il volto; è la notte della preghiera che con tenacia e perseveranza chiede a Dio la benedizione e un nome nuovo, una nuova realtà frutto di conversione e di perdono.

La notte di Giacobbe al guado dello Yabboq diventa così per il credente un punto di riferimento per capire la relazione con Dio che nella preghiera trova la sua massima espressione. La preghiera richiede fiducia, vicinanza, quasi in un corpo a corpo simbolico non con un Dio avversario e nemico, ma con un Signore benedicente che rimane sempre misterioso, che appare irraggiungibile. Per questo l’autore sacro utilizza il simbolo della lotta, che implica forza d’animo, perseveranza, tenacia nel raggiungere ciò che si desidera. E se l’oggetto del desiderio è il rapporto con Dio, la sua benedizione e il suo amore, allora la lotta non potrà che culminare nel dono di se stessi a Dio, nel riconoscere la propria debolezza, che vince proprio quando giunge a consegnarsi nelle mani misericordiose di Dio.

Cari fratelli e sorelle, tutta la nostra vita è come questa lunga notte di lotta e di preghiera, da consumare nel desiderio e nella richiesta di una benedizione di Dio che non può essere strappata o vinta contando sulle nostre forze, ma deve essere ricevuta con umiltà da Lui, come dono gratuito che permette, infine, di riconoscere il volto del Signore.

E quando questo avviene, tutta la nostra realtà cambia, riceviamo un nome nuovo e la benedizione di Dio. Ma ancora di più: Giacobbe, che riceve un nome nuovo, diventa Israele, dà un nome nuovo anche al luogo in cui ha lottato con Dio, lo ha pregato, lo rinomina Penuel, che significa “Volto di Dio”. Con questo nome riconosce quel luogo colmo della presenza del Signore, rende sacra quella terra imprimendovi quasi la memoria di quel misterioso incontro con Dio. Colui che si lascia benedire da Dio, si abbandona a Lui, si lascia trasformare da Lui, rende benedetto il mondo. Che il Signore ci aiuti a combattere la buona battaglia della fede (cfr 1Tm 6,12; 2Tm 4,7) e a chiedere, nella nostra preghiera, la sua benedizione, perché ci rinnovi nell’attesa di vedere il suo Volto.

La lotta di Giacobbe

La rifessione che segue il brano non è mia, ma mi piaceva…

Genesi 32,23-33

In quei giorni, di notte Giacobbe si alzò, prese le due mogli, le due schiave, i suoi undici bambini e passò il guado dello Iabbok. Li prese, fece loro passare il torrente e portò di là anche tutti i suoi averi.
Giacobbe rimase solo e un uomo lottò con lui fino allo spuntare dell’aurora. Vedendo che non riusciva a vincerlo, lo colpì all’articolazione del femore e l’articolazione del femore di Giacobbe si slogò, mentre continuava a lottare con lui.
Quello disse: «Lasciami andare, perché è spuntata l’aurora». Giacobbe rispose: «Non ti lascerò, se non mi avrai benedetto!». Gli domandò: «Come ti chiami?». Rispose: «Giacobbe». Riprese: «Non ti chiamerai più Giacobbe, ma Israele, perché hai combattuto con Dio e con gli uomini e hai vinto!». Giacobbe allora gli chiese: «Svelami il tuo nome». Gli rispose: «Perché mi chiedi il nome?». E qui lo benedisse.
Allora Giacobbe chiamò quel luogo Penuèl: «Davvero – disse – ho visto Dio faccia a faccia, eppure la mia vita è rimasta salva».
Spuntava il sole, quando Giacobbe passò Penuèl e zoppicava all’anca. Per questo gli Israeliti, fino ad oggi, non mangiano il nervo sciatico, che è sopra l’articolazione del femore, perché quell’uomo aveva colpito l’articolazione del femore di Giacobbe nel nervo sciatico.

L’episodio del Libro della Genesi che leggiamo oggi è molto misterioso; i Padri l’hanno letto come una prova spirituale che Dio impone a Giacobbe, come già ad Abramo, anche se in modo diverso.
“Giacobbe rimase solo e un uomo lottò con lui fino allo spuntare dell’aurora”. La lotta ìnizia al buio e si compie nel buio; non solo nel buio della notte, ma della conoscenza: Giacobbe non sa con chi lotta. Abramo aveva sentito la voce di Dio, sapeva che era lui, ma anch’egli deve muoversi nella notte: “Partì senza sapere dove andava”, come dice la lettera agli Ebrei. Giacobbe invece ha scelto la sua destinazione, ma lungo la strada Dio lo chiama ad un cambiamento interiore attraverso una lotta con lui, lotta prolungata e dura, di cui è difficile dire di più.
È il momento più drammatico e misterioso della vita di Giacobbe, che per continuare il parallelo con Abramo si può far corrispondere alla salita sul monte nel territorio di Moria dove, dopo un’agonia di dolore e di obbedienza, Dio gli conferma la sua promessa e la sua benedizione.
Giacobbe, pur lottando, sente che il suo avversario non ha intenzioni malevole, capisce confusamente che Dio gli è vicino, tanto è vero che vuol essere benedetto: “Non ti lascerò, se non mi avrai benedetto”. E con la benedizione riceve un nome nuovo. Giacobbe ha lottato con Dio, ha avuto la conferma della sua vocazione: è ormai un uomo nuovo, un uomo di Dio.
Nel cammino spirituale avviene qualcosa di simile. Scelto il cammino, si presentano presto difficoltà per cui bisogna lottare. Sovente le certezze iniziali scompaiono, tutto diventa buio e c’è la tentazione di lasciar perdere: è il momento della lotta per rimanere fermi nelle proprie decisioni, senza cambiare nulla. Ci possono essere anche difficoltà esterne: sono permesse da Dio per farci progredire nella luce e nella grazia.
Noi vorremmo una vita tranquilla, serena, pacifica… Serena sì, pacifica sì, ma nell’accettazione fiduciosa delle traversie che Dio permette per amore e che non ci mancheranno mai, perché la nostra vita non può avere altro modello che quella di Gesù.

La guarigione segno di fede

Dal Vangelo secondo Matteo 9,18-26

In quel tempo, [mentre Gesù parlava,] giunse uno dei capi, gli si prostrò dinanzi e disse: «Mia figlia è morta proprio ora; ma vieni, imponi la tua mano su di lei ed ella vivrà». Gesù si alzò e lo seguì con i suoi discepoli.
Ed ecco, una donna, che aveva perdite di sangue da dodici anni, gli si avvicinò alle spalle e toccò il lembo del suo mantello. Diceva infatti tra sé: «Se riuscirò anche solo a toccare il suo mantello, sarò salvata». Gesù si voltò, la vide e disse: «Coraggio, figlia, la tua fede ti ha salvata». E da quell’istante la donna fu salvata.
Arrivato poi nella casa del capo e veduti i flautisti e la folla in agitazione, Gesù disse: «Andate via! La fanciulla infatti non è morta, ma dorme». E lo deridevano. Ma dopo che la folla fu cacciata via, egli entrò, le prese la mano e la fanciulla si alzò. E questa notizia si diffuse in tutta quella regione.

La donna è guarita. Se ne accorge il Cristo, nessun altro pare. E Matteo descrive così il dialogo, solo tra Gesù e la donna, nessun altro intervento.

Quando entra nella casa del capo, che ha avuto fede in lui, aspetta che la folla sia scomparsa. Poi guarisce la fanciulla.  Soltanto dopo la notizia si diffuse in tutta la regione.

E’ la fede che guarisce. E la fede non ha bisogno di squilli di tromba e di facili apparenze. La fede si nutre del silenzio del cuore che si abbandona a Dio e dice a Dio, se tu vuoi, con la tua grazia, puoi guarirmi, puoi guarire mia figlia. Gesù aspetta che sia andata via la folla perchè sa che la folla cerca il miracolo facile, cerca qualcosa per potersi esaltare… Ma questo non dura, le urla, gli strepiti, l’agitazione di cui parla il testo sono proprie di questo mondo, mondo che, alla fine, crocifigge lo stesso uomo cui ha chiesto miracoli, perchè non si è conformato alle di lei volontà. Così è di tutte le parole profetiche di questo mondo. Così non è della sua Parola.

La fede di ogni giorno, l'energia della vita